Fermiamo il genocidio in Brasile

FIRMIAMO LA PETIZIONE PROMOSSA DA SURVIVAL

visita il loro sito su:

https://www.survival.it/petizioni/genocidiobrasile

questo il testo

 Egregio Presidente Jair Bolsonaro,

La esorto cortesemente a rispettare la costituzione del Brasile e le convenzioni internazionali che il Paese ha ratificato, e ad assicurare che i territori indigeni siano protetti dalle invasioni illegali e dall’intervento esterno per garantirne l’uso esclusivo da parte dei popoli indigeni.

Ciò include le terre delle tribù incontattate. In Brasile vive il maggior numero di popoli incontattati al mondo. La loro terra deve essere protetta per impedirne il genocidio, e permettergli di sopravvivere e prosperare.

I primi popoli del Brasile sono una parte cruciale della Vostra nazione e la loro sopravvivenza è fondamentale per tutta l’umanità.


Mi unisco alle richieste dei popoli indigeni di tutto il Brasile: per favore, permetta al FUNAI di proteggere i territori indigeni, e garantisca che i diritti indigeni siano pienamente rispettati.

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I popoli indigeni e il COVID-19

Nel mese di aprile 2020, il ministero della salute del Brasile ha riferito della morte, causa Covid19, di un ragazzo quindicenne appartenente alla tribù Yanomami. Gli Yanomami vivono in una zona della foresta amazzonica tra il Brasile e il Venezuela e sono la più grande tribù indigena isolata nelle americhe. La morte di questo giovane ha destato molte preoccupazioni per la sorte dei popoli indigeni che vivono in isolamento volontario nel bacino amazzonico: circa 200 tribù, per circa 10.000 individui complessivi. La maggior parte di esse, ben 114, vivono nell’Amazzonia brasiliana. Per questi popoli l’isolamento è una consapevole strategia di conservazione collettiva, che consente loro di mantenere i propri sistemi sociali, le loro culture, le loro lingue e tradizioni.

I nuovi pericoli innescati dalla pandemia di Covid19 possono essere fatali per la sopravvivenza di queste tribù poiché esse sono particolarmente vulnerabili alle malattie contagiose contro le quali non hanno alcuna difesa immunitaria e non possono contare su alcun sistema sanitario. In altre parole, mentre la loro vulnerabilità immunologica è massima, la capacità di risposta sanitaria è minima, perciò il rischio di etnocidio è, ancora una volta, molto alto per i popoli dell’Amazzonia che vivono in isolamento volontario. Nonostante che parti delle loro terre siano state legalmente istituite come aree protette, la principale minaccia alla sopravvivenza di quei popoli è l’invasione da parte di scienziati, ricercatori, missionari, militari, disboscatori e minatori illegali, e allevatori. Come se tutto ciò non bastasse il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, ha recentemente presentato un disegno di legge che aprirà queste terre all’attività mineraria, all’estrazione di petrolio e gas, in nome del cosiddetto “sviluppo”. Occorrerebbe, invece, garantire a questi popoli il diritto all’autodeterminazione, come sancito dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni.

Anche la Commissione interamericana per i diritti umani ha ricordato agli stati la necessità di rispettare, promuovere e proteggere il diritto a vivere in isolamento volontario e a non essere contattati di questi popoli. Inoltre, gli stati hanno l’obbligo internazionale di rispettare il diritto alla salute delle popolazioni indigene; in particolare, le Linee guida delle Nazioni Unite per la protezione delle popolazioni indigene in isolamento volontario della regione amazzonica, del Gran Chaco e della regione orientale del Paraguay, indicano che gli stati devono impedire la trasmissione di malattie a tribù isolate, attraverso il divieto o la limitazione delle attività degli estranei all’interno delle loro terre. In ottemperanza a quest’obbligo, la Colombia ha chiuso i parchi nazionali di Tayrona e della Sierra Nevada già dal 15 marzo 2020, con l’obiettivo esplicito di impedire la diffusione del virus Covid19 fra le popolazioni che vivono in queste aree. Mentre troppi stati, come il Brasile, sembrano del tutto disinteressati a proteggere l’integrità e garantire la sopravvivenza delle popolazioni indigene isolate che vivono all’interno dei loro confini.

