Il Pueblo Zuni contro la politica dell’amministrazione Biden relativa a Oak Flat

“Per i Pueblo Zuni sarebbe una grave negligenza restare zitti di fronte alla recente posizione assunta, a livello legale, dal Ministero della Giustizia dell’amministrazione Biden-Harris sulla questione di Chi’chil Bildagoteel (Oak Flat) e della miniera della Resolution Copper in Arizona. La posizione dichiarata di questa Amministrazione è, a dir poco, infelice ed estremamente preoccupante, dal momento che, più o meno, è la continuazione della politica di contenimento e cancellazione dei popoli indigeni e, sostanzialmente, contraddice direttamente i contenuti e lo spirito del provvedimento legislativo 13985 del presidente Biden. Infatti una tale posizione costituisce un rafforzamento e una replica dei retaggi delle leggi razziste sulla spoliazione dei Nativi degli Stati Uniti  e non fa altro che preferire e promuovere l’estrazione delle risorse naturali e la distruzione dell’ambiente a danno delle capacità che la popolazione Indigena richiede incessantemente per promuovere o supportare il loro diritto alla giustizia. Non si potrà mai ribadire con abbastanza forza che questa posizione assunta dal governo degli Stati Uniti e dal Ministero della Giustizia rappresenta uno dei più potenti ostacoli istituzionali e strutturali che continuano a compromettere le condizioni di pari opportunità, perpetuando il riprodursi di ineguaglianze sociali e economiche, nonché delle disparità delle condizioni sanitarie, e – sostanzialmente, se non intenzionalmente – non fanno altro che promuovere e perseguire di nuovo le ingiustizie materiali, epistemiche e ontologiche nei confronti delle popolazioni indigene.

Queste considerazioni rivestono una grande importanza e non si ribadiranno mai abbastanza le loro implicazioni e interpretazioni fondamentali, dal punto di vista geografico, per i Pueblo Zuni e, di conseguenza, per tutte le popolazioni indigene dei territori e delle acque degli Stati Uniti: senza un confronto diretto, fondativo e riparatorio riguardo alle ingiustizie, a livello territoriale, perpetrate da azioni, programmi e procedure attuati in passato, a livello governativo, e dai coloni, e che continuano a accadere nel tempo e nello spazio, l’amministrazione Biden-Harris e il loro Ufficio per la Gestione e il Bilancio, in tutta sincerità e onestà, non potranno mai farsi promotori di alcun livello o forma di equità e di supporto alle popolazioni indigene. Altrimenti l’amministrazione Biden-Harris non farà altro che perpetuare e riprodurre le ingiustizie in essere e la pulizia etnica dei popoli nativi dalle loro terre ancestrali.”

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LA LOTTA DEGLI UTE PER L’ACQUA

Fu dopo la guerra col Messico, e il conseguente Trattato di Guadalupe-Hidalgo, del 1848, che gli Stati Uniti si annetterono i territori del sud ovest, fra i quali l’odierno Utah. Pochi anni più tardi lo Utah divenne la patria dei seguaci della  Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, i cui membri sono meglio conosciuti come mormoni.  I mormoni furono guidati lì dal fondatore della loro chiesa, Brigham Young.  Fra le altre cose Young sosteneva che la terra non era di nessuno perché apparteneva al Signore, e quindi era lì per essere usata da chiunque potesse trarne i maggiori benefici. Era questo un’abile copertura teologica alla volontà di non riconoscere i diritti su quella terra dei nativi americani. Questo principio, che all’apparenza impediva a qualsiasi parte di esercitare un controllo monopolistico sulle risorse naturali, in realtà dava modo ai coloni bianchi di ignorare le rivendicazioni dei nativi americani sulla terra e sull’acqua, che in quei territori semidesertici è una delle risorse più preziose. E anche se le popolazioni native dell’Utah praticavano l’agricoltura e l’irrigazione molto prima dell’insediamento dei bianchi, i nuovi venuti usarono questa teologia per appropriarsi delle valli più fertili e per assegnare a se stessi parti sempre più grandi della disponibilità di acqua. I capi dei coloni, e più avanti le autorità statali dell’Utah, non pensavano che le comunità native fossero così efficienti o produttive nel loro uso delle risorse naturali, perché i loro sistemi di produzione alimentare non erano basati sull’ideale americano di un’agricoltura basata sulle fattorie, che erano immaginate come la chiave per l’autosufficienza e la vera libertà dell’individuo. Questa pratica di assegnare risorse naturali all’utente che ne può ottenere il maggior “beneficio”, unitamente alla diffusione delle malattie infettive portate dai coloni bianchi, che decimarono gli indiani, tolse gradualmente ai nativi il controllo sulle risorse naturali dell’Utah. L’idea che l’acqua dovesse essere assegnata non in base alla ricchezza o al potere, che per i mormoni non era accettabile, ma in base alla capacità di una comunità di utilizzarla al meglio, sta agendo contro gli interessi degli indiani ancora oggi, in tempi in cui la crisi climatica ha enormemente aumentato i periodi di siccità con conseguente, significativa, riduzione della risorsa acqua disponibile.

