Bolsonaro presidente: una notizia catastrofica per le tribù indigene del Brasile

Il 1° gennaio Jair Bolsonaro ha prestato giuramento ed è così diventato il 38° Presidente del Brasile. In campagna elettorale aveva promesso di aprire la foresta amazzonica allo sfruttamento agricolo e minerario e alle grandi dighe idroelettriche, riducendo i vincoli posti a difesa della natura e dei popoli indigeni. Con un provvedimento firmato poco dopo essersi insediato, Bolsonaro ha tolto alla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai, Fundaçao Nacional do Indio) una delle sue funzioni più importanti e significative: l’identificazione e demarcazione dei territori dei popoli indigeni del paese per affidarla alla ministra Tereza Cristina che nel governo rappresenta le lobby dei grandi proprietari terrieri che da sempre sono in conflitto con gli indigeni per lo sfruttamento dei loro territori. Con questo provvedimento iniziano a prendere corpo le minacciose affermazioni passate di Bolsonaro: “È un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente come quella statunitense, che ha sterminato gli indiani”.

Questi inviti a massacrare impunemente gli indigeni, perpetuando un nuovo genocidio sono già stati presi in parola. Lo scorso 21 dicembre, un commando ha assaltato il campo base della Fondazione Nazionale Indigena (Funai), che è l’ente governativo incaricato di proteggere i nativi, sui fiumi Ituí e Itacoaí, lungo il confine tra Brasile e Perù. Quella regione è la patria di diciassette popoli nativi incontattati, cioè in isolamento volontario. Le tribù incontattate sono particolarmente vulnerabili, non solo perché a rischio di essere sterminati dal contagio con malattie per cui non hanno difese immunitarie, ma perché diventano facili bersagli di uomini senza scrupoli, spesso al soldo delle lobby agricole, minerarie e del legname, da cui sono assaliti e massacrati per poter accedere più facilmente alle risorse naturali. Le notizie degli eccidi spesso emergono solo mesi, se non anni, dopo perché senza testimoni.

Non lontano dalla città di Colniza, nella parte centro-occidentale del Brasile, una delle zone con il più alto tasso di criminalità del paese, dove il 90% degli introiti provengono dal disboscamento illegale, vivono i Kawahiva una delle ultime tribù incontattate. Sono una comunità di qualche dozzina di persone in fuga. Scappano dalle moto seghe dei taglialegna e dai bulldozer degli allevatori. E soprattutto dai fucili delle milizie reclutate per sterminarli. Tutti gli appelli lanciati in loro favore sono caduti nel vuoto. Per il Brasile la loro sicurezza non è una priorità. Ciò che interessa sono oro, stagno e magnesio di cui è ricca la regione. E per il presidente Bolsonaro gli indigeni sono dei selvaggi che ostacolano gli affari economici dei suoi grandi elettori, i latifondisti della grande produzione agroalimentare. Prevenire un genocidio di persone non contattate non è una priorità per Bolsonaro. Una volta disse: “Non esiste un territorio indigeno dove non ci siano minerali. Oro, stagno e magnesio si trovano in queste terre, soprattutto in Amazzonia, la zona più ricca del mondo. Non mi sto addentrando in questa assurdità di difesa della terra per gli indiani”.

Come ha riportato il quotidiano Avvenire l’attacco alla Funai del 21 dicembre ha rappresentato un salto di qualità. Paulo Dollis Barbosa da Silva, presidente dell’Unione dei popoli indigeni della Valle del Javarí ha dichiarato: “Erano armati fino ai denti, un’équipe di Funai stava pattugliando il fiume con la scorta della polizia militare quando funzionari e agenti sono stati bersaglio di una raffica di proiettili. Non è il primo scontro tra vigilanti e “invasori”, come chiamiamo chiunque irrompa nella nostra terra: cacciatori e pescatori di frodo, minatori illegali, trafficanti di droga. Stavolta, però, questi ultimi avevano moltissime munizioni. Hanno sparato per uccidere. Il fatto è che si sentono appoggiati dal nuovo presidente. È solo l’inizio dell’effetto Bolsonaro”.