Lo scenario di un nuovo genocidio dei popoli indigeni americani sta prendendo forma. Ancora una volta, le violazioni del loro diritto a vivere e rimanere in isolamento minacciano la loro sopravvivenza. Mentre molti stati in tutto il mondo hanno imposto politiche drastiche di contenimento a tutte le loro popolazioni e misure punitive per il mancato rispetto degli ordini di confinamento, non rispettare il diritto collettivo all’isolamento volontario dei popoli amazzonici è una scelta sciagurata.

Non va molto meglio in America settentrionale dove la pandemia sta colpendo seriamente riserva della Nazione Navajo che, con quasi cinquemila casi, ha superato per numeri di contagi sia gli stati di New York e New Jersey. I nativi americani non hanno né difese immunitarie sufficienti, né strutture ospedaliere in grado di fronteggiare l’emergenza Covid19. I Navajo, che come quasi tutte le tribù indiane, hanno tassi di povertà molto elevata non hanno strutture adeguate per potersi curare e in molte zone non c’è neppure l’acqua e loro devono fare parecchi chilometri per trovarla, il che rende estremamente complicato il frequente lavaggio delle mani. I Navajo hanno atteso per settimane la parte loro spettante dei 4,8 miliardi di dollari resi disponibili dal governo statunitense per le 574 tribù riconosciute e da usarsi per fronteggiare la pandemia. Quando hanno chiesto forniture mediche si sono visti recapitare le sacche di plastica per contenere i cadaveri. Medici senza frontiere ha inviato un gruppo di specialisti in malattie infettive, ma senza gli strumenti adatti anche loro sono in enorme difficoltà. Gli ospedali non sono, infatti, attrezzati per affrontare il Covid19, ci sono pochi letti di terapia intensiva e pochi posti letto in generale. In un comunicato stampa, la tribù Navajo ha informato che stanno facendo più test di positività al virus ma poi, una volta individuati i contagiati, non si sa dove fargli trascorrere la quarantena e quindi molti continuano a vivere a stretto contatto con gli altri membri della famiglia.

Più in generale, a tutto il 21 maggio, su circa 2,5 milioni di persone in carico al Servizio Sanitario Indiano degli Stati Uniti sono stati effettuati 95.520 tamponi e riscontrati 8.385 positivi al Covid19. Di questi ben 4.826 solo nella Nazione Navajo. A evidenziare quanto sia drammatica la situazione dei membri tribali negli stati di Arizona e New Mexico si segnalano, oltre ai Navajo, altri 1.849 positivi.

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METÀ DELLO STATO DELL’OKLAHOMA È ANCORA UNA RISERVA INDIANA … FORSE

C’è una causa pendente alla Corte Suprema degli Stati Uniti, originariamente denominato Carpenter vs. Murphy, ora Sharp v.s. Murphy, che potrebbe mettere in discussione tutte le azioni legislative che furono messe in atto per togliere la terra alla Nazione Creek in Oklahoma, e alle altre quattro tribù cosiddette “civilizzate”. Questa causa potrebbe inoltre costringere gli Stati Uniti a un più ampio riesame del rapporto tra le tribù dei Nativi Americani e il governo federale.

Questa la domanda presentata alla Suprema Corte: “Se i confini territoriali del 1866 della Nazione Creek all’interno dell’ex Territorio Indiano dell’Oklahoma orientale costituiscano una riserva indiana oggi”. Da ciò derivano due sub-domande: (1) quando un qualunque atto abbia concesso la giurisdizione all’Oklahoma sulle procedure di crimini commessi dagli indiani all’interno dei confini territoriali del 1866 della Nazione Creek, non rispettando lo status di riserva dell’area; e (2) se ci siano circostanze in cui la terra della Nazione Creek si qualifica come riserva indiana, ma non coincide con la definizione di Paese Indiano come previsto nella sentenza 18 U.S.C. §1151 (Solem vs. Bartlett).