Nonostante i cambiamenti climatici abbiano provocato una diminuzione del 18% della portata dei fiumi del sud ovest negli ultimi due decenni e un abbassamento del livello del lago Powell, formato da una diga sul fiume Colorado, al 35% della sua capacità, i politici e i funzionari dell’Utah continuano a sostenere che ci sia acqua in abbondanza e che, di conseguenza sia possibile procedere con la costruzione di una conduttura lunga 140 miglia per portare l’acqua dal lago Powell fino a St. George, nell’angolo sud-occidentale dello stato.Unknown4AUEREUDKZEBHP56WBSH764OUE

Quest’argomento si scontra con quanto sostenuto dagli esperti interpellati dalla tribù Ute secondo cui l’Utah sta già usando tutta la sua quota d’acqua assegnatagli in base al Colorado River Compact del 1922. Di conseguenza lo Stato dovrebbe prelevare acqua da qualche altra parte. Il candidato più probabile è l’acqua d’irrigazione del bacino di Uintah, cioè quella che confluisce nel Green River e su cui insistono le riserve degli Ute. Ed è esattamente ciò che l’Utah intende fare. Ma c’è un problema: l’acqua che lo stato intende prelevare dal lago Powell era stata precedentemente promessa alla Nazione Ute, che ora sta facendo causa per riavere la sua acqua e affermare questa è solo una di una serie decennale di piani su base razzista per privarla dei suoi diritti e della sua proprietà.

La disputa risale agli anni ’50 e alle origini del Central Utah Project, consistente in una serie di condutture e serbatoi per convogliare l’acqua del fiume Colorado dalle montagne Wasatch fino ai centri abitati bianchi dello Utah. All’epoca, i gestori dell’acqua dell’Utah proposero agli Ute di sfruttare i loro ancestrali diritti idrici in cambio della estensione del progetto fino alle terre tribali. Allettati dalla possibilità di avere accesso all’acqua potabile e alla possibilità d’irrigazione al pari dei bianchi, gli Ute acconsentirono. Ma una volta completate le prime fasi del progetto, l’Utah e le agenzie federali coinvolte abbandonarono i piani per costruire dighe e condutture idriche per portare l’acqua agli Ute, adducendo a motivo i costi eccessivi e gli scarsi benefici ricavabili poiché, secondo l’ancora imperante dottrina di Brigham Young, gli indiani non sarebbero stati in grado di sfruttare al meglio la ricchezza di quella terra. A nulla sono valse le cause intentate dalle tribù Ute contro lo Stato e le agenzie federali.

E oggi si pretende che gli Ute accettino, oltre al danno, la beffa. Lo Stato ha, infatti, riassegnato l’acqua promessa agli Ute negli anni ’50 a una serie di altri progetti. A partire dal 1996, l’Utah Board of Water Resources ha assegnato milioni di litri d’acqua al distretto di conservazione dell’acqua delle contee di Uintah e Duchesne e ad altri gestori di acqua pubblici e privati. Adesso lo Stato dell’Utah ha deciso di suddividere il resto dell’acqua disponibile. Una parte dovrebbe scorrere nella conduttura dal lago Powell fino a St. George, l’altra verso un sito di conservazione e stoccaggio chiamato Green River Block.LakePowellPipelineMap_2Alignments_102520

Secondo una nuova causa federale intentata nel 2020 dalla tribù, che nomina specificamente il progetto del Green River Block, ma non la conduttura dal lago Powell a St. George perché in quel momento non ancora decisa, lo Stato dell’Utah vorrebbe far derivare la sua presunta autorità per eseguire questi trasferimenti della risorsa acqua dal Central Utah Project Completion Act del 1992. E’ questo un atto legislativo approvato dal Congresso, che richiedeva la ratifica sia dello Stato sia degli Ute, che però non l’hanno mai approvato. L’atto, pur promettendo protezione per i diritti idrici della tribù e future compensazioni finanziarie per le perdite economiche associate, afferma che il Bureau of Reclamation, l’agenzia federale competente, non finanzierà più la costruzione di condutture e dighe necessarie per immagazzinare e accedere all’acqua a beneficio della tribù.

