LA LOTTA DEGLI UTE PER L’ACQUA

Fu dopo la guerra col Messico, e il conseguente Trattato di Guadalupe-Hidalgo, del 1848, che gli Stati Uniti si annetterono i territori del sud ovest, fra i quali l’odierno Utah. Pochi anni più tardi lo Utah divenne la patria dei seguaci della  Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, i cui membri sono meglio conosciuti come mormoni.  I mormoni furono guidati lì dal fondatore della loro chiesa, Brigham Young.  Fra le altre cose Young sosteneva che la terra non era di nessuno perché apparteneva al Signore, e quindi era lì per essere usata da chiunque potesse trarne i maggiori benefici. Era questo un’abile copertura teologica alla volontà di non riconoscere i diritti su quella terra dei nativi americani. Questo principio, che all’apparenza impediva a qualsiasi parte di esercitare un controllo monopolistico sulle risorse naturali, in realtà dava modo ai coloni bianchi di ignorare le rivendicazioni dei nativi americani sulla terra e sull’acqua, che in quei territori semidesertici è una delle risorse più preziose. E anche se le popolazioni native dell’Utah praticavano l’agricoltura e l’irrigazione molto prima dell’insediamento dei bianchi, i nuovi venuti usarono questa teologia per appropriarsi delle valli più fertili e per assegnare a se stessi parti sempre più grandi della disponibilità di acqua. I capi dei coloni, e più avanti le autorità statali dell’Utah, non pensavano che le comunità native fossero così efficienti o produttive nel loro uso delle risorse naturali, perché i loro sistemi di produzione alimentare non erano basati sull’ideale americano di un’agricoltura basata sulle fattorie, che erano immaginate come la chiave per l’autosufficienza e la vera libertà dell’individuo. Questa pratica di assegnare risorse naturali all’utente che ne può ottenere il maggior “beneficio”, unitamente alla diffusione delle malattie infettive portate dai coloni bianchi, che decimarono gli indiani, tolse gradualmente ai nativi il controllo sulle risorse naturali dell’Utah. L’idea che l’acqua dovesse essere assegnata non in base alla ricchezza o al potere, che per i mormoni non era accettabile, ma in base alla capacità di una comunità di utilizzarla al meglio, sta agendo contro gli interessi degli indiani ancora oggi, in tempi in cui la crisi climatica ha enormemente aumentato i periodi di siccità con conseguente, significativa, riduzione della risorsa acqua disponibile.

Nonostante i cambiamenti climatici abbiano provocato una diminuzione del 18% della portata dei fiumi del sud ovest negli ultimi due decenni e un abbassamento del livello del lago Powell, formato da una diga sul fiume Colorado, al 35% della sua capacità, i politici e i funzionari dell’Utah continuano a sostenere che ci sia acqua in abbondanza e che, di conseguenza sia possibile procedere con la costruzione di una conduttura lunga 140 miglia per portare l’acqua dal lago Powell fino a St. George, nell’angolo sud-occidentale dello stato.Unknown4AUEREUDKZEBHP56WBSH764OUE

Quest’argomento si scontra con quanto sostenuto dagli esperti interpellati dalla tribù Ute secondo cui l’Utah sta già usando tutta la sua quota d’acqua assegnatagli in base al Colorado River Compact del 1922. Di conseguenza lo Stato dovrebbe prelevare acqua da qualche altra parte. Il candidato più probabile è l’acqua d’irrigazione del bacino di Uintah, cioè quella che confluisce nel Green River e su cui insistono le riserve degli Ute. Ed è esattamente ciò che l’Utah intende fare. Ma c’è un problema: l’acqua che lo stato intende prelevare dal lago Powell era stata precedentemente promessa alla Nazione Ute, che ora sta facendo causa per riavere la sua acqua e affermare questa è solo una di una serie decennale di piani su base razzista per privarla dei suoi diritti e della sua proprietà.