Questa causa è nata dal ricorso in appello di Patrick Dwayne Murphy, un membro della Nazione Creek condannato a morte, ai sensi della legge dello stato dell’Oklahoma, per l’omicidio di George Jacobs, che era membro della stessa Nazione, commesso, nel 1999,  all’interno del territorio dell’originaria riserva dei Creek. Murphy ha sostenuto che lo Stato dell’Oklahoma non ha giurisdizione su di lui ai sensi del Major Crimes Act, la legge federale che disciplina i reati commessi da indiani contro altri indiani all’interno delle riserve. Con una sentenza del 27 novembre 2018, il Decimo Circuito di Corte d’Appello ha accettato gli argomenti di Murphy e, applicando quanto già stabilito dalla sentenza della Corte Suprema Solem vs. Bartlett, ha concluso che il Congresso degli Stati Uniti non ha mai estinto la riserva dei Creek. La sentenza afferma chiaramente che solo il Congresso può estinguere una riserva e cedere la sua terra, e che il suo intento deve essere “chiaramente” mostrato. Per la Corte, il crimine si era quindi verificato nel Paese Indiano, il che significa che l’Oklahoma non aveva giurisdizione sul caso perché essa era in capo al governo federale.

Foto M. Galanti (2019)

Foto M. Galanti (2019)

Com’è noto, i Creek sono una delle “Cinque tribù civilizzate” che furono trasferite con la forza in Oklahoma attorno al 1830. All’epoca, furono stipulati trattati con cui il Congresso promise che fino a quando le Cinque Tribù avessero occupato le loro nuove terre, avrebbero potuto auto governarsi, non sarebbero mai state soggette alle leggi di alcuno Stato o Territorio e la loro terra non sarebbe mai stata resa parte di alcuno Stato. Poi, violando come sempre i trattati, nel 1893, il Congresso incaricò il senatore Dawes di condurre negoziati con i Creek, e le altre quattro tribù, allo scopo di estinguere il titolo tribale alle terre della riserva mediante cessione, assegnazione o altri mezzi. Ma i Creek si rifiutarono di negoziare con il governo degli Stati Uniti e di conseguenza il Congresso procedette unilateralmente lottizzando, assegnando e vendendo le terre delle riserve. Successivamente, il Congresso approvò una serie di leggi, fra cui quella istitutiva dello Stato dell’Oklahoma, relative alla giurisdizione tribale sulle terre e sull’autogoverno, ma quelle leggi non abolirono mai espressamente né la riserva dei Creek, né quelle delle altre quattro tribù. La Nazione Creek, nonostante otto diverse leggi abbiano ridotto e limitato la sua sovranità, non ha mai ceduto il suo territorio.

Foto M. galanti (2019)

Foto M. Galanti (2019)

Per questo, il Decimo Circuito di Corte d’Appello ha stabilito che l’esistenza dello Stato dell’Oklahoma non si basava su una “sezione specifica” di qualsiasi legge che avesse abolito la riserva dei Creek, ma piuttosto sulla forza cumulativa di otto leggi separate che certamente limitavano la sovranità della Nazione Creek ma che non ne abolivano la riserva. Inoltre, in forza dell’Oklahoma Indian Welfare Act del 1936, i Creek elaborarono la propria Costituzione dove affermarono che i confini della loro Nazione erano gli stessi della loro riserva come stabiliti nel 1866. Poi la sottopose al Congresso degli Stati Uniti per la ratifica che avvenne senza che fosse sollevata alcuna eccezione. Ancora una volta il Congresso non espresse la chiara volontà di abolire la riserva.

Naturalmente lo Stato dell’Oklahoma si è rivolto alla Corte Suprema con l’intento di annullare la sentenza del Decimo Circuito di Corte d’Appello sostenendo che la conferma dell’esistenza di una riserva nell’Oklahoma orientale porterebbe alla revisione di migliaia di condanne penali inflitte dallo Stato in vari decenni con la possibile scarcerazione dei criminali condannati.

