Un esperimento di autodeterminazione del popolo Lakota

Anche a Rapid City, in South Dakota, ai piedi delle Colline Nere, vivono molti dei cosiddetti indiani urbanizzati. Alcuni di loro vivono ai margini della società, sono senza fissa dimora, bevono e usano droghe e da decenni il loro luogo di ritrovo è lungo le rive del Rapid Creek, che attraversa la città. Poiché le riserve Sioux non sono molto distanti da qui, sono perlopiù persone appartenenti alla Nazione Lakota. Alcuni attivisti Lakota hanno iniziato ad aiutare questa gente, dapprima offrendo loro pasti caldi o semplicemente una buona parola poi, in previsione della stagione invernale, hanno deciso di offrire loro un riparo. Così, lungo il torrente, hanno rizzato alcuni tepee in cui alloggiare i loro parenti Lakota. Il sindaco ha subito dichiarato illegale il campo e la polizia è intervenuta per smantellarlo. Sei persone sono finite in prigione, ma il progetto ha comunque preso il volo.

Appena usciti dalla prigione, gli attivisti hanno rapidamente spostato l’accampamento in un terreno di circa 36 ettari di proprietà delle tribù Sioux di Cheyenne River, Rosebud e Pine Ridge che erano parte dell’area dove sorgeva la Rapid City Indian Boarding School, appena fuori città, in direzione delle colline. Lo hanno chiamato “Camp Mniluzahan” dal nome Lakota del torrente che attraversa Rapid City. Si trova abbastanza vicino al centro per essere accessibile ai senzatetto indiani della città grazie a brevi corse in navetta offerte dai volontari. E poiché si trova su un terreno tribale, è al di fuori della giurisdizione delle autorità locali.https