Con una lettera del 24 luglio 2018, indirizzata all’ente gestore del bacino superiore del fiume Colorado, gli Ute hanno affermato: “Abbiamo studiato la legge del fiume Colorado e la sua gestione e concluso che non ci sarà mai una gestione efficace del fiume a meno che la Commissione non stabilisca una relazione con la tribù degli Ute. Questa relazione deve riconoscere che la tribù ha un interesse sovrano nella ripartizione dell’acqua nel bacino del fiume Colorado, con diritti idrici superiori e riservati che sono detenuti dagli Stati Uniti per conto della tribù, nella sua qualità di beneficiario effettivo di queste acque. … I rappresentanti statali non sono in grado di rappresentare gli interessi tribali, motivo per cui continuiamo ad affrontare problemi legati al riconoscimento, allo sviluppo e alla gestione dell’acqua … Di volta in volta, veniamo informati di situazioni e decisioni in cui la tribù non è mai stata coinvolta e che hanno implicazioni dirette per la nostra più preziosa risorsa tribale: l’acqua”. La lettera chiedeva anche un incontro presso gli uffici tribali a Fort Duchesne. La risposta è stata negativa.

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Anche in Canada c’è chi predica bene e razzola male

Una serie di eventi internazionali di alto livello si sono svolti di recente, e altri ne sono in programma nei prossimi mesi, in preparazione della Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici che si terrà dal 1 al 12 novembre 2021 a Glasgow (COP 26). Il 23 marzo 2021, la Cina, la Commissione Europea e il Canada hanno co-convocato la quinta sessione del Ministerial on Climate Action (MoCA). L’evento ha riunito i ministri dei paesi del G20 ed è stata la prima riunione ministeriale dell’anno incentrata sull’azione internazionale per il clima in vista della COP 26. In quell’occasione, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha sottolineato che “tutti i paesi, le aziende, le città e le istituzioni finanziarie devono impegnarsi per la neutralità climatica con piani chiari e credibili”. Per quanto riguarda il Canada riportiamo quanto reperito sul sito ufficiale del governo canadese –

https://www.canada.ca/en/services/environment/weather/climatechange/climate-plan/climate-plan-overview.html –

“Il quadro pan-canadese del 2016 sulla crescita pulita e sui cambiamenti climatici (PCF) è il primo piano nazionale per il clima del Canada sviluppato con le province e i territori e in consultazione con le popolazioni indigene. È un primo passo importante per il Canada per raggiungere l’obiettivo dell’accordo di Parigi e si sta facendo di più per ridurre l’inquinamento in modo pratico e conveniente rispetto a qualsiasi altro piano climatico nella storia canadese. Nel dicembre del 2020, il governo del Canada ha adottato A Healthy Environment and a Healthy Economy, il piano climatico rafforzato del Canada per un ambiente sano e un’economia sana. Il piano si basa sugli sforzi attualmente in corso attraverso il PCF per ridurre l’inquinamento, creare più buoni posti di lavoro e sostenere un’economia e un ambiente più sani. Nel complesso, il Canada è ora sulla buona strada per superare il suo obiettivo di riduzione delle emissioni in base all’Accordo di Parigi del 2030 e ha posto le basi per arrivare a un futuro prospero a emissioni nette zero entro il 2050”.