In linea generale, gli stati non hanno giurisdizione su reati commessi da Indiani su territorio indiano perché in quel caso la giurisdizione è in capo al governo federale e agli organi giudiziari della tribù. Però l’Oklahoma esercita da più di un secolo giurisdizione penale sul territorio in questione. Quindi lo stato dell’Oklahoma sostiene che, dato che complessivamente ci sono cinque tribù che condividono una storia giuridica molto simile, la decisione della Corte Suprema – a seconda di come sarà formulata – potrebbe interessare complessivamente 19 milioni di acri, vale a dire il 43 per cento del territorio dello Stato. In una memoria, lo stato dell’Oklahoma ha messo in guardia sul fatto che, qualora la Corte Suprema avesse sentenziato che la metà orientale dello stato era territorio indiano, “migliaia di condanne inflitte dallo Stato” sarebbero state ricusate e avrebbero dovuto essere ridiscusse in tribunali federali. Però “a causa dei termini di prescrizione, di prove prescritte o di risorse insufficienti”, questi nuovi processi non avrebbero portato a delle nuove condanne, ma alla scarcerazione di violenti criminali.

Mentre lo stato dell’Oklahoma, nei suoi ragguagli alla Corte Suprema, fa riferimento a 1887 Indiani d’America detenuti, una ricerca indipendente ha dimostrato che solo una piccola percentuale dei casi esaminati avrebbe realmente i requisiti per poter chiedere un nuovo processo. Tra quei 1887 Indiani, detenuti in seguito a condanne pronunciate nell’Oklahoma orientale, sono stati selezionati quattro gruppi per vedere chi potesse avere i requisiti per accedere a questo provvedimento. Il risultato è stato che meno del 10% di quei detenuti avrebbe i requisiti per richiedere l’avocazione federale e che anche per loro le prospettive di essere rimessi in libertà sono molto scarse.

Nell’agosto del 2019, il Tribunale Federale Distrettuale dell’Oklahoma Orientale competente per ha già deliberato su un ricorso presentato da un detenuto dopo il termine di un anno dalla sentenza di condanna, affermando che era ormai troppo tardi perché, citando dei precedenti, il termine di un anno dalla condanna si può prorogare “solo in circostanze rare ed eccezionali” e che la delibera della Corte d’Appello del Decimo Distretto non aveva portato nessun elemento nuovo “alla base fattuale della rivendicazione del Ricorrente”. In altre parole, una nuova decisione della Corte Suprema sulla esistenza o meno delle riserve non era un motivo sufficiente per prorogare la scadenza prevista dalla legge per ricorrere per il fatto che quelli dell’Oklahoma orientale siano sempre stati, o meno, territori con lo status di riserve non è una questione nuova di rilevanza legale e i ricorrenti avrebbero potuto appellarsi su questo punto in ogni momento.

Sollevando davanti alla Corte Suprema la questione che una decisione a conferma dello status di riserva su parte del territorio dello Stato darebbe la stura a una valanga di ricorsi, l’Oklahoma ha trascurato il fatto che l’argine era già saltato. È da quando il tribunale del Decimo Distretto si è pronunciato a favore del ricorso di Murphy nel 2017 che in tutto lo Stato gli avvocati assistono i detenuti nella presentazione di ricorsi e ingiunzioni su quella falsariga. In certe prigioni i ricorsi crescono come funghi; c’è chi addirittura ha preparato un modulo standard da compilare inserendo il proprio nome e la storia del proprio caso. Però, fino ad ora, questi ricorsi e ingiunzioni non hanno provocato una sfilza di nuovi processi davanti a tribunali federali, bensì una serie di rifiuti e rigetti. Tra tutti i casi emersi dal 2017, solo un piccolo gruppo, meno di 40, è stato tenuto in sospeso dai tribunali dell’Oklahoma in attesa della decisione della Corte Suprema. In ultima analisi, anche se la Corte Suprema dovesse deliberare che l’Oklahoma orientale è in gran parte territorio con lo status di riserva, l’impatto netto di tre anni di ricorsi di detenuti che si sono appellati alla questione della riserva dovrebbe portare solo ad alcune decine di nuovi processi.