La disputa risale agli anni ’50 e alle origini del Central Utah Project, consistente in una serie di condutture e serbatoi per convogliare l’acqua del fiume Colorado dalle montagne Wasatch fino ai centri abitati bianchi dello Utah. All’epoca, i gestori dell’acqua dell’Utah proposero agli Ute di sfruttare i loro ancestrali diritti idrici in cambio della estensione del progetto fino alle terre tribali. Allettati dalla possibilità di avere accesso all’acqua potabile e alla possibilità d’irrigazione al pari dei bianchi, gli Ute acconsentirono. Ma una volta completate le prime fasi del progetto, l’Utah e le agenzie federali coinvolte abbandonarono i piani per costruire dighe e condutture idriche per portare l’acqua agli Ute, adducendo a motivo i costi eccessivi e gli scarsi benefici ricavabili poiché, secondo l’ancora imperante dottrina di Brigham Young, gli indiani non sarebbero stati in grado di sfruttare al meglio la ricchezza di quella terra. A nulla sono valse le cause intentate dalle tribù Ute contro lo Stato e le agenzie federali.

E oggi si pretende che gli Ute accettino, oltre al danno, la beffa. Lo Stato ha, infatti, riassegnato l’acqua promessa agli Ute negli anni ’50 a una serie di altri progetti. A partire dal 1996, l’Utah Board of Water Resources ha assegnato milioni di litri d’acqua al distretto di conservazione dell’acqua delle contee di Uintah e Duchesne e ad altri gestori di acqua pubblici e privati. Adesso lo Stato dell’Utah ha deciso di suddividere il resto dell’acqua disponibile. Una parte dovrebbe scorrere nella conduttura dal lago Powell fino a St. George, l’altra verso un sito di conservazione e stoccaggio chiamato Green River Block.LakePowellPipelineMap_2Alignments_102520

Secondo una nuova causa federale intentata nel 2020 dalla tribù, che nomina specificamente il progetto del Green River Block, ma non la conduttura dal lago Powell a St. George perché in quel momento non ancora decisa, lo Stato dell’Utah vorrebbe far derivare la sua presunta autorità per eseguire questi trasferimenti della risorsa acqua dal Central Utah Project Completion Act del 1992. E’ questo un atto legislativo approvato dal Congresso, che richiedeva la ratifica sia dello Stato sia degli Ute, che però non l’hanno mai approvato. L’atto, pur promettendo protezione per i diritti idrici della tribù e future compensazioni finanziarie per le perdite economiche associate, afferma che il Bureau of Reclamation, l’agenzia federale competente, non finanzierà più la costruzione di condutture e dighe necessarie per immagazzinare e accedere all’acqua a beneficio della tribù.

Con una lettera del 24 luglio 2018, indirizzata all’ente gestore del bacino superiore del fiume Colorado, gli Ute hanno affermato: “Abbiamo studiato la legge del fiume Colorado e la sua gestione e concluso che non ci sarà mai una gestione efficace del fiume a meno che la Commissione non stabilisca una relazione con la tribù degli Ute. Questa relazione deve riconoscere che la tribù ha un interesse sovrano nella ripartizione dell’acqua nel bacino del fiume Colorado, con diritti idrici superiori e riservati che sono detenuti dagli Stati Uniti per conto della tribù, nella sua qualità di beneficiario effettivo di queste acque. … I rappresentanti statali non sono in grado di rappresentare gli interessi tribali, motivo per cui continuiamo ad affrontare problemi legati al riconoscimento, allo sviluppo e alla gestione dell’acqua … Di volta in volta, veniamo informati di situazioni e decisioni in cui la tribù non è mai stata coinvolta e che hanno implicazioni dirette per la nostra più preziosa risorsa tribale: l’acqua”. La lettera chiedeva anche un incontro presso gli uffici tribali a Fort Duchesne. La risposta è stata negativa.

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