Gli YANOMAMI e il COVID-19

Gli invasori nel territorio yanomami non vengono messi in quarantena e il Covid-19 continua a diffondersi tra le loro comunità. I dati attuali della rete Pro-Yanomami e Ye’kwana che sta monitorando la malattia fra questo popolo registrano il numero spaventoso di 1.201 casi confermati di Covid-19, con nove morti confermate e altri 13 decessi sospettati di essere dovuti al coronavirus.

I numeri continuano a crescere, come si può vedere nel grafico sottostante:73e83f11-9dcb-4f10-b7a7-a708d6ce6e3e

Con 20.000 cercatori d’oro che hanno invaso le loro terre, l’isolamento è impossibile e i minatori portano nei villaggi il Covid-19 e altre malattie, come la malaria. Questo, aggiunto alla difficoltà di accesso alle strutture sanitarie, significa che la vita di questo popolo, così come quella di tutti i popoli amazzonici è gravemente minacciata.

PRIMA ASSEMBLEA MONDIALE PER L’AMAZZONIA

I popoli dell’Amazzonia si sono autoconvocati in assemblea generale con l’appello allegato in formato PDF. E’ un evento importantissimo per la salvezza della loro terra e della nostra, che è la stessa.

Auto-convocazione della

Prima Assemblea mondiale per l’Amazzonia

 Contro l’etnocidio, l’ecocidio e l’estrattivismo in Amazzonia

aggravati dalla pandemia di COVID19

POPOLI DELLA AMAZZONIA

I principali focolai del Covid-19 negli Stati Uniti sono tutte terre indiane

 

In percentuale i Navajo hanno avuto più persone infettate dal coronavirus rispetto a qualsiasi Stato degli USA. Decenni di abbandono, sfruttamento e discriminazione hanno fatto si che, anche prima di questa pandemia, i Navajo avessero un’aspettativa di vita più breve (72 anni) rispetto alle persone in Guatemala (74) e ora il Covid-19 sta li colpendo con una forza particolare. Preda della povertà: molti Navajo vivono affollati in piccole case in cui il distanziamento sociale è impossibile e il 40% di loro non ha acqua corrente. Ciò rende difficile il lavaggio delle mani e porta le famiglie a raggrupparsi nelle lavanderie automatiche.Y84Xycq

Secondo una ricerca dell’American Indian Studies Center, presso l’U.C.L.A, basata sul numero di contagiati ogni 100.000 abitanti, se le tribù di nativi americani fossero conteggiate come stati, i cinque stati più infetti del paese sarebbero tutti nativi, con New York che scenderebbe dal 1° al 6° posto. Al primo posto di questa triste classifica ci sarebbe la Mississippi Band of Choktow, al secondo i White Mountain Apache, poi il Pueblo Zia, il Pueblo San Felipe, la Navajo Nation, New York, il Pueblo Kewa, poi il New Jersey, ecc. Il Servizio Sanitario Indiano afferma che il 28% dei test effettuati ha avuto esito positivo positivo, un tasso enormemente elevato e, poiché molti Navajo soffrono di diabete, ipertensione e malattie cardiache, ci sono più morti tra i giovani che altrove negli Stati Uniti.

Anche per questo i Navajo sono già stati stigmatizzati come potenziali minacce per la salute dell’intera regione, il che è ridicolo data la storia delle molte malattie epidemiche portate dagli europei nel Nuovo Mondo. In ogni caso ci sono già stati casi discriminatori come i blocchi stradali istituiti dalla città di Gallup, che confina con la riserva Navajo, per impedire l’ingresso in città dei membri tribali.

In questa situazione allarmante, gli Stati Uniti, attraverso il Servizio Sanitario Indiano, hanno stanziato solo $ 3.943 a persona per l’assistenza sanitaria per i nativi americani. Cioè, meno della metà dei $ 8.602 spesi per l’assistenza sanitaria per ogni detenuto nelle prigioni americane.

Non tutti però sono “disattenti”, poiché circa 800 Navajo prestarono servizio durante la Guerra di Corea del 1950-53, alcuni di loro come code talker”, la Corea del Sud si è ricordata di loro e, in segno di gratitudine, ha inviato 10.000 mascherine ai veterani della Navajo Nation. Ben 20.000 famiglie irlandesi, riconoscenti per aver ricevuto aiuti dagli indiani Choctaw, nel 1847, durante la carestia delle patate, hanno restituito il favore donando 670.000 $ alle nazioni Navajo e Hopi.

Il governo degli Stati Uniti si è mosso invece con grave ritardo. Washington impiegò sei settimane per trasferire fondi ai Navajo, rendendo difficile per la tribù procurarsi equipaggiamento protettivo e kit di prova e ciò è costato più vite di quante si potesse immaginare.

I popoli indigeni e il COVID-19

Nel mese di aprile 2020, il ministero della salute del Brasile ha riferito della morte, causa Covid19, di un ragazzo quindicenne appartenente alla tribù Yanomami. Gli Yanomami vivono in una zona della foresta amazzonica tra il Brasile e il Venezuela e sono la più grande tribù indigena isolata nelle americhe. La morte di questo giovane ha destato molte preoccupazioni per la sorte dei popoli indigeni che vivono in isolamento volontario nel bacino amazzonico: circa 200 tribù, per circa 10.000 individui complessivi. La maggior parte di esse, ben 114, vivono nell’Amazzonia brasiliana. Per questi popoli l’isolamento è una consapevole strategia di conservazione collettiva, che consente loro di mantenere i propri sistemi sociali, le loro culture, le loro lingue e tradizioni. Continua a leggere

Bare invece di mascherine

Riceviamo, dall’amica Naila Clerici, e volentieri pubblichiamo.