Inoltre avere i requisiti per chiedere l’avocazione federale non significa automaticamente che tale avocazione sia conveniente per il recluso. Vincere un ricorso non vuol dire scarcerazione del detenuto. Vuol dire semplicemente essere sottoposto a un nuovo processo federale e che mentre sarebbero in attesa di questi procedimenti, i detenuti verrebbero semplicemente trasferiti da una prigione di stato a una federale. E per molti casi, in particolar modo quelli inerenti a reati legati al narcotraffico, le sentenze federali potrebbero essere addirittura più pesanti di quelle comminate dallo Stato. Inoltre non è chiaro se il tempo scontato per una condanna inflitta da un tribunale di Stato possa essere detratto da una condanna federale; il che vuol dire che facendo appello federale si potrebbe rischiare di prolungare la propria permanenza dietro le sbarre.

Ma lo stato dell’Oklahoma non cerca di spuntarla solo a livello dell’interpretazione testuale delle leggi, ma anche di vincere con la paura: con il timore cioè che riaffermare lo status di riserva su quasi metà dello Stato non solo porti al riesame di “migliaia di condanne penali inflitte dallo stato” ma, poiché gl’indiani all’interno delle riserve non sono soggetti a tassazione, possa anche permettere ai membri delle tribù di chiedere “rimborsi fiscali per milioni di dollari”, e “far piombare lo Stato in una condizione d’insicurezza per i prossimi decenni”. Ma come nel caso dell’ipotesi sulla revisione delle condanne statali già passate in giudicato, questi ipotetici timori avanzati dall’Oklahoma non sembrano essere supportati da numeri reali né da ricerche documentate. E come per i pro e i contro della procedura dei ricorsi penali, le numerose leggi già esistenti – in materia di territori liberi, giurisdizione civile delle tribù, e inerenti persino all’applicazione di leggi sull’ambiente in Oklahoma – dovrebbero ridimensionare i timori sollevati dallo stato dell’Oklahoma.

Per poter influenzare il voto dei giudici, le eventuali conseguenze derivanti dalla conferma delle riserve nell’Oklahoma orientale dovrebbero essere fondate sulla realtà, basate su fatti reali, e dimostrate. E questo non sembra proprio essere il caso, nonostante le rivendicazioni avanzate dall’Oklahoma davanti alla Corte Suprema.

Staremo a vedere come andrà a finire, ricordando sempre che il Congresso, se lo decide, può, in qualunque momento, estinguere e abrogare qualunque riserva indiana.

Foto: M. Galanti (2019)

Foto: M. Galanti (2019)

 

 

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I bisonti tornano a Rosebud

Foto: M. Galanti

Foto: M. Galanti

La Rosebud Sioux Tribe, attraverso il suo braccio economico, la Rosebud Economic Development Corporation (REDCO), ha avviato un progetto per la creazione di un nuovo branco di bisonti di pianura. La tribù lo farà impegnando 11.300 ettari di prateria col la capacità di supportare 1.500 animali. La Wolakota Buffalo Range diventerà la più grande mandria di bisonti di proprietà e gestione dei Nativi Americani.

Il progetto della tribù è stato avviato in collaborazione col WWF e con il supporto del Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti. Nei prossimi cinque anni, il Dipartimento degli Interni invierà centinaia di bisonti provenienti da mandrie gestite a livello federale nello spazio di nuova creazione. Il primo trasferimento di bisonti avrà luogo in autunno. Questa mandria aumenterà il numero complessivo di bisonti di proprietà di nativi americani del 7%.

Negli ultimi cinque anni, il WWF ha investito oltre 2,2 milioni di dollari per la creazione o l’accrescimento di mandrie di bisonti nelle comunità indigene delle Grandi Pianure settentrionali. L’obiettivo del WWF è di creare 5 branchi di almeno 1.000 bisonti ciascuno nelle Grandi Pianure settentrionali entro il 2025.

