COMBATTERE CONTRO IL JIHADISMO E’ REATO?

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo.

“COMUNICATO STAMPA”

sulla Sorveglianza speciale per due anni a Maria Edgarda Marcucci, combattente italiana Ypj con le donne curde in Siria contro l’Isis e i gruppi jihadisti sostenuti dalla Turchia.
Si tratta di un gravissimo atto contro una donna che ha rischiato la vita contro il jihadismo e l’Isis, per proteggere le donne e i civili contro l’aggressione turca, proprio da parte di uno stato che non ha un mosso un dito contro le guerre di Erdogan e che anzi, nonostante le promesse non mantenute, non ha mai smesso di vendergli armi.
Ci si accanisce contro l’unica donna del gruppo perché attiva nelle battaglie per il lavoro precario sottopagato, contro la guerra turca in Siria e in Non Una Di Meno.
Nelle motivazioni si dice esplicitamente che la figura di Eddi va valutata diversamente perché ha partecipato a un’iniziativa alla Camera di commercio di Torino, del tutto pacifica, contro il commercio di armi tra Italia e Turchia proprio mentre l’esercito turco bombardava le sue compagne in armi in Siria
Tutti e cinque siamo e ci consideriamo colpiti da questo provvedimento senza distinzioni. Ogni tentativo di dividerci sarà vano.
Tutti e cinque rivendichiamo tutto ciò che abbiamo fatto in Siria per la rivoluzione, la democrazia, la libertà delle donne e contro il fondamentalismo, e in Italia per informare sulla Siria e cambiare una società ingiusta.
E’ scandaloso che a una persona come Eddi si dia una misura del genere (seguendo una procedura che non assicura le garanzie di uno stato di diritto e deriva dal ventennio fascista) per essersi impegnata politicamente in Italia, contestando un sistema politico ed economico che oggi mostra tutte e sue fragilità e i suoi limiti: la gente sta morendo in alcuni casi senza cure per i tagli fatti in questi anni alla sanità.
Scandaloso che lo si sia saputo dalla stampa.
Chiamiamo alla mobilitazione di tutte e tutti per Eddi e per i curdi, gli arabi e gli altri popoli del Rojava e della Siria del nord che l’America, l’Europa e l’Italia hanno lasciato e lasciano massacrare dopo il contributo dato per la libertà e la sicurezza di tutti.
Eddi libera!

Jacopo Bindi
Davide Grasso
Fabrizio Maniero
Maria Edgarda Marcucci

Paolo Pachino”

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Un nuovo censimento per gli Indiani d’America e i Nativi dell’Alaska

Come nel resto del mondo occidentale, anche negli Stati Uniti, ogni dieci anni, è fatto il censimento generale della popolazione. A partire da ieri, 12 marzo, tutte le famiglie degli Stati Uniti hanno iniziato a ricevere l’invito a rispondere al questionario per il censimento del 2020. Per gli Indiani d’America e i Nativi dell’Alaska, il censimento è importante per molte ragioni. I dati che ne risulteranno saranno, infatti, utilizzati per allocare i fondi per i diversi programmi federali destinati agli indiani, tra cui il servizio sanitario, i programmi di edilizia abitativa, per l’istruzione, l’infanzia, ecc.. Inoltre, non meno importante, in base ai risultati del censimento possono essere ridefiniti i confini dei collegi elettorali per gli stati e anche per i distretti in cui verranno eletti i membri del congresso. E dove ci sono più indiani è più probabile che i loro rappresentanti possano essere eletti.

Questo è il 24° censimento degli Stati Uniti, da quando fu introdotto nel 1790. Da quella prima volta, dovettero passare ottant’anni prima che i Nativi Americani fossero contati fra la popolazione generale dell’Unione, perché ciò avvenne nel 1870. Una parte degli indiani furono censiti anche prima di quel periodo, ma al di fuori del censimento decennale della popolazione generale. A volte ci furono speciali censimenti per alcuni gruppi d’indiani. Uno fu il censimento degli Shawnee, del 1857, che fu fatto nell’allora Territorio del Kansas, e che era stato previsto dal Trattato con gli Shawnee, del 10 maggio 1854, allo scopo di assegnare a ogni Shawnee una certa quantità di terra. Nel 1907, il presidente Theodore Roosevelt ordinò di censire la popolazione dell’Oklahoma e dei territori indiani di quel Territorio, prima di accettare l’Oklahoma come stato dell’Unione.

