I SIOUX VINCONO – IL DAPL PERDE

Il giudice distrettuale degli Stati Uniti James Boasberg ha ordinato alla Energy Transfer, società proprietaria del Dakota Access Pipeline, di chiudere l’oleodotto e rimuovere tutto il petrolio in esso contenuto entro 30 giorni da ieri 6 luglio 2020.

Dopo quattro lunghi anni di lotte sul terreno e nelle corti di giustizia, una grande vittoria è finalmente arrivata per i Sioux.

Dopo aver analizzato attentamente la gravità delle violazioni legali del governo e i potenziali impatti sulle tribù ricorrenti e su terze parti, la decisione di ieri ha concluso che era necessario chiudere il gasdotto in attesa del completamento di una revisione completa della valutazione d’impatto ambientale e del rilascio di nuovi permessi.

Poiché a novembre negli Stati Uniti ci saranno le elezioni presidenziali, potrebbe essere compito di una nuova amministrazione prendere le decisioni autorizzative finali.

Con un’ordinanza di 24 pagine, il giudice ha scritto di essere “consapevole del disastro” che avrebbe causato la chiusura del gasdotto, ma che ciò nondimeno deve essere fatto. Lo scorso aprile, il giudice Boesberg aveva ordinato una revisione della valutazione d’impatto abientale più ampia di quella che il Corpo degli Ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti aveva già condotto e si era riservato di decidere se il gasdotto avrebbe dovuto essere chiuso durante la nuova valutazione.

Ciò che il tribunale ha riscontrato è stato un errore sostanziale e una violazione del National Environmental Policy Act.

Ron Ness, presidente del Consiglio del petrolio del Nord Dakota, ha definito la sentenza “scioccante” e ha osservato che il gasdotto sposta 570.000 barili di petrolio Bakken al giorno.

Lo scorso anno, Energy Transfer aveva chiesto di poter aumentare la capacità del gasdotto aumentandone la pressione di esercizio per soddisfare la crescente domanda di petrolio dal Nord Dakota, senza la necessità di ulteriori gasdotti o spedizioni ferroviarie.

Energy Transfer ha presentato immediatamente un appello cercando di ribaltare la chiusura ordinata dal tribunale e ha dichiarato che potrebbe perdere $ 643 milioni nella seconda metà del 2020 e $ 1,4 miliardi nel 2021 se l’oleodotto dovesse effettivamente essere chiuso.

 

GLI OLEODOTTI AVANZANO VERSO IL PACIFICO

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Qualche giorno fa la Corte Suprema del Canada ha respinto un appello delle Prime Nazioni della Columbia Britannica contro l’espansione dell’oleodotto Trans Mountain attraverso cui verrà quasi triplicato il flusso di petrolio dalle sabbie bituminose dell’Alberta alla costa del Pacifico nei pressi di Vancouver, provocando così un aumento di sette volte del numero di petroliere nelle acque condivise tra il Canada e lo stato di Washington, e con esse i relativi rischi ambientali. Questo oleodotto consentirà al Canada di aumentare notevolmente le esportazioni verso l’Asia, dove conta di vendere il petrolio a un prezzo più elevato che non quello attuale che ottiene dagli Stati Uniti. Oggi, circa il 99% delle esportazioni canadesi, per mezzo dell’oleodotto Keystone, va alle raffinerie americane.

Il tribunale ha respinto l’appello della Squamish Nation, della Tsleil-Waututh Nation, della Ts’elxweyeqw Tribes e della Coldwater Indian Band, ponendo fine alla lunga battaglia legale su questo progetto.

Il governo del primo ministro Justin Trudeau aveva approvato il Trans Mountain nel 2016 incontrando da subito l’opposizione delle tribù che, oltre ad azioni dirette a ostacolare i lavori, attraverso blocchi stradali e ferroviari, si appellarono subito alle corti di giustizia competenti. Nel 2018, la Corte d’appello federale dichiarò che il Governo non aveva consultato adeguatamente le prime nazioni interessate, sostenendo che il progetto avrebbe danneggiato le loro terre e acque.

Dopo che il Governo ebbe espletato le consultazioni, nel giugno 2019 il progetto Trans Mountain fu nuovamente approvato e di nuovo le tribù si opposero trovando però un diniego dal tribunale competente, da qui la decisione di appellarsi alla Corte Suprema che adesso ha definitivamente chiuso la questione nei confronti delle prime nazioni.

Tuttavia il Governo si trova ancora di fronte a una forte opposizione ambientale da parte del governo provinciale della Columbia Britannica, ma la costruzione dell’oleodotto è in corso. Il ministro delle risorse naturali Seamus O’Regan ha dichiarato che le consultazioni con tutte le parti in causa continueranno man mano che la costruzione continua.