Non si è trattato di un episodio isolato. Il primo dicembre, sempre nella Valle del Javarí, è stata distrutta una delle imbarcazioni impiegate dalla Funai per i suoi sopralluoghi. A ottobre è toccato a una base di protezione degli indios Kawashiva.

Le posizioni espresse da Bolsonaro preoccupano non poco i nativi e quanti difendono i loro diritti. Appena qualche settimana fa, ha paragonato le terre in uso esclusivo per gli indigeni a “giardini zoologici per animali”. E ha ribadito l’intenzione di “volerli integrare”, termine impiegato dall’ultima dittatura militare e associato al sistematico sterminio dei nativi.

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CILE – Mapuche in resistenza occupano le loro terre ancestrali

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
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“Lago Lleu Lleu / territorio Lavkenmapu*
Comunicato pubblico
Le comunità rivierasche del lago Lleu-lleu comunichiamo all’opinione pubblica nazionale e internazionale oggi mercoledì 19 dicembre 2018 quanto segue:
A partire dall’istallazione dello stato cileno (processo di “pacificación” 1870), esso ha solo ha portato  miseria e sofferenza per la nostra gente, e ancor più dall’inizio del processo dittatoriale (tuttora vigente, dovuto al fatto che ancora siamo sotto la Costituzione del 1980) il quale fu estremamente violento con i nostri fratelli, laddove lo stato sistematicamente attraverso la sua polizia ha colpito e perseguitato, incarcerandoci e obbligandoci a vivere dipendendo dalle sue politiche di sussidi, volendo controllare finanche il modo di vivere della nostra gente, dividendoci, trasformandoci in consumisti e individualisti per mantenerci sotto il controllo con il modo di vita capitalista…
Oggi diciamo, con forza e unità, BASTA!
Come conseguenza, dichiariamo quanto segue:
Kiñe [1]: 11 comunità circostanti al lago lleu Lleu hanno iniziato il processo di recupero e occupazione delle nostre terre ancestrali che legittimamente ci appartengono.
Epu [2]: l’obiettivo di questo recupero è proteggere il nostro lago Lleu lleu in tutti i suoi ambiti: spirituale, culturale, ambientale e poter decidere autonomamente qual’è il modello di sviluppo che vogliamo, per il benessere della nostra gente in comunione con la nostra Ñuke Mapu [Madre Terra n.d.t.].
Kula [3]: oggi siamo riusciti ad autoconvocarci in modo trasversale, siamo più 500 fratelli (Papay, chachay, wechekeche, picheke, peñis, lamuen e wenuy) che abbiamo occupato il fondo Choke, per iniziare il processo di ripopolamento di tutta la riviera del  nostro lago Lleu lleu, allontanando le forze repressive dello stato insieme a qualsiasi accenno dominio impresariale-forestale.
Meli [4]: facendo uso del nostro legittimo diritto a decidere autonomamente rispetto a cosa fare del legname che si trova nelle nostre terre usurpate, dichiariamo che non lasceremo che si attivino le assicurazioni delle imprese forestali, per tanti non bruceremo le piantagioni, ma le elimineremo in modo che servano per la costruzione di ponti, stalle, abitazioni, mobili e qualunque altro prodotto di cui necessitiamo per procedere nel ri-abitare il nostro territorio usurpato, e inoltre dichiariamo che l’obiettivo è cambiare il modello produttivo, dalla selvicoltura ad uno che si accordi con il nostro antico modo di vivere, sviluppando agricoltura, allevamento, apicoltura, per veder rinascere i nostri boschi che ci fanno lawen [erbe curative, n.d.t.] e frutti silvestri, far rinascere le nostre sorgenti perché l’acqua torni a nascere e scendere dalla cordigliera di Nahuelbuta, in modo da alimentare l’equilibrio naturale del nostro lago.