Gli Stati Uniti America iniziarono ad avere interesse a censire i Nativi Americani solo quando i coloni iniziarono a spostarsi a ovest con la corsa all’oro tra il 1848 e il 1855, con la corsa all’accaparramento delle terre coltivabili nelle grandi praterie del 1862, con la necessità di trasformare i territori in stati. Tutti eventi che scatenarono guerre per la terra tra nativi e coloni. Prima di allora, e prima di avere costretto gli indiani nelle riserve, gli americani non avevano motivi per censire gli Indiani Americani. Ammesso che questi fossero disponibili a farglielo fare.

Fu nel 1860 che i Nativi Americani furono contati per la prima volta come parte della popolazione generale degli Stati Uniti, ma non tutti. La legge previde che fossero contati solo quelli che pagavano le tasse, che rinunciavano alla loro appartenenza tribale e che si assimilavano, diventando “americani”. Furono circa 40.000 quelli censiti in questo modo. Poiché a quei tempi i rilevatori del censimento, che erano tutti non-nativi, erano quelli che decidevano come classificare gli indiani, non avendo direttive precise su come comportarsi, fecero scelte diverse in base ai luoghi e alle situazioni che si trovarono di fronte. Così, quelli classificati come “indiani” generalmente furono inseriti nella colonna “colored” della scheda del censimento. E, coerentemente col fatto che dovevano avere rinunciato alla loro appartenenza tribale, non fu registrato a quali tribù appartenessero. I Pueblo del sud-ovest furono generalmente classificati come “non-bianchi”, ma  i Pueblo di Taos furono censiti come “color rame” o “indiano”. In alcuni casi, i nativi che vivevano in un insediamento insieme alla “popolazione bianca”, furono contati come “bianchi” e non identificati come indiani solo perché non vivevano in una riserva. In altri casi furono definiti half-breed, cioè meticci, anche se non lo erano affatto.

Dopo questa prima volta gli Stati Uniti iniziarono a contare i Nativi Americani indipendentemente dal fatto che pagassero o no le tasse. Va qui doverosamente evidenziato che è la stessa costituzione degli Stati Uniti ad avere conferito agli indiani “il privilegio” di essere esentati, come ancora, in effetti, lo sono, dal pagare le tasse e ciò perché, quando fu scritta, tutte le Nazioni Indiane erano considerate Sovrane ed estranee agli Stati Uniti d’America.

Col censimento del 1870, la popolazione indiana complessiva risultò essere di 313.712 individui che costituivano la popolazione nettamente prevalente in 5 stati e 10 territori. Solo l’8% degli indiani furono classificati come “tassati” e idonei per avere la cittadinanza americana. L’altro 92%, ovvero 287.981, era costituito da indiani non-tassati e quindi inidonei a diventare cittadini americani.

Il censimento del 1880 introdusse una novità perché l’Ufficio del Censimento stabilì che: “Gli indiani esterni alle relazioni tribali, siano essi di sangue pieno o mezzosangue, che si trovano mescolati alla popolazione bianca, che risiedono in famiglie bianche, impegnati come servi o lavoratori, o che vivono in capanne o wigwam alla periferia di città o insediamenti bianchi, devono essere considerati parte della popolazione ordinaria del paese ai fini costituzionali della ripartizione dei rappresentanti tra gli stati e devono essere accolti nel conteggio”. Non furono considerati come bianchi, ma comunque facenti parte della popolazione degli Stati Uniti.

Il 4 luglio 1884, quando oramai tutti gli indiani erano confinati nelle riserve, il congresso ordinò al Bureau of Indian Affairs di censirli. Gli agenti indiani dovevano presentare un conteggio annuale dei loro assistititi al commissario per gli Affari Indiani. Poiché la legge non diceva quali informazioni raccogliere ma solo di contare gli indiani, nei moduli del censimento indiano erano previsti solo il nome, la relazione familiare, il sesso e l’età delle persone indiane. Il censimento indiano annuale continuò fino al 1940.