Tuttavia, anche oltre Atlantico c’è chi predica bene e razzola male. Dal 1976, le colline e le Montagne Rocciose dell’Alberta furono vietate all’estrazione di carbone da miniere a cielo aperto. Lo scorso mese di giugno l’Alberta ha cambiato questa politica e aperto la regione allo sviluppo delle miniere di carbone. Lo scorso novembre si è tenuta una riunione congiunta Governo-Provincia le cui deliberazioni finali, con la probabile approvazione del progetto, sono previste per questa estate. In tale occasione l’Alberta ha sostenuto che la sua politica sul carbone era “obsoleta” e che occorreva trovare un nuovo equilibrio tra il “garantire una forte protezione ambientale e fornire all’industria incentivi per aumentare gli investimenti”. Oltre a questo, molti altri progetti estrattivi simili nelle Montagne Rocciose sono in attesa di approvazione. Il primo progetto esaminato è stato quello relativo alla Grassy Mountain, in Alberta, dove dovrebbe iniziare l’estrazione a cielo aperto del carbone nell’autunno del corrente anno, devastando una superficie, finora incontaminata, di circa 16 kmq. Grassy Mountain, così come altre montagne che contengono carbone, si trova all’interno del territorio ancestrale della Nazione Blackfoot (Siksika, Kainai-Blood e Piikani) e la gente delle tre tribù è molto preoccupata del potenziale inquinamento dell’acqua e dell’aria e dei loro effetti sulla salute umana, oltre che degli impatti più gravi a lungo termine sulla crescente crisi climatica.

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GREESY MOUNTAIN, ALBERTA, CANADA

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SONDAGGI PRELIMINARI A GREESY MOUNTAIN

Un numero crescente di Blackfoot e altre nazioni indigene, sia in Canada sia negli Stati Uniti, si oppongono a questi progetti a causa della preoccupazione per il degrado ambientale, l’inquinamento e la violazione dei paesaggi naturali tradizionali. Ci sono anche timori sul fatto che l’incremento della presenza di personale forestiero, collegato all’industria dei combustibili fossili, possa aggravare l’annoso problema delle donne indigene scomparse e uccise in Canada e negli Stati Uniti.

Chi si preoccupa di questo, come degli altri progetti in itinere, non ha bisogno di andare lontano per vedere esempi della profanazione che teme. Sul versante opposto delle Montagne Rocciose, rispetto a quello dove si trova Greesy Mountain, e che è all’interno dei confini della British Columbia, è da tempo in corso lo smantellamento delle cime di cinque montagne. Le aree vicino alle miniere a cielo aperto e a valle di esse hanno subito l’inquinamento da selenio, oltre alla profanazione del paesaggio trasformato in un paesaggio lunare. Il selenio ad alti livelli è tossico: nella British Columbia, studi governativi hanno dimostrato che ha contaminato e causato deformazioni ai pesci e ha inquinato le riserve idriche locali.

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UNA DELLE MINIERA DI CARBOME A CIELO APERTO IN BRITISH COLUMBIA

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COAL MOUNTAIN MINE, BRITISH COLUMBIA

I membri della Nazione Kainai (Blood) credono che le montagne siano i loro antenati e si stanno organizzando per fermare il progetto su Grassy Mountain attraverso un nuovo gruppo di giustizia ambientale indigena di base, i Niitsitapi Water Protectors. Temono che le loro comunità sperimenteranno gli stessi problemi di salute umana e degrado ambientale che hanno visto in altre comunità indigene nelle Montagne Rocciose.

BLACKFOOT LAND

IL TERRITORIO ANCESTRALE DELLA NAZIONE BLACKFOOT

Alla fine del XIX secolo, la Nazione Blackfoot fu una delle firmatarie del Trattato 7 con il Governo del Canada che, seguendo una prassi già adottata dagli Sati Uniti, decise di tenere lontane le une dalle altre le tre componenti della Nazione. Fu così che alla Blood First Nation (Kainai) fu assegnata la riserva denominata Blood 148 che con i suoi  1.413,87 kmq è la più grande riserva del Canada. Il 12 giugno 2019, i tribunali federali hanno stabilito che, in base alle disposizioni sul diritto alla terra del Trattato 7, la tribù aveva diritto ad ulteriori 425 kmq di riserva. Il Trattao 7 riconobbe alla Siksika First Nation una riserva di 696,54 kmq denominata Siksika 146. Alla First Nation Piikani fu assegnata la riserva denominata Piikani 147, di 430,31 kmq.

Oggi i Blackfoot del Canada sono circa 23.000, quelli che vivono all’interno degli Stati Uniti, nella riserva che hanno in Montana, sono circa 11.000.

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NOTIZIE DALL’ARIZONA

Riceviamo direttamente da OAK FLAT, Arizona, e volentieri pubblichiamo.

FOR IMMEDIATE RELEASE, May 17, 2021

Contact:  Dr. Wendsler Nosie, Sr. Apache Stronghold

Questa sera, il Dipartimento di Giustizia dell’Amministrazione Biden ha depositato i suoi documenti presso la Corte d’Appello del 9° Circuito degli Stati Uniti cercando di impedire agli Apache tradizionali di proteggere i loro diritti religiosi e derivanti dai trattati su Oak Flat nell’Arizona orientale.