Kechu [5]: i confini naturali dei nostri antenati sono: il fondo Becker a nord, a sud il fiume Pallaco, a ovest la  rivera del lago e a est fino a  Charrocura, totalizzando 20.000 ettari in processo di recupero, dove ricostruiremo il nostro lof [comunità indigena, n.d.r.], rispettando così i processi di resistenza che abbiamo iniziato in questi anni nel nostro territorio ancestrale
Kayu [6]: facciamo un’energica chiamata a tutti i nostri fratelli ad appoggiare e a non zoppicare nella legittima lotta del nostro popolo nazione mapuche, a stare fermamente a lato delle nostre famiglie che oggi soffrono gli attacchi dello stato cileno e dei suoi apparati di sicurezza, a esigere la liberazione dei nostri prigionieri politici, e a non permettere più nessun abuso contro la nostra infanzia…
Oggi è il momento di alzare la nostra voce e gridare libertà e autonomia per il nostro popolo, lo stato cileno ha perduto valore persino tra la propria gente, salutiamo e solidarizziamo anche con tutto il popolo povero, che soffre l’abuso e la persecuzione politica, per il solo fatto di lottare.
Regle [7]: le comunità esigiamo il ritiro immediato delle imprese forestali dal nostro territorio e degli apparati repressivi che curano solo gli interessi  del capitale, nazionale e internazionale, dando un prezzo e mercanteggiando le mal chiamate “risorse” naturali, che sono parte fondamentale della nostra cosmovisione e del modo di vita che dai tempi remoti sono scolpiti nella nostra memoria, che sicuramente torneranno a rinascere in ognuna delle gocce di sudore che cadranno prodotte dal nostro lavoro comunitario nella nostra Ñuke [madre n.d.r.] e in ogni conversazione intorno al fuoco eternizzato delle nostre rucas [capanne tradizionali n.d.r.].
Purra [8]: infine, dichiariamo che non permetteremo l’intromissione di alcun apparato dello stato cileno, né di alcun organismo che lo rappresenti, assumeremo il nostro destino nel modo mapuche, Così come ce lo insegnarono i nostri antenati.
Amulepe taiñ weichan
[che continui la nostra lotta b.d.r.]
Comunità
Venancio Ñeguey, sector choke / Juan huichalao Porma, Choke, / Esteban Yevilao, choke/ Lorenzo Lepin Millahual, Rankilwe Chico/ Jose  Lincopan Lepuman, rankilwe grande/ Francisco Millabur Cau cau, Rankilwe Grande/ Lorenzo neculqueo, sector Txanakepe/ Humberto Millahual, mikiwe/ Lorenzo Pilquiman, Mikiwe/ Salto Lorcura, sector Lorcura/Segundo yevilao, rankilwe chico/
* Regione del Bío Bío, provincia di Arauco, Cile”
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DONNE NATIVE IN CAMMINO

safe_image-php Lunedì 3 dicembre 2018,vestita con le sue insegne tradizionali, Ruth Buffalo (Mandan, Hidatsa e Arikara Nation) ha prestato giuramento come rappresentante dello Stato del North Dakota, a Bismarck.

Ruth Buffalo è una democratica e rappresenterà il Distretto n. 27, la zona della città di Fargo. Questo era tradizionalmente un distretto repubblicano.

Ruth Buffalo è la prima democratica Indiana Americana a essere eletta nel parlamento del North Dakota e dopo avere strappato il seggio all’ex presidente in carica Randy Boehning.