Il censimento del 1890 fu considerato il primo “di tutti gli indiani” che risultarono essere poco più di 248.000. Tuttavia, poiché i documenti relativi a quel censimento finirono distrutti in un incendio a Washington, DC, per gli storici è difficile capire se ciò corrisponde al vero. In effetti, sembra che quasi mai ci sia stato un risultato del censimento che abbia contato “tutti” gli indiani. Sembra, infatti, che i Nativi Americani e i Nativi dell’Alaska siano stati sempre significativamente sottostimati rispetto al resto della popolazione degli Stati Uniti. Nel 1990, l’Ufficio del Censimento riferì di una sottostima ufficiale del 12,2% degli Indiani Americani, di una sottostima dello 0,7% nel 2000 e del 4,9% nel 2010. In vista del censimento attuale i leader tribali e le principali organizzazioni indigene si sono mobilitati per spiegare agli indiani, specie quelli in situazioni di maggiore disagio, l’importanza di avere un conteggio quanto più accurato possibile della popolazione degli Indiani Americani e dei Nativi d’Alaska.

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Per il governatore dell’Oklahoma i casinò sono un “ingiusto arricchimento per le tribù”

IMG_5742Il governatore dell’Oklahoma Kevin Stitt continua a minacciare i casinò delle tribù. Chiede che paghino più soldi allo Stato oppure che permettano che i casinò privati a scopo di lucro abbiano una possibilità sul mercato. Il 22 gennaio, il governatore Stitt ha chiesto a un giudice federale di chiudere le case da gioco tribali di Classe III nello Stato che includono giochi di carte, dadi, roulette, e alcune slot machine, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. Secondo il governatore, se le case da gioco commerciali non subissero la concorrenza di quelle tribali andrebbero in Oklahoma subito, e verserebbero allo Stato 350 milioni di dollari di tasse all’anno invece dei 137 che versano le tribù.

Nella sua argomentazione, ha sostenuto che questi casinò comportano un ingiusto arricchimento delle tribù. Perciò ha chiesto al tribunale un’ingiunzione per vietare “lo svolgimento illegale di tali attività di gioco fino a quando le tribù non negozieranno un patto con lo Stato”.

Secondo il consulente della Nazione Chickasaw, titolare di casinò come le altre 35 tribù presenti nello Stato: “Le tribù non dovrebbero più versare alcuna forma di compartecipazione delle entrate allo Stato. L’obbligo di compartecipazione impone alle tribù di rimettere i pagamenti solo se lo Stato garantisce una sostanziale esclusività nel mercato delle case da gioco di Classe III dell’Oklahoma”.

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Cheyenne Nation, Lucky Star Casino

Quando i casinò di Classe III diventarono legali in Oklahoma, si pensava che avrebbero reso circa 70 milioni di dollari all’anno di tasse di esclusività. Questa stima fu rapidamente superata. Lo stato ora incassa circa 150 milioni di dollari all’anno dai casinò tribali. Inoltre, la legge obbliga le tribù a reinvestire le proprie entrate a beneficio dei membri tribali o dello Stato. Per questo la posizione del governatore Stitt risulta incomprensibile alle tribù. Infatti, a differenza dei casinò tribali, i casinò a scopo di lucro hanno azionisti. E, come ha affermato il capo principale della Nazione Cherokee, Chuck Hoskin: “Gli operatori dei casinò commerciali, molti con sede a Las Vegas, non aprono strade nei loro stati, non costruiscono case per le persone nelle loro comunità, non forniscono borse di studio universitarie per gli studenti bisognosi, non aiutano gli insegnanti ad acquistare materiale didattico e non tengono aperti gli ospedali nelle comunità rurali e disagiate come fanno le tribù in Oklahoma”.

Inoltre i 63 casinò tribali di Classe III impiegano oltre 96.000 persone, molte delle quali nelle comunità rurali. Secondo l’American Gaming Association, l’Oklahoma ospita il secondo più grande mercato di casinò tribali che paga 4,6 miliardi di dollari stipendi e contribuisce con 13 miliardi di dollari all’economia dello Stato. Molti di questi posti di lavoro sarebbero a rischio e ciò avrebbe gravi ripercussioni sulla vita di intere comunità tribali. In totale i casinò tribali in Oklahoma sono 142.

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Sostieni i Mapuche e regalati un dipinto

Contribuisci ai nostri progetti in sostegno al popolo Mapuche e  regalati o regala un poster o un dipinto originale.