Per i Lakota di Rosebud, questo è un ritorno alla storia e alla tradizione. Questo il progetto si inserisce in altre nuove iniziative in corso su questa riserva. L’anno prossimo aprirà la prima scuola d’immersione totale in lingua lakota. I suoi studenti potranno visitare la mandria di bisonti come parte della loro educazione, in un’interazione significativa che collegherà il loro passato al loro futuro.P1100814

Il Wolakota Rigenerative Buffalo Range e Wildlife Sanctuary di Rosebud potrà:

1) Fornire opportunità culturali rivitalizzando il rapporto dei Lakota con un animale che è radicato nella storia, nella cultura e nell’educazione tribale;

2) Avviare la rigenerazione ambientale migliorando la salute e la resilienza dell’ecosistema della prateria originaria dei Sandhills;

3) Combattere i cambiamenti climatici aumentando il sequestro del carbonio, riducendo così i gas serra atmosferici e

4) Rafforzare la sovranità alimentare migliorando l’accesso a carni fresche, salutari e sostenibili;

5) Creare opportunità economiche fornendo posti di lavoro.

Foto: M. Galanti

Foto: M. Galanti

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Bare invece di mascherine

Riceviamo, dall’amica Naila Clerici, e volentieri pubblichiamo.

Dalla SIHB, Seattle Indian Health Board (Stato di Washington), arriva la notizia-disastro il 5 maggio. A fine marzo la SIHB invia una richiesta urgente alle autorità statali e federali per materiale sanitario, onde contenere la pandemia che dalla grande area urbana stava espandendosi nelle riserve. Tra queste le più popolate sono: Tulalip, Duwanish, Chinnok, Cayuse, Umatilla, Yakama, Spokane, Walla-Walla. Urgono – supplicava il messaggio – mascherine, guanti, camici per sanitari ed infermieri, amuchina e clorochina e, possibilmente, ventilatori. Nessuna risposta. Le due responsabili del centro sanitario, Esther Lucero ed Abigail Echo-Hawk, rinnovano la richiesta pochi giorni dopo. Ancora silenzio assoluto: le autorità sanitarie statali e federali non hanno nemmeno dato notifica di ricevuta dei messaggi. Nel frattempo tra gli oltre 560 ricoverati si registrano ben 64 decessi. Passano le settimane e la richiesta viene ripetuta più volte: l’ultima (prima della rinuncia) risale a metà aprile. E finalmente pochi giorni or sono arrivano dei pacchi. Quando Lucero ed Echo-Hawk li aprono scoppiano in grida di disperazione e decidono di fotografare tutti i contenuti inviando le foto alla catena televisiva NBC, che le diffonde solo localmente. Quando la casa madre del network si accorge della notizia si è giunti ormai al 5 maggio e dopo aver tempestato di improperi la filiale di Washington State, fa scoppiare il caso in tutti gli Stati Uniti. Nei pacchi inviati dalle autorità sanitarie ci sono solo Body – Bags. Ovvero bare gonfiabili con tanto di fogli esplicativi relativi all’uso delle Cadaver Body Bags e targhette dove si scrivono i nomi dei defunti e si attaccano poi agli alluci dei piedi prima di tirare la chiusura-lampo.

È uno scandalo. Inoltre quella targhette – ora di cartoncino – sono identiche a quelle di ottone che nell’Ottocento servivano ad identificare gli indiani massacrati (ricordate Wounded Knee?).

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Un primo bilancio della politica indiana di Trump

Com’è noto, negli Stati Uniti il Partito Democratico ha scelto il suo candidato per sfidare il presidente Trump alle prossime elezioni presidenziali di fine anno. Al voto naturalmente parteciperanno anche gli Indiani Americani e i Nativi d’Alaska che, notoriamente, prediligono i candidati del Partito Democratico. Nelle comunità indiane si stanno tirando le somme di questa prima (e speriamo ultima) presidenza di Donald Trump. Si può senz’altro affermare che, da quando è entrata in carica, l’attuale amministrazione statunitense ha agito per ridimensionare le politiche federali a tutela dei diritti delle nazioni tribali americane, così come non le ha rispettate e onorate come meritano. Più specificatamente l’amministrazione Trump ha:

Proposto di ridimensionare la legge sulla politica ambientale: il National Environmental Policy Act. Nel 2020, l’amministrazione Trump ha presentato una proposta per ridimensionare la normativa ambientale per consentire di accelerare i progetti di sviluppo dell’energia da fonti fossili e altri progetti con elevato impatto ambientale. La proposta mira a limitare la revisione pubblica dei progetti (la nostra Valutazione d’Impatto Ambientale) e consentire ai promotori di partecipare alla stesura delle valutazioni federali sul loro impatto ambientale. L’attivazione delle procedure fino a ora previste dal National Environmental Policy Act è uno dei pochi modi che le tribù hanno di ottenere un controllo sulle azioni degli enti federali.

Operato per favorire la ricerca petrolifera nelle aree protette. In particolare, l’amministrazione Trump ha spinto per aprire la pianura costiera dell’Artic National Wildlife Refuge alla ricerca ed estrazione di idrocarburi. Il comitato direttivo del popolo Gwich, insieme a una coalizione di organizzazioni per i diritti indigeni, ha sollevato preoccupazioni in merito alle violazioni dei diritti umani contro la Nazione Gwich. Quella pianura costiera è da loro definita “Il luogo sacro dove inizia la vita” ed è cruciale per la sicurezza alimentare e lo stile di vita della tribù. Inoltre, per consentirvi la ricerca e lo sfruttamento di petrolio e gas, Trump ha ridotto dell’85% l’area protetta del Bears Ears Monument, nell’Utah, fortemente voluta dalla tribù Ute e Navajo, e che nel 2016 fu istituito come monumento nazionale dall’amministrazione Obama. Quasi contemporaneamente Trump ha anche ridotto l’area protetta del Grand Staircase-Escalante National Monument, sempre nell’Utah. Le tribù Hopi, Zuni e Ute, hanno fatto causa all’amministrazione Trump sostenendo che il presidente non ha il potere di toccare un monumento nazionale una volta che è stato istituito.

Implementato la costruzione del muro al confine col Messico distruggendo aree sacre. Da febbraio 2020, per costruire parte del muro di confine tra Stati Uniti e Messico le imprese incaricate dall’amministrazione Trump hanno iniziato a devastare la Monument Hill all’interno dell’Organ Pipe Cactus National Monument. Questa zona è il sito di un cimitero sacro per la nazione di Tohono O’odham e che da secoli accoglie anche le sepolture di altre tribù. I siti sacri della zona risalgono a 10.000 anni fa e antichi resti umani sono già stati scoperti nell’area. La Nazione Tohono O’odham sta protestando, per quanto fino a ora inutilmente, anche contro l’abbattimento di decine di cactus che dovrebbero essere protetti.

Autorizzato la costruzione di oleodotti attraverso terre tribali riconosciute dai trattai. Nel 2017, Trump ha autorizzato la costruzione del Dakota Access Pipeline attraverso un tratto di terra Sioux dichiarata territorio incedibile dal Trattato di Fort Laramie del 1868 e che contiene diversi antichi siti di sepoltura. I Sioux si sono battuti a lungo con manifestazioni di protesta e in tribunale. La vicenda è ancora nelle aule di giustizia.

Agito contro terre tenute in trust. Nel 2018, il Dipartimento degli Interni dell’amministrazione Trump ha revocato lo status di trust alla terra della tribù Mashpee Wampanoag, in Massachusetts. Questa è la prima volta dai tempi del General Allotment Act del 1887 e dalla Public Law 280 del 1953 che a della terra indiana è tolta la protezione garantita dal trust federale.

Ridotto programmi di assistenza agli indiani, incluso il Programma di Assistenza Nutrizionale Supplementare (SNAP). La riduzione della possibilità di accesso a cibi nutrienti rappresenterà un aggravio delle condizioni di salute tra le comunità native che dipendono da quel programma.