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Capitol Hill, Bismarck, North Dakota

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Il Cile continua a uccidere

Nel pomeriggio del 14 novembre 2018 è stato ucciso, per mano del Comando Jungla dei carabinieri cileni, il giovane Camilo Catrillanca, nipote del lonko (capo politico e spirituale) Juan Segundo Catrillanca  della comunità Tradizionale di Temucuicui e figlio di Marcelo Catrillanca, storico attivista del popolo Mapuche.
Denunciando il tragico risultato dell’azione sconsiderata del Comando Jungla dentro il territorio della comunità, ricordiamo che questo reparto antiterrorismo dei carabinieri è stato creato dallo stato Cileno e formato in Colombia con il fine di reprimere le comunità Mapuche in lotta per i propri diritti di terra e autonomia.
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Come associazione di osservatori umanitari, con quasi 10 anni di permamenza nelle comunità mapuche oggetto di questa repressione, siamo partecipi dello sdegno, della rabbia e della frustrazione che provano la famiglia, le comunità mapuche e le organizzazioni umanitarie locali; denunciamo che si è trattato di un omicidio sangue freddo per le modalità con cui è avvenuto il fatto e che stanno emergendo già a poche ore di distanza.
Il giovane mapuche è morto per le conseguenze di un proiettile entrato nella testa dalle spalle. La balistica smonta così immediatamente il racconto dei carabinieri che, cosa stranamente abituale, giustificano l’operazione come conseguenza di un furto d’auto. Fatto di per sé già abbastanza assurdo se si pensa che un delitto comune avrebbe visto il dispiego di mezzi corazzati militari, elicotteri e forze speciali con armi da guerra.
La realtà propende per essere un’ennesima azione deliberata contro una delle comunità mapuche più attive nel reclamare i propri diritti e sorgono dubbi che si tratti di omicidio mirato a colpire la famiglia di un leader storico come Catrillanca.
Camilo si trovava sul suo trattore, rientrando a casa da lavori nel territorio della comunità quando si è incrociato con il Comando Jungla risultando ucciso a sangue freddo. Esigiamo giustizia  per questo omicidio, il cui sangue macchia direttamente le istituzioni e il governo cileno che finanziano e sostengono le azioni del Comando Jungla.
Questa morte si somma alle già troppe morti di comuneros mapuche per mano dello stato cileno, come Alex Lemun, Matias Catrileo, Mendoza Collio, per citarne alcuni. E’ il risultato della chiusura dello stato cileno al dialogo e al riconoscimento dei diritti del popolo mapuche ed è analogo a ciò che accade in luoghi del mondo come la Palestina.
Ci associamo al Centro de Investigación y Defensa Sur (CID Sur) nel chiedere immediatamente una investigazione imparziale e che i responsabili siano tratti davanti alla giustizia a rispondere di questo omicidio.
Camilo lascia una figlia di sei anni e la moglie in stato di gravidanza.
PER DIFFONDERE LA DENUNCIA USA GLI INDIRIZZI ALLEGATI

Una Corte federale blocca il gasdotto Keystone XL

Due giorni dopo la sua presidenza, Donald Trump firmò un ordine esecutivo per approvare la costruzione del gasdotto Keystone XL e del Dakota Access Pipeline. Giovedì scorso, un giudice federale ha deciso di bloccare temporaneamente la costruzione del gasdotto Keystone XL, affermando che l’amministrazione Trump non aveva adeguatamente motivato la sua decisione di concedere il permesso.

Il presidente Barack Obama aveva respinto il progetto da 8 miliardi di dollari alla fine del 2015, ma il presidente Trump annullò le decisione nel marzo 2017 e il Dipartimento di Stato ha concesso a TransCanada un permesso per la costruzione. Ma dopo la decisione nel Montana dell’ 8 novembre, il Keystone XL Pipeline – un oleodotto lungo 1.200 miglia che collegherebbe il greggio delle sabbie bituminose del Canada alle raffinerie sulla costa del Golfo del Texas – è ora nuovamente nel limbo.

