Chi di spada ferisce … il presidente del Brasile Jair Bolsonaro fermato dai militari?

Il 1° gennaio 2019 Jair Bolsonaro è diventato il 38° Presidente del Brasile. In campagna elettorale aveva promesso di aprire la foresta amazzonica allo sfruttamento agricolo e minerario e alle grandi dighe idroelettriche, riducendo i vincoli posti a difesa della natura e dei popoli indigeni. Con un provvedimento firmato poco dopo essersi insediato, Bolsonaro tolse alla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai, Fundaçao Nacional do Indio) una delle sue funzioni più importanti: l’identificazione e demarcazione dei territori dei popoli indigeni del paese per affidarla a un rappresentante delle lobby dei grandi proprietari terrieri che da sempre sono in conflitto con gli indigeni per lo sfruttamento dei loro territori. Con questo provvedimento le minacciose affermazioni passate di Bolsonaro: “È un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente come quella statunitense, che ha sterminato gli indiani” accompagnata dall’affermazione che le terre in uso esclusivo per gli indigeni sono “giardini zoologici per animali” cominciarono a essere tradotte in fatti. Da allora è stato un susseguirsi di attentati e omicidi ai danni dei leader indigeni e di invasione di sempre più vaste parti della foresta amazzonica culminate in incendi devastanti. Se tutto ciò non bastò a far capire all’opinione pubblica brasiliana e mondiale di che pasta fosse fatto Bolsonaro è, da ultima, arrivata la sua “gestione” dell’emergenza Covid-19. La sua totale inettitudine di fronte alla pandemia sembra abbia fatto reagire i suoi più forti alleati: i militari.

Di seguito vi proponiamo la traduzione (a cura di Mauro Marra) di un articolo apparso sul quotidiano “Humanité” del 6 aprile scorso, a firma Rosa Moussaoui.

Brasile: l’esercito mette un freno a Bolsonaro … un colpo di stato estremamente discreto?

Isolato a causa della sua inettitudine di fronte al pericolo del coronavirus, sembra che il presidente d’estrema destra sia stato esautorato dai militari.

Il circo di Jair Bolsonaro ha finito del tutto di divertire l’esercito brasiliano. Con nove suoi rappresentanti su ventidue ministri l’esercito aveva già un’influenza determinante sul governo che è aumentata ancor di più con la nomina del generale Walter Souza Braga Netto a capo del governo, avvenuta il 14 febbraio. A quanto afferma il giornalista argentino Horacio Verbitsky, questo generale avrebbe assunto ormai de facto la funzione di «presidente operativo». Per ora non c’è nulla di ufficiale, ma le autorità di Buenos Aires sarebbero state avvertite in modo informale: «Ciò non è proprio la destituzione del presidente, ma piuttosto la sua riduzione a una figura come quella dei monarchi costituzionali, in realtà senza potere esecutivo». Questo processo, se confermato, ha tutto il sentore di un colpo di stato a bassa intensità.

Anche l’ultima svolta a 180 gradi è stata un fallimento.

Impigliato nelle reti di una triplice crisi: sanitaria, economica e politica, in questi ultimi giorni Jair Bolsonaro è apparso più isolato che mai. La sua inettitudine davanti alla pandemia da Covid-19, che lui ha sempre considerato alla stregua di un «raffreddore», ha finito di alienargli anche il sostegno dei militari. Invano il presidente di estrema destra ha tentato, martedì, una giravolta a 180 gradi in un intervento alla televisione dal tono enfatico: «Stiamo affrontando la più grande sfida della nostra generazione. La mia preoccupazione è sempre stata quella di salvare vite umane». Comunque non è riuscito nell’intento di far dimenticare le sue recenti sceneggiate. Con il giudicare «isteriche» le misure di quarantena decretate in molti stati [il Brasile è una federazione], ancora la settimana scorsa lui giustificava la sua inazione usando dei termini odiosi: «Alcuni moriranno? Certamente. Ne sono desolato, ma è la vita. Non si può bloccare la produzione di una casa automobilistica perché ogni anno ci sono delle morti dovute agli incidenti stradali».

Questa scelta di accettare la selezione naturale per salvare l’economia ha finito per seminare il terrore fino ai più alti vertici dello stato. Sabato un rapporto del ministero della Salute lanciava l’allarme sull’impreparazione del paese nei confronti dell’epidemia: «I posti in terapia intensiva e i posti letto negli ospedali non sono strutturati in modo corretto, né in numero sufficiente per la fase più acuta dell’epidemia». Nello stesso documento si lamentava anche la mancanza di materiali, di attrezzature e «di figure professionali qualificate a livello sanitario».

Nel frattempo la pandemia continua a espandersi e minaccia di far strage nelle favelas sovrappopolate delle grandi città. Ieri, in Brasile, i morti per Covid-19 erano già 445.