Gli Ainu contro il Giappone

Quando entrarono nella storia, gli Ainu vivevano nelle isole di Hokkaido e Sakhalin nel nord del Giappone, nelle isole Curili e in Kamchakta. Cacciavano, pescavano i salmoni e costruivano i loro villaggi lungo i fiumi o in riva al mare. Si vestivano con pelli di animali, panno di corteccia e fibra di ortica, decorando i loro abiti tradizionali con caratteristici motivi geometrici. Sulla loro origine ci sono due teorie. La prima è che gli Ainu provenissero dalle terre asiatiche settentrionali che furono in seguito abitate da mongoli e da cinesi. La seconda è che i loro antenati siano arrivati della Polinesia, perché con gli abitanti dell’Oceania, gli Ainu hanno molte somiglianze per quanto riguarda abbigliamento, rituali, religione e tatuaggi.5d2861fc15e9f9605f362aa3

Ciò che è noto per certo, è che gli Ainu furono i primi nativi delle isole giapponesi, anche se in Giappone questo fatto non è molto popolare e a lungo è stato tenuto nascosto. Con gli Ainu, i giapponesi ebbero una lunga faida territoriale. Gli Ainu persero una battaglia dopo l’altra, poiché non avevano uno stato o un esercito strutturato, e furono costretti ad arretrare, rifugiandosi sempre più a nord. Ciononostante, nel medioevo il Giappone era ancora per metà abitato dagli Ainu.

Nel corso del XVII e XVIII secolo gli Ainu del Giappone furono sottoposti a una spietata politica assimilazionista: molti furono deportati, le donne costrette a sposare uomini giapponesi, mentre la loro lingua e cultura fu fortemente osteggiata e considerata arretrata e barbara. Convinto che presto sarebbero stati completamente assimilati, nel 1899, il parlamento giapponese approvò una legge, dove gli Ainu furono definiti “ex aborigeni”, con cui fu loro concessa la cittadinanza ma negando loro, di fatto, lo status di gruppo indigeno.

Da quel momento i governi giapponesi hanno sempre perseguito lo stesso obiettivo tanto che, nel 1997, un atto ufficiale arrivò a dichiarare la totale assenza di minoranze etniche nel Paese. In realtà gli Ainu, per quanto sterminati e privati delle loro terre, continuavano a esistere, benché con una popolazione di solo 25.000 persone di cui poche decine ancora parlanti l’antica lingua. Solo nel 2008 il Giappone ha riconosciuto gli Ainu come gruppo indigeno, ma il recupero delle loro tradizioni si prefigura lento e doloroso.

Per quanto possa sembrare impossibile, la situazione è stata, ed è, ancora peggiore per gli Ainu che vivevano nelle isole Curili e nella penisola di Kamchakta, oggi parte della Federazione Russa, dove non riescono neppure adesso ad avere riconoscimento legale.

Degli Ainu di, e in, Russia si sa molto poco. Gli Ainu vivevano in Estremo Oriente, gli Ainu per tutta la loro lunga storia sono stati perseguitati da qualcuno, e, infine, gli Ainu, come gruppo etnico, sono stati cancellati, nel 1979, dalla lista ufficiale dei gruppi etnici presenti sul territorio della Federazione Russa. Ma gli Ainu in Russia in realtà ci sono. Pochissimi, poche decine, forse un paio di centinaia, ma ci sono e, quando possono, vanno a visitare i loro fratelli giapponesi.

I primi esploratori russi della Kamchakta descrissero gli uomini Ainu come i “pelosi delle Curili”, a causa delle foltissime barbe degli uomini. Mentre riportarono che solo le donne si tatuavano, in particolare con vistosi disegni, tipo “sorriso di Joker”, attorno alle labbra. Ora il sorriso non se lo tatuano più, lo disegnano a matita in occasione delle loro festività. L’ultima donna Ainu tatuata con tutti i canoni morì nel 1998 in Giappone.

I primi antropologi russi che li descrissero, li definirono “simili ai contadini russi con la pelle scura o agli zingari, e ai giapponesi, ai cinesi o ai mongoli”.

Gli Ainu furono i primi nativi delle isole giapponesi, anche se nel Giappone stesso questo fatto non è molto amato e a lungo è stato nascosto.

Non andava meglio nell’impero russo dove era perfino proibito dire di essere un Ainu, e questo perché i giapponesi sostenevano che tutte le terre su cui vivevano degli Ainu facevano parte del Giappone. Ma gli Ainu vivevano sia sulle isole in possesso del Giappone, sia su quelle che erano in possesso della Russia. A un certo punto, divenne imbarazzante e semplicemente pericoloso dire di essere un Ainu: molti si assimilarono, parlando russo e convertendosi all’ortodossia. Il risultato fu che in Russia erano considerati giapponesi, e in Giappone russi.