La decisione, presa dal giudice Brian Morris del tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto del Montana, non blocca permanentemente il permesso. Tuttavia, l’amministrazione Trump deve rivedere i potenziali impatti negativi relativi al cambiamento climatico, alle risorse culturali e alle specie in via di estinzione. Considerando il licenziamento delle prove asserito dall’amministrazione, l’inversione della decisione da parte di Morris è una battaglia in salita. Secondo l’ordine del tribunale di Morris, l’uso da parte del governo statunitense di una revisione ambientale del 2014 per giustificare il permesso presidenziale ha violato la legge sulla politica ambientale, la legge sulle specie in via di estinzione e la legge sulla procedura amministrativa.

In breve, il lavoro deve fermarsi.Unknown-1

“La Corte esige che i Convenuti Federali e TransCanada non intraprendano alcuna attività a sostegno della costruzione o della gestione di Keystone e delle strutture associate”, dicono i documenti del tribunale, “fino a quando il Dipartimento non ha completato un supplemento al SEIS 2014 (Supplemental Environmental Impact Statement) che è conforme ai requisiti della NEPA e dell’APA. ” Morris ha citato l’amministrazione Trump ignorando i fatti relativi agli “impatti legati al clima” e che il Dipartimento di Stato “ha semplicemente scartato i risultati fattuali precedenti relativi ai cambiamenti climatici per sostenere la sua inversione di rotta”. Inoltre, secondo Morris il Dipartimento di Stato non ha “analizzato le emissioni cumulative di gas serra” e “ha agito in merito a informazioni incomplete riguardo al potenziale danno ai territori indiani”. “Un’agenzia non può semplicemente ignorare le determinazioni fattuali contrarie o sconvenienti che ha fatto in passato, così come non può ignorare i fatti scomodi”, ha affermato Morris. Jackie Prange, avvocato senior presso il Natural Resources Defense Council, ha dichiarato al Washington Post: “È emblematico ciò che stiamo vedendo con l’amministrazione Trump, che è un’inversione molto veloce e sciatta delle decisioni precedenti … in un modo che non aderire allo stato di diritto “, ha detto Prange The Post. “Ecco perché continuiamo a vincere in tribunale”.

I commenti della rete ambientale indigena

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L’Indigenous Environmental Network, uno dei querelanti del caso a fianco della North Coast River Alliance e del Northern Plains Resource Council, è ricorso ai social media poco dopo la decisione presa giovedì. Hanno anche pubblicato una dichiarazione di alcuni dei leader delle organizzazioni sul loro sito web di Indigenous Rising, oltre a nominare i cinque punti citati da Morris che hanno portato a una decisione nel favore dei querelanti.

Il giudice Morris ha stabilito che l’approvazione del gasdotto KXL ha violato la National Environmental Policy Act (NEPA) e la legge sulla procedura amministrativa perché:

– Il presidente Trump ha ignorato le precedenti constatazioni di fatto dell’ex segretario di Stato John Kerry secondo cui il gasdotto KXL avrebbe ingiustamente aggravato il cambiamento climatico.

– manca un’indagine adeguata sulle risorse culturali dei nativi americani che sarebbero state danneggiate dal gasdotto.

– manca una valutazione adeguata, tramite modelli di simulazione, delle potenziali fuoriuscite di petrolio e il loro impatto sulle risorse idriche.

– manca l’analisi degli effetti cumulativi di questo progetto sulle emissioni di gas serra.

– manca una valutazione degli effetti degli attuali prezzi del petrolio sulla redditività del progetto.