Escluso i Nativi Americani dalla task force d’indagine e azione relativa agli indiani scomparsi o assassinati. Nel novembre 2019, Trump ha firmato un ordine esecutivo per istituire questa task force conferendole l’incarico di presentare proposte per migliorare la sicurezza fisica degli indigeni, impegnando appena 1,5 milioni di dollari per operare negli 11 stati in cui la questione degli individui indigeni scomparsi e uccisi, per la gran parte donne, è più grave. La task force è composta esclusivamente da funzionari federali che non si rapportano con le organizzazioni indigene attive sullo stesso tema.  Inoltre la task force considera solo i casi emersi nelle riserve escludendo dal suo lavoro gli indiani scomparsi e assassinati che vivevano nelle aree urbane.

Introdotto ostacoli al diritto di voto dei Nativi Americani. L’amministrazione Trump ha complicato l’esercizio del diritto di voto degli elettori Nativi Americani al fine di scoraggiarne la partecipazione politica. In molti stati dove è elevata la presenza di riserve sono stati cancellati dai registri elettorali tutti coloro che non erano in grado di produrre un certificato federale di residenza. Molti indiani vivono in aree delle riserve dove non esistono nomi di strade e neppure i numeri civici, ragione per cui è per loro impossibile avere un indirizzo di residenza e quindi un documento che ne certifichi l’indirizzo di residenza. La conseguenza di ciò è stata la cancellazione dalle liste elettorali di moltissimi indiani.Unknown-1Unknown

Incoraggiato la derisione e il disprezzo dei Nativi Americani. All’inizio del 2019, i Nativi Americani hanno organizzato la Marcia dei Popoli Indigeni a Washington per dimostrare la loro opposizione all’attuale situazione politica che li discrimina. Durante la marcia, un gruppo di studenti della Covington Catholic High School ha deriso un anziano della tribù Omaha, Nathan Philips, che stava partecipando alla marcia. Trump ha difeso le azioni degli studenti e ha affermato che la mancanza di rispetto verso questo membro tribale era una “Fake News”. Trump, inoltre, usa costantemente e pubblicamente un linguaggio odioso nei confronti dei Nativi Americani. Usa ripetutamente il termine “Pocahontas” come insulto, soprattutto verso la senatrice Elisabeth Warren che dichiarò di essere orgogliosa che fra i suoi antenati ci fossero anche dei Nativi Americani. Fu durante una cerimonia del 2017, in onore dei veterani dei Nativi Americani, che Trump si riferì alla senatrice Warren come “Pocahontas”, l’indiana che, all’inizio della colonizzazione bianca, fu vittima di stupro, costretta a sposare un colono e poi portata in Inghilterra dove, prima di morire di qualche malattia infettiva, fu mostrata al pubblico come un animale esotico. In un’altra occasione, rispondendo a un video pubblicato dalla Warren in cui beveva una birra nella sua cucina, presente suo marito, Trump, come sua abitudine twittò: “Se Elizabeth Warren, spesso indicata da me come Pocahontas, avesse fatto questo spot da Little Bighorn o da Wounded Knee invece che dalla sua cucina, con suo marito vestito con abiti indiani, sarebbe stato un vero successo!” Quando, all’inizio del 2019, la Warren annunciò che si sarebbe candidata alla presidenza, Trump twittò “Oggi Elizabeth Warren, a volte definita da me Pocahontas, si è unita alla corsa per la presidenza. Correrà come prima Nativa Americana candidata alla presidenza? Ci vediamo sul SENTIERO della campagna, Liz!” La parola “SENTIERO”, in maiuscolo, volutamente intendeva evocare “The Trail of Tears”, cioè il Sentiero delle lacrime, la deportazione dei Nativi Americani dell’est dalla loro terra che causò migliaia di morti. Inoltre, durante un evento che intendeva “onorare” gli ultimi Navajo che avevano servito come Code Talkers della Seconda Guerra Mondiale, tutti loro furono fatti accomodare di fronte un ritratto del presidente Andrew Jackson, cioè di colui che autorizzò la deportazione dei popoli indiani dell’est.

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