Il 18 marzo 2021, Apache Stronghold ha fatto appello al 9° Circuito per fermare la distruzione di Oak Flat o Chi’chil Bildagoteel da parte di compagnie minerarie straniere che viola sia il Religious Freedom Restoration Act che il Trattato del 1852 tra gli Apache e il governo degli Stati Uniti.

Nella risposta di stasera all’appello di Apache Stronghold del 18 marzo 2021, il Dipartimento di Giustizia afferma: “La legge non impone un “fardello sostanziale” ai querelanti [Apache Stronghold] … perché i querelanti non sono stati costretti dall’azione del governo a violare le loro convinzioni religiose”.

“Non siamo d’accordo sul fatto che la distruzione della nostra terra sacra e l’interruzione della nostra capacità di praticare la nostra religione non siano un “fardello sostanziale”, ha detto il leader di Apache Stronghold ed ex presidente della tribù Apache di San Carlos, il Dr. Wendsler Nosie, Sr. “E non siamo d’accordo che il consegnare Chi’chil Bildagoteel a una società privata, sottoponendoci così al rischio di arresto per violazione di domicilio per aver pregato sui nostri terreni sacri, non sia coercizione”.

Il Dipartimento di Giustizia afferma che “il Congresso ha estinto tale obbligo quando ha approvato la legge”, riferendosi al Trattato del 1852 tra i leader Apache e il governo degli Stati Uniti che garantisce agli Apache “prosperità e felicità”.

All’inizio del 12 febbraio 2021, nonostante il rifiuto di interrompere la proposta di cessione della terra, il tribunale distrettuale degli Stati Uniti ha stabilito che “[le] prove dinanzi a questa Corte dimostrano che i popoli Apache hanno utilizzato Oak Flat come terreno cerimoniale religioso sacro per secoli … l’importanza spirituale di Oak Flat non può essere sopravvalutata … i popoli Apache credono che Usen, il Creatore, abbia dato vita alle piante, agli animali, alla terra, all’aria, all’acqua … Gli Apache vedono Oak Flat come un “corridoio diretto” con lo spirito del Creatore”. E, “[la] Corte non contesta, né può farlo, che i piani minerari del governo su Oak Flat avranno un effetto devastante sulle pratiche religiose del popolo Apache” e “devasteranno completamente la linfa vitale spirituale degli Apache occidentali”.

Apache Stronghold risponderà a quanto depositato dall’amministrazione Biden il 7 giugno.

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IL DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI

NAZIONI UNITE – Assemblea Generale – 10 dicembre 1948

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell’uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli essere umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti dell’uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e I’oppressione;

NAZIONI UNITE – Assemblea generale – 16 dicembre 1966

Patto internazionale sui diritti civili e politici

Articolo 1

Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale.

 

NAZIONI UNITE – Assemblea generale – 16 dicembre 1966

Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (entrato in vigore nel 1976)

Articolo 1

Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale.

 

NAZIONI UNITE – Assemblea generale: 1883a riunione plenaria. 24 ottobre 1970

Dichiarazione sui principi di diritto internazionale in materia di relazioni amichevoli e cooperazione tra gli Stati in conformità con la Carta delle Nazioni Unite

Il principio della parità di diritti e dell’autodeterminazione dei popoli

In virtù del principio della parità di diritti e dell’autodeterminazione dei popoli sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, tutti i popoli hanno il diritto di determinare liberamente, senza interferenze esterne, il loro status politico e di perseguire il loro sviluppo economico, sociale e culturale, e ogni Stato ha il dovere di rispettare questo diritto in conformità con le disposizioni della Carta.

Ogni Stato ha il dovere di promuovere, attraverso un’azione congiunta e separata, la realizzazione del principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli, in conformità con le disposizioni della Carta, e di prestare assistenza alle Nazioni Unite nell’assolvimento delle responsabilità. affidatele dalla Carta in merito all’attuazione del principio, al fine di:

(a) Promuovere relazioni amichevoli e cooperazione tra gli Stati; e

  1. b) porre fine rapidamente al colonialismo, tenendo in debito conto la volontà liberamente espressa dei popoli interessati;

e tenendo presente che l’assoggettamento dei popoli alla sottomissione, al dominio e allo sfruttamento alieni costituisce una violazione del principio, nonché una negazione dei diritti umani fondamentali, ed è contraria alla Carta.