Leonardo Peña, 1997, Austin (Texas), cartoncino rigido da disegno (Tex Art), cm 38x50, tecnica mista

Leonardo Peña, 1997, Austin (Texas), cartoncino rigido da disegno (Tex Art), cm 38×50, tecnica mista

Le opere che vi proponiamo sono poster con foto di Sebastiao Salgado, o con soggetti di nativi americani (foto di vari autori), oppure dipinti e disegni di detenuti Nativi Americani, eseguiti in carceri del Texas nella seconda metà anni ’90, con tecniche varie su cartoncino o stoffa.

L’Associazione Il Cerchio è presente in territorio mapuche con propri osservatori internazionali dei diritti umani da molti anni. La nostra costante presenza ha suscitato fiducia nelle comunità e nelle autorità tradizionali mapuche con cui siamo entrati in contatto. Sulla pagina dedicata  puoi trovare le informazioni e gli aggiornamenti su quanto stiamo realizzando.

Qualunque somma ci è utile. Ti chiediamo di contribuire versando ciò che ti è possibile sul c/c postale n. 26748509 intestato a: Associazione “Il Cerchio”, via san Cresci 19 – 50032 Borgo San Lorenzo (FI).      IBAN IT 34 B 07601 0280 0000026748509    Nello spazio per le causali ti chiediamo di indicare, oltre al tuo Nome e Cognome, l’indirizzo postale completo, l’e-mail personale e scrivere “donazione liberale sostegno progetti territorio mapuche“.

SU QUESTA PAGINA TROVERAI I DETTAGLI, LE FOTO DEI DIPINTI E LE INFORMAZIONI:

http://www.associazioneilcerchio.it/wordpress/raccolta-fondi-per-progetto-con-le-comunita-mapuche/

Ricordiamo che l’Associazione Il Cerchio non ha scopo di lucro, e svolge le proprie attività grazie a contributi e donazioni. Ti ringraziamo quindi per ogni sostegno che potrai dare al nostro lavoro e alle popolazioni indigene e alle loro lotte.

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SERATA IN SOSTEGNO DELLA ONG NO NAME KITCHEN

Vi segnaliamo con piacere questa importante iniziativa, organizzata dall’associazione KIWANI (che fa parte del coordinamento Il Cerchio) e da MAISON MAKUTSU, in sostegno alla ONG spagnola NO NAME KITCHEN, che opera sulla rotta Balcanica, con la quale l’estate scorsa Arianna, socia della nostra Associazione, ha fatto un’esperienza di volontariato e ha potuto quindi constatare di persona la serietà dell’organizzazione e lo stato di necessità. NO NAME KITCHEN è un’organizzazione di volontari che operano in Grecia, Montenegro, Serbia e Bosnia. La presentazione che segue è un breve estratto di quella ufficiale di No Name Kitchen.IMG-20191208-WA0003

No Name Kitchen è un gruppo di persone indipendenti il cui progetto si basa sull’idea di coprire uno dei bisogni più elementari e universali: il cibo.

Siamo nati dalla profonda indignazione che proviamo per la disuguaglianza e l’ingiustizia che crea il sistema capitalista e razzista. Questo sistema separa le persone a seconda del loro paese di origine e non rispetta la Dichiarazione universale dei diritti umani , come il diritto alla circolazione (articolo 13) o il diritto al cibo, alla medicina o alla casa (articolo 25).

No Name Kitchen supporta le persone che non hanno accesso a cibi sani. Il nostro finanziamento proviene da singole donazioni ed entità che s’identificano con i nostri valori come consumatori responsabili e uso ecologico delle risorse.

No Name Kitchen continuerà ad aprire i propri confini e continuerà a creare reti di solidarietà che disobbediscono all’ingiustizia.

Come tutti sanno, il cibo è un’esigenza e con questo punto di partenza, nella cucina senza nome, distribuiamo cibo ogni giorno a colazione e pranzo. Inoltre, forniamo vestiti e offriamo docce periodicamente.

Per maggiori informazioni: https://www.nonamekitchen.org/

Chi vive in provincia di Firenze e volesse partecipare alla serata, può scrivere a: kiwani@iol.it

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HAWAI’I – A Mauna Kea riemerge una storia oscura

Oramai dimenticate da tutti, dal passato riemergono le storie dei prigionieri politici hawaiani del 1895. Lo storico Ron Williams Jr. stava setacciando gli archivi della magistratura hawaiana quando si è imbattuto casualmente in un libro pieno di fotografie della fine del 1800 ed etichettato come “prigionieri politici”.

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Un po’ più di un secolo fa, esisteva il Regno indipendente delle Hawai’i, con una società strutturata da un sofisticato sistema legale e religioso, e governato da monarchi di dinastie antiche. Molte delle principali nazioni del mondo inviarono i loro emissari in questo regno e stabilirono ambasciate nella sua capitale.

Nel giro di pochi decenni, un gruppo di uomini d’affari americani riuscì a rovesciare questa legittima monarchia e a imprigionarne la regina, a rubare la terra al popolo, e a dichiararsi padroni della nazione.

Lilioukalani, ultima regina del Regno, era determinata lottare con i suoi sudditi, oramai ridotti a soli 40.000 dagli 800.000 di un secolo prima. Nacque un movimento di resistenza che fu represso nel sangue. La regina fu arrestata, condannata, e confinata nel suo palazzo, da dove non potè uscire per molti anni. I marines americani imposero con le baionette un nuovo governo. Poi, del tutto illegittimamente questo regno diventò uno Stato degli Stati Uniti.

Lo storico Ron Williams pensò che le foto ritrovate fossero quelle dei partigiani della monarchia hawaiana che avevano preso le armi per riportare la regina Liliʻuokalani al trono. Alcune lo erano, ma è risultato che la maggioranza delle foto sono di persone che furono arrestate in seguito, semplicemente perché erano sostenitori della regina. Circa 370 uomini e donne dai 13 ai 77 anni furono arrestati dopo la fine  di quella che per gli Hawaiani è Kāua Kūloko, la Guerra Civile, del 1895.

La battaglia tra i partigiani lealisti e la nuova Repubblica delle Hawaii durò solo una settimana e si concluse con molti morti e l’arresto di circa 100 persone che avevano appoggiato Liliʻuokalani.

Ma poi la Repubblica decise di perseguire anche coloro che avevano in qualsiasi modo sostenuto quella resistenza o comunque che parteggiavano per la regina. Così furono arrestati tutti gli hawaiani più in vista: gli avvocati, i giudici, gli scrittori, insieme a molta altre a gente. Li accusarono di cospirazione, tradimento e così via. La maggior parte di questi prigionieri politici furono condannati a decenni di prigione ai lavori forzati, e sette di loro furono condannati a morte per impiccagione. A quel punto, la Repubblica andò dalla Regina e le offrì un accordo. Le proposero di commutare le condanne a morte in 30 anni di prigione, se avesse accettato di abdicare al trono. Se non lo avesse fatto, quegli uomini sarebbero morti. E la Regina, sotto costrizione, abdicò.

Arrestato all'età di 13 anni, questo è il più giovane dei prigionieri politici del 1885. Si chiamava Kalua.

Arrestato all’età di 13 anni, questo è il più giovane dei prigionieri politici del 1885. Si chiamava Kalua.

Una delle prime storie che sono state ricostruite da Ron Williams è quella di un giudice hawaiano di Maui, William Henry Daniels, che era titolare della Maui Fruit & Taro Co. Aveva dieci figli e i suoi affari andavano abbastanza bene. Ma era un esempio del tipo di hawaiani che la Repubblica non poteva permettersi di far esistere perché dava ai nativi qualcuno in cui riconoscersi perché era un uomo di successo ed era un sostenitore della regina. Il giudice Daniels rifiutò di prestare giuramento di fedeltà al nuovo governo repubblicano. Trascorse quattro mesi in prigione e finì per fallire. Quando uscì di prigione, non aveva più nulla e nemmeno riuscì a trovare un lavoro. Così, circa un anno e mezzo dopo la fine della prigionia, si è tolse la vita.

Lo storico Williams sta tentando di ricostruire le storie delle altre persone nelle foto. Ma sono centinaia. Sarà un lungo lavoro.

Tratto da Hawai’i Public radio.

Articolo originale di:

KU`UWEHI HIRAISHI

del 28 OTTOBRE 2019

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