Questo oleodotto consentirà al Canada di diversificare i mercati petroliferi e aumentare notevolmente le esportazioni verso l’Asia, dove conta di ottenere un prezzo più elevato che non quello che oggi è costretto ad accettare dagli Stati Uniti dove va circa il 99 percento delle esportazioni canadesi.

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METÀ DELLO STATO DELL’OKLAHOMA È ANCORA UNA RISERVA INDIANA … FORSE

C’è una causa pendente alla Corte Suprema degli Stati Uniti, originariamente denominato Carpenter vs. Murphy, ora Sharp v.s. Murphy, che potrebbe mettere in discussione tutte le azioni legislative che furono messe in atto per togliere la terra alla Nazione Creek in Oklahoma, e alle altre quattro tribù cosiddette “civilizzate”. Questa causa potrebbe inoltre costringere gli Stati Uniti a un più ampio riesame del rapporto tra le tribù dei Nativi Americani e il governo federale.

Questa la domanda presentata alla Suprema Corte: “Se i confini territoriali del 1866 della Nazione Creek all’interno dell’ex Territorio Indiano dell’Oklahoma orientale costituiscano una riserva indiana oggi”. Da ciò derivano due sub-domande: (1) quando un qualunque atto abbia concesso la giurisdizione all’Oklahoma sulle procedure di crimini commessi dagli indiani all’interno dei confini territoriali del 1866 della Nazione Creek, non rispettando lo status di riserva dell’area; e (2) se ci siano circostanze in cui la terra della Nazione Creek si qualifica come riserva indiana, ma non coincide con la definizione di Paese Indiano come previsto nella sentenza 18 U.S.C. §1151 (Solem vs. Bartlett). Continua a leggere

I bisonti tornano a Rosebud

Foto: M. Galanti

Foto: M. Galanti

La Rosebud Sioux Tribe, attraverso il suo braccio economico, la Rosebud Economic Development Corporation (REDCO), ha avviato un progetto per la creazione di un nuovo branco di bisonti di pianura. La tribù lo farà impegnando 11.300 ettari di prateria col la capacità di supportare 1.500 animali. La Wolakota Buffalo Range diventerà la più grande mandria di bisonti di proprietà e gestione dei Nativi Americani.

Il progetto della tribù è stato avviato in collaborazione col WWF e con il supporto del Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti. Nei prossimi cinque anni, il Dipartimento degli Interni invierà centinaia di bisonti provenienti da mandrie gestite a livello federale nello spazio di nuova creazione. Il primo trasferimento di bisonti avrà luogo in autunno. Questa mandria aumenterà il numero complessivo di bisonti di proprietà di nativi americani del 7%. Continua a leggere

Bare invece di mascherine

Riceviamo, dall’amica Naila Clerici, e volentieri pubblichiamo.

Dalla SIHB, Seattle Indian Health Board (Stato di Washington), arriva la notizia-disastro il 5 maggio. A fine marzo la SIHB invia una richiesta urgente alle autorità statali e federali per materiale sanitario, onde contenere la pandemia che dalla grande area urbana stava espandendosi nelle riserve. Tra queste le più popolate sono: Tulalip, Duwanish, Chinnok, Cayuse, Umatilla, Yakama, Spokane, Walla-Walla. Urgono – supplicava il messaggio – mascherine, guanti, camici per sanitari ed infermieri, amuchina e clorochina e, possibilmente, ventilatori. Nessuna risposta. Le due responsabili del centro sanitario, Esther Lucero ed Abigail Echo-Hawk, rinnovano la richiesta pochi giorni dopo. Ancora silenzio assoluto: le autorità sanitarie statali e federali non hanno nemmeno dato notifica di ricevuta dei messaggi. Nel frattempo tra gli oltre 560 ricoverati si registrano ben 64 decessi. Passano le settimane e la richiesta viene ripetuta più volte: l’ultima (prima della rinuncia) risale a metà aprile. E finalmente pochi giorni or sono arrivano dei pacchi. Quando Lucero ed Echo-Hawk li aprono scoppiano in grida di disperazione e decidono di fotografare tutti i contenuti inviando le foto alla catena televisiva NBC, che le diffonde solo localmente. Quando la casa madre del network si accorge della notizia si è giunti ormai al 5 maggio e dopo aver tempestato di improperi la filiale di Washington State, fa scoppiare il caso in tutti gli Stati Uniti. Nei pacchi inviati dalle autorità sanitarie ci sono solo Body – Bags. Ovvero bare gonfiabili con tanto di fogli esplicativi relativi all’uso delle Cadaver Body Bags e targhette dove si scrivono i nomi dei defunti e si attaccano poi agli alluci dei piedi prima di tirare la chiusura-lampo.

È uno scandalo. Inoltre quella targhette – ora di cartoncino – sono identiche a quelle di ottone che nell’Ottocento servivano ad identificare gli indiani massacrati (ricordate Wounded Knee?).