Dalla SIHB, Seattle Indian Health Board (Stato di Washington), arriva la notizia-disastro il 5 maggio. A fine marzo la SIHB invia una richiesta urgente alle autorità statali e federali per materiale sanitario, onde contenere la pandemia che dalla grande area urbana stava espandendosi nelle riserve. Tra queste le più popolate sono: Tulalip, Duwanish, Chinnok, Cayuse, Umatilla, Yakama, Spokane, Walla-Walla. Urgono – supplicava il messaggio – mascherine, guanti, camici per sanitari ed infermieri, amuchina e clorochina e, possibilmente, ventilatori. Nessuna risposta. Le due responsabili del centro sanitario, Esther Lucero ed Abigail Echo-Hawk, rinnovano la richiesta pochi giorni dopo. Ancora silenzio assoluto: le autorità sanitarie statali e federali non hanno nemmeno dato notifica di ricevuta dei messaggi. Nel frattempo tra gli oltre 560 ricoverati si registrano ben 64 decessi. Passano le settimane e la richiesta viene ripetuta più volte: l’ultima (prima della rinuncia) risale a metà aprile. E finalmente pochi giorni or sono arrivano dei pacchi. Quando Lucero ed Echo-Hawk li aprono scoppiano in grida di disperazione e decidono di fotografare tutti i contenuti inviando le foto alla catena televisiva NBC, che le diffonde solo localmente. Quando la casa madre del network si accorge della notizia si è giunti ormai al 5 maggio e dopo aver tempestato di improperi la filiale di Washington State, fa scoppiare il caso in tutti gli Stati Uniti. Nei pacchi inviati dalle autorità sanitarie ci sono solo Body – Bags. Ovvero bare gonfiabili con tanto di fogli esplicativi relativi all’uso delle Cadaver Body Bags e targhette dove si scrivono i nomi dei defunti e si attaccano poi agli alluci dei piedi prima di tirare la chiusura-lampo.

È uno scandalo. Inoltre quella targhette – ora di cartoncino – sono identiche a quelle di ottone che nell’Ottocento servivano ad identificare gli indiani massacrati (ricordate Wounded Knee?).

Chi di spada ferisce … il presidente del Brasile Jair Bolsonaro fermato dai militari?

Il 1° gennaio 2019 Jair Bolsonaro è diventato il 38° Presidente del Brasile. In campagna elettorale aveva promesso di aprire la foresta amazzonica allo sfruttamento agricolo e minerario e alle grandi dighe idroelettriche, riducendo i vincoli posti a difesa della natura e dei popoli indigeni. Con un provvedimento firmato poco dopo essersi insediato, Bolsonaro tolse alla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai, Fundaçao Nacional do Indio) una delle sue funzioni più importanti: l’identificazione e demarcazione dei territori dei popoli indigeni del paese per affidarla a un rappresentante delle lobby dei grandi proprietari terrieri che da sempre sono in conflitto con gli indigeni per lo sfruttamento dei loro territori. Con questo provvedimento le minacciose affermazioni passate di Bolsonaro: “È un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente come quella statunitense, che ha sterminato gli indiani” accompagnata dall’affermazione che le terre in uso esclusivo per gli indigeni sono “giardini zoologici per animali” cominciarono a essere tradotte in fatti. Da allora è stato un susseguirsi di attentati e omicidi ai danni dei leader indigeni e di invasione di sempre più vaste parti della foresta amazzonica culminate in incendi devastanti. Se tutto ciò non bastò a far capire all’opinione pubblica brasiliana e mondiale di che pasta fosse fatto Bolsonaro è, da ultima, arrivata la sua “gestione” dell’emergenza Covid-19. La sua totale inettitudine di fronte alla pandemia sembra abbia fatto reagire i suoi più forti alleati: i militari.

Di seguito vi proponiamo la traduzione (a cura di Mauro Marra) di un articolo apparso sul quotidiano “Humanité” del 6 aprile scorso, a firma Rosa Moussaoui.

Brasile: l’esercito mette un freno a Bolsonaro … un colpo di stato estremamente discreto?

Isolato a causa della sua inettitudine di fronte al pericolo del coronavirus, sembra che il presidente d’estrema destra sia stato esautorato dai militari.

Il circo di Jair Bolsonaro ha finito del tutto di divertire l’esercito brasiliano. Con nove suoi rappresentanti su ventidue ministri l’esercito aveva già un’influenza determinante sul governo che è aumentata ancor di più con la nomina del generale Walter Souza Braga Netto a capo del governo, avvenuta il 14 febbraio. A quanto afferma il giornalista argentino Horacio Verbitsky, questo generale avrebbe assunto ormai de facto la funzione di «presidente operativo». Per ora non c’è nulla di ufficiale, ma le autorità di Buenos Aires sarebbero state avvertite in modo informale: «Ciò non è proprio la destituzione del presidente, ma piuttosto la sua riduzione a una figura come quella dei monarchi costituzionali, in realtà senza potere esecutivo». Questo processo, se confermato, ha tutto il sentore di un colpo di stato a bassa intensità. Continua a leggere