Durante la seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica li accusò tutti di spionaggio, sabotaggio e collaborazione con il Giappone militarista, e li spedì nei gulag. Dopo la capitolazione del Giappone, nel 1946 sorse la questione del rimpatrio della popolazione giapponese dai territori russi. Gli Ainu, considerati sudditi giapponesi, furono trasferiti in massa a Hokkaido.

Nel 2010, in occasione del censimento russo, solo 109 persone si sono definite Ainu ma, su insistenza delle autorità del Territorio della Kamchatka, non sono stati registrati come tali. Nel 2015, gli Ainu russi si sono costituiti come organizzazione culturale senza scopo di lucro, ma il tribunale l’ha sciolta. Il motivo? Ufficialmente, non ci sono Ainu in Russia.

In Giappone, a seguito del loro riconoscimento come popolo indigeno, avvenuto, nel 2008, con una risoluzione votata dal parlamento, alcuni timidi passi avanti si stanno invece facendo. Il 14 gennaio scorso, il ministro delle finanze Taro Aso, è stato costretto a scusarsi per aver detto che il Giappone è una nazione a razza unica da più di due millenni, un’osservazione che ignorava l’esistenza del popolo Ainu. Nel 2019, dopo secoli di assimilazione forzata e discriminazione, il popolo Ainu è stato finalmente riconosciuto come indigeno con un’apposita legge la quale, tuttavia, a una attenta lettura si rivela molto lacunosa perché non garantisce alcuno dei diritti inclusi nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni. Le autorità giapponesi si sono giustificate adducendo, da un lato, la difficoltà di riconoscere se le persone che lo dichiarano siano effettivamente indigene, dall’altro rilevando l’inadeguatezza delle misure adottate in vari altri paesi come motivi per non seguire la dichiarazione delle Nazioni Unite. Tralasciando quest’ultima, puerile, giustificazione, occorre evidenziare che per le Nazioni Unite, sono indigeni coloro che si autodefiniscono come tali e che, a causa dei processi di colonizzazione, si sono venuti a trovare a vivere all’interno di uno stato. La legge che li ha riconosciuti formalmente come indigeni non riconosce quindi loro alcuno dei diritti collettivi, in particolare l’autodeterminazione e i diritti sulla terra, che sono fondamentali per l’identità delle popolazioni indigene, come previsti dalla Dichiarazione dell’ONU, e il governo giapponese non ha mostrato la minima intenzione di concederli. Inoltre, il Giappone non ha neppure sentito la necessità di scusarsi per le politiche discriminatorie di colonizzazione e per le sofferenze causate agli Ainu.

Cosa prevede allora la nuova legge? Oltre alla promozione della cultura e ai piani per la gestione del Museo e Parco Nazionale Ainu, ci sono norme che riguardano la promozione del turismo nelle regioni dove vivono gli Ainu. Di fatto, in concreto, c’è solo quanto scritto in premessa nella nuova legge, cioè la promessa di “realizzare una società che rispetterà l’orgoglio degli Ainu”. E’ a questo fine che, il 12 luglio scorso, il National Ainu Museum and Park (Upopoy), ha aperto al pubblico a Shiraoi (in Ainu: luogo con molti tafani). Il museo è una ricostruzione di un villaggio Ainu sulle rive del lago Poroto, poco fuori dalla cittadina di Shiraoi, sull’isola di Hokkaido. Non sono mancate le critiche. Alcuni Ainu accusano il governo di promuovere il turismo a scapito del loro popolo, mentre altri sono arrabbiati perché il governo non ha ancora fatto nulla di concreto per ripristinare i loro diritti indigeni.

E’ per riottenerli che, il 17 agosto appena trascorso un gruppo di indigeni Ainu ha intentato una causa presso il tribunale distrettuale di Sapporo con cui chiede al governo centrale e alla prefettura di Hokkaido di ripristinare i diritti degli Ainu per la pesca del salmone in un fiume locale a scopi commerciali. Attualmente, gli Ainu possono pescare solo per motivi puramente culturali sulla base di permessi concessi dalle autorità prefettizie.

Questa causa è la prima azione legale di questo tipo in Giappone. I querelanti hanno rimarcato che i loro antenati si guadagnavano da vivere catturando salmoni nel fiume in cambio di merci fino a quando il governo centrale non impose il divieto di pesca al salmone durante la prima parte dell’era Meiji (1868-1912), cioè quando il governo perseguì una politica di assimilazione forzata vietando l’uso della loro lingua, i tatuaggi per le donne e gli orecchini per gli uomini,  e vietando di dedicarsi ai loro mezzi di sussistenza tradizionali come la pesca e la caccia, e le spoglie dei loro antenati furono dissotterrate dalle loro tombe in nome della “ricerca”.

I ricorrenti sostengono che il divieto non ha fondamento giuridico e che hanno il diritto di catturare il salmone utilizzando reti da posta entro un raggio di 4 chilometri dalla foce del fiume. Il loro diritto di farlo, sostengono, risiede nella Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2007.661cf60a5eec3a8c5de6fbeff9540432

MG