L’istituzione di uno Stato sovrano e indipendente, la libera associazione o integrazione con uno Stato indipendente o l’emergere in qualsiasi altro status politico liberamente determinato da un popolo costituiscono modalità di attuazione del diritto all’autodeterminazione di quel popolo.

Ogni Stato ha il dovere di astenersi da qualsiasi azione forzata che privi i popoli sopra indicati nell’elaborazione del presente principio del loro diritto all’autodeterminazione, alla libertà e all’indipendenza. Nelle loro azioni contro, e nella resistenza a, tale azione forzata nel perseguimento dell’esercizio del loro diritto all’autodeterminazione, tali popoli hanno il diritto di cercare e ricevere sostegno in conformità con gli scopi e i principi della Carta.

NAZIONI UNITE – Assemblea generale: risoluzione 3314), 14 dicembre 1974

Definizione di Aggressione

Articolo 7

Nulla in questa Definizione, … può in alcun modo pregiudicare il diritto all’autodeterminazione, alla libertà e all’indipendenza, come derivato dalla Carta, dei popoli forzatamente privati di tali diritti e a cui si riferisce la Dichiarazione sui principi della Legge Internazionale concernente le Relazioni Amichevoli e la Cooperazione tra gli Stati in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, in particolare i popoli sotto regimi coloniali e razzisti o altre forme di dominazione aliena: né il diritto di questi popoli di lottare a tal fine e di cercare e ricevere sostegno, secondo i principi della Carta e in conformità con la predetta Dichiarazione.

  

NAZIONI UNITE – Conferenza Mondiale sui Diritti Umani – Vienna, 14-25 giugno 1993

DICHIARAZIONE E PROGRAMMA D ‘AZIONE

Parte I

  1. La Conferenza Mondiale sui Diritti Umani riafferma il solenne impegno di tutti gli Stati di adempiere i loro obblighi per promuovere l’universale rispetto, l’osservanza e la protezione di tutti i diritti umani e le libertà fondamentali per tutti, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, …
  2. Tutti i popoli hanno il diritto all’autodeterminazione. In virtù di tale diritto essi determinano liberamente il proprio status politico e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale. Tenendo in considerazione la situazione particolare dei popoli che si trovano sottoposti a forme di dominio coloniale o ad altre forme di dominazione o occupazione straniera, la Conferenza Mondiale sui Diritti Umani riconosce il diritto dei popoli a intraprendere ogni azione legittima, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, per realizzare il loro inalienabile diritto di autodeterminazione. La Conferenza Mondiale sui Diritti Umani considera il diniego del diritto di autodeterminazione come violazione dei diritti umani e sottolinea l’importanza della effettiva realizzazione di tale diritto. …
  3. Effettive misure internazionali dovrebbero essere prese per garantire e controllare l’applicazione dei diritti umani alle popolazioni sotto occupazione straniera, e si dovrebbe provvedere a una effettiva, legale protezione contro la violazione dei loro diritti umani, in accordo con le norme sui diritti umani e il diritto internazionale ….

 

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L’inizio di una nuova era?

Pochi giorni dopo che Deb Haaland ha assunto la sua carica di Segretaria degli Interni, il suo Dipartimento ha annullato una decisione dell’amministrazione Trump con cui era stato stabilito che una parte del fiume Missouri era sotto la giurisdizione dello stato del Nord Dakota piuttosto che facente parte di una riserva dei nativi americani.

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Pow-wow a Fort Berthold (2013 – foto Galanti)

L’Amministrazione Trump aveva deciso che la parte del fiume Missouri che scorre attraverso la Fort Berthold Indian Reservation era sotto la giurisdizione dello Stato piuttosto che quella delle nazioni Mandan, Hidatsa e Arikara, le tre tribù affiliate che vivono nella riserva.

La precedente amministrazione aveva ribaltato una decisione risalente al 1936 secondo cui, in base ai trattati, l’alveo del fiume Missouri apparteneva alle nazioni Mandan, Hidatsa e Arikara.

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Pow-wow a Fort berthold (2013 – foro Galanti)

I diritti delle nazioni Mandan, Hidatsa e Arikara sul letto del fiume Missouri che attraversa la riserva sono stati riaffermati e non dovrebbero esserci più dubbi sulla validità delle argomentazioni indiane e il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati non dovrebbe dipendere da chi siede al governo degli Stati Uniti.