Le seguenti dichiarazioni sono state rilasciate dai membri della rete ambientale indigena:

Tom Goldtooth, direttore esecutivo per la rete ambientale indigena

“Questa è una vittoria per Lakota, Oceti Sakowin e altre nazioni tribali, per l’acqua e per la sacralità della Madre Terra. Questa decisione conferma ciò che abbiamo sempre detto: l’approvazione di Trump di questo gasdotto era illegale, violava le leggi ambientali e si basava su fatti falsi. La nostra lotta legale è stata per il beneficio di tutta la vita lungo il percorso proposto di questo gasdotto canadese di sabbia bituminosa. Questo oleodotto è il nemico delle persone e della vita come lo conosciamo. Deve essere fermato. Continueremo le nostre preghiere ad agire per combattere l’amministrazione Trump in difesa del sacro, per proteggere i diritti degli indigeni, per difendere i nostri territori del trattato e per difendere la prosecuzione delle prossime sette generazioni di vita sulla Madre Terra, libere dai combustibili fossili. ”

Joye Braun, IEN Frontline Community Organizer, Cheyenne River Sioux Nation

“Abbiamo combattuto contro questo oleodotto con le unghie e con i denti ed è una grande affermazione sapere che questo giudice è d’accordo con noi. Il permesso del presidente Trump era completamente illegale e contrario alla procedura corretta. Per la nostra gente, è sempre stata una questione di no: nessun consenso, nessuna conduttura. Continueremo a lottare per la nostra sovranità come nazioni, i nostri siti culturali e storici, per la sicurezza della nostra gente dai campi dell’uomo e per la medicina sacra che è l’acqua. Combatteremo e vinceremo. “

Waniya Locke, People Over Pipelines, Grassroots Of Standing Rock

“Uno dei primi atti presidenziali di Trump è stato quello di approvare il gasdotto Dakota Access, una violenza al nostro popolo pacifico. Quindi sono felice di vedere che Trump viene controllato, che la sua approvazione di Keystone XL è stata annullata e che dovrà rivalutare gli effetti di questo gasdotto sulla terra e sui siti culturalmente significativi. E’ incredibile, ma dalle praterie aperte alle aule dei tribunali, i nostri antenati e luoghi sacri ci stanno proteggendo. “

Lewis Grassrope, Wiconi un Tipi Camp a Lower Brule, South Dakota

“Attraverso le nostre preghiere, ci siamo battuti per il bene più grande della nostra gente. Oggi una di quelle preghiere è stata esaudita con questa decisione su Keystone XL, ma dobbiamo ancora mantenere la rotta per tenere il nostro popolo al riparo da qualsiasi atto atroce che possa influire sulle nostre vite e sui mezzi di sostentamento. “

Manape LaMere, rappresentante del governo della nazione Sioux degli indiani e dei capi birmani dell’islam di Bdewakantowan

“Supportandoci l’un l’altro dopo Standing Rock e portando consapevolezza in tutto il nostro territorio, abbiamo inferto un duro colpo all’amministrazione Trump. Continuiamo a pregare e a mettere in atto quelle preghiere attraverso l’azione, che questo progetto KXL rimanga in agonia fino a quando non possiamo veramente rivendicare la vittoria finale “.

Traduzione di Vittorio Delle Fratte per l’Associazione “Il Cerchio”

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La Corte Suprema degli Stati Uniti nega a un capo Yakima di assistere a un’udienza in abiti tradizionali

Il 30 ottobre appena trascorso, la Corte Suprema degli Stati Uniti, a Washington, DC, ha tenuto un’udienza relativa a una causa iniziata cinque anni fa che mette in discussione i diritti stabiliti in un Trattato del 1855 tra gli Stati Uniti e la Nazione Yakama nello Stato di Washington.

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Nel 2013, il Dipartimento per le licenze dello Stato di Washington ha chiesto 3,6 milioni di dollari al proprietario di una stazione di servizio a White Swan nella Riserva Yakama. Lo Stato ha sostenuto che Ramsey non era autorizzato a trasportare il gas dall’Oregon alla Riserva senza pagare le tasse. Il Nono Circuito della Corte Suprema ha dato ragione agli Yakima e il Dipartimento per le Licenze ha presentato ricorso alla Corte Suprema. La questione principale è se i membri tribali debbano essere tassati dallo Stato, se il gas è venduto nella Riserva, la quale, secondo la legge federale, è sovrana. La tribù rileva che il Trattato esenta i membri tribali dalle tasse per due motivi. In primo luogo, trasportando il carburante, i membri della tribù esercitano il loro diritto a viaggiare, che è garantito dal Trattato nel 1855. In secondo luogo, la tribù contesta che la tassa stessa riguardi il trasporto del carburante, non il carburante in se.

JoDe Goudy, Presidente del Consiglio tribale Yakama, ha ricordato che la sua tribù ha accettato di rinunciare a una quantità di terra più grande dello stato del Maryland quando firmarono il trattato e che in cambio della terra, i membri della tribù potevano viaggiare liberamente sulle strade pubbliche. Quella clausola di viaggio è unica per il trattato della Nazione Yakama, e gli avvocati della tribù dicono che si applica anche ai beni trasportati sulle strade pubbliche.

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Il presidente Goudy si è recato all’udienza vestito secondo le regole tradizionali che distinguono i leader tribali., ma gli agenti della sicurezza gli hanno detto che così abbigliato non poteva entrare perché la corte poteva esserne influenzata e che il suo copricapo avrebbe ostacolato la visuale degli altri. A seguito delle proteste di Goudy un funzionario della Corte Suprema ha confermato che avrebbe potuto presenziare all’udienza solo se avesse tolto il suo copricapo di penne, ma lui ha rifiutato di toglierlo dicendo che si sarebbe seduto in fondo all’aula in modo da non ostacolare la vista di nessuno, ma gli è stato comunque negato il permesso perché la Corte non può essere soggetta a influenze esterne. Il funzionario ha informato il signor Goudy che cappelli o copricapo sono permessi in aula solo per motivi religiosi o medici. Ma Goudy ha contestato questa concezione della religione perché per gli Yakama non esiste separazione fra religione e governo politico e che per loro la religione è una parte fondamentale di ogni aspetto del loro governo e della leadership. Poiché, fra le altre cose, il trattato del 1855 avrebbe anche dovuto preservare uno stile di vita tradizionale, la Corte Suprema, nel costringere Goudy ad aderire agli standard dell’abbigliamento occidentale in queste circostanze, oltre che tenere un comportamento offensivo, violerebbe anche il Trattato.

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L’udienza si è comunque tenuta in sua assenza e si è conclusa con l’accettazione della Causa con il seguente:

Atto della Corte Suprema

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Un trattato del 1855 tra gli Stati Uniti e la nazione indiana Yakama fornisce ai membri della tribù “il diritto, in comune con i cittadini degli Stati Uniti, di viaggiare su tutte le autostrade pubbliche”. In una serie di casi, il Nono Circuito ha respinto le affermazioni secondo cui questo linguaggio esoneri gli Yakama dalle tasse o dalle tasse statali sulle attività commerciali fuori della Riserva, ritenendo invece che il linguaggio si limiti a garantire ai membri delle tribù il diritto di viaggiare su autostrade pubbliche senza pagare una tassa per tale uso o ottenere l’approvazione dello stato. In questo caso, tuttavia, la Corte Suprema di Washington ha interpretato il trattato in modo molto più ampio, ritenendo implicitamente vietato agli stati di tassare “qualsiasi commercio, viaggio e importazione” da parte degli Yakama, anche se fuori dalla Riserva, “che richieda l’uso di strade pubbliche.” La Corte distrettuale ha quindi ritenuto che il trattato impedisca allo Stato di Washington di imporre imposte sul carburante all’ingrosso a Respondent Cougar Den, un distributore di carburante di proprietà degli Yakama che importa milioni di litri di carburante nello Stato di Washington ogni anno per la vendita al pubblico.

La domanda presentata alla Corte Suprema è:

Se il trattato di Yakama del 1855 crea un diritto per i membri della tribù di evitare le tasse statali sulle attività commerciali fuori dalla riserva che fanno uso di autostrade pubbliche.

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