Un esperimento di autodeterminazione del popolo Lakota

Anche a Rapid City, in South Dakota, ai piedi delle Colline Nere, vivono molti dei cosiddetti indiani urbanizzati. Alcuni di loro vivono ai margini della società, sono senza fissa dimora, bevono e usano droghe e da decenni il loro luogo di ritrovo è lungo le rive del Rapid Creek, che attraversa la città. Poiché le riserve Sioux non sono molto distanti da qui, sono perlopiù persone appartenenti alla Nazione Lakota. Alcuni attivisti Lakota hanno iniziato ad aiutare questa gente, dapprima offrendo loro pasti caldi o semplicemente una buona parola poi, in previsione della stagione invernale, hanno deciso di offrire loro un riparo. Così, lungo il torrente, hanno rizzato alcuni tepee in cui alloggiare i loro parenti Lakota. Il sindaco ha subito dichiarato illegale il campo e la polizia è intervenuta per smantellarlo. Sei persone sono finite in prigione, ma il progetto ha comunque preso il volo.

Appena usciti dalla prigione, gli attivisti hanno rapidamente spostato l’accampamento in un terreno di circa 36 ettari di proprietà delle tribù Sioux di Cheyenne River, Rosebud e Pine Ridge che erano parte dell’area dove sorgeva la Rapid City Indian Boarding School, appena fuori città, in direzione delle colline. Lo hanno chiamato “Camp Mniluzahan” dal nome Lakota del torrente che attraversa Rapid City. Si trova abbastanza vicino al centro per essere accessibile ai senzatetto indiani della città grazie a brevi corse in navetta offerte dai volontari. E poiché si trova su un terreno tribale, è al di fuori della giurisdizione delle autorità locali.https---images.saymedia-content.com-.image-MTc2NzczNzk4MzQ1ODQ0MzUz-camp-mniluzahan-1

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GLI OLEODOTTI AVANZANO VERSO IL PACIFICO

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Qualche giorno fa la Corte Suprema del Canada ha respinto un appello delle Prime Nazioni della Columbia Britannica contro l’espansione dell’oleodotto Trans Mountain attraverso cui verrà quasi triplicato il flusso di petrolio dalle sabbie bituminose dell’Alberta alla costa del Pacifico nei pressi di Vancouver, provocando così un aumento di sette volte del numero di petroliere nelle acque condivise tra il Canada e lo stato di Washington, e con esse i relativi rischi ambientali. Questo oleodotto consentirà al Canada di aumentare notevolmente le esportazioni verso l’Asia, dove conta di vendere il petrolio a un prezzo più elevato che non quello attuale che ottiene dagli Stati Uniti. Oggi, circa il 99% delle esportazioni canadesi, per mezzo dell’oleodotto Keystone, va alle raffinerie americane.

Il tribunale ha respinto l’appello della Squamish Nation, della Tsleil-Waututh Nation, della Ts’elxweyeqw Tribes e della Coldwater Indian Band, ponendo fine alla lunga battaglia legale su questo progetto.

Il governo del primo ministro Justin Trudeau aveva approvato il Trans Mountain nel 2016 incontrando da subito l’opposizione delle tribù che, oltre ad azioni dirette a ostacolare i lavori, attraverso blocchi stradali e ferroviari, si appellarono subito alle corti di giustizia competenti. Nel 2018, la Corte d’appello federale dichiarò che il Governo non aveva consultato adeguatamente le prime nazioni interessate, sostenendo che il progetto avrebbe danneggiato le loro terre e acque.

Dopo che il Governo ebbe espletato le consultazioni, nel giugno 2019 il progetto Trans Mountain fu nuovamente approvato e di nuovo le tribù si opposero trovando però un diniego dal tribunale competente, da qui la decisione di appellarsi alla Corte Suprema che adesso ha definitivamente chiuso la questione nei confronti delle prime nazioni.

Tuttavia il Governo si trova ancora di fronte a una forte opposizione ambientale da parte del governo provinciale della Columbia Britannica, ma la costruzione dell’oleodotto è in corso. Il ministro delle risorse naturali Seamus O’Regan ha dichiarato che le consultazioni con tutte le parti in causa continueranno man mano che la costruzione continua.

Questo oleodotto consentirà al Canada di diversificare i mercati petroliferi e aumentare notevolmente le esportazioni verso l’Asia, dove conta di ottenere un prezzo più elevato che non quello che oggi è costretto ad accettare dagli Stati Uniti dove va circa il 99 percento delle esportazioni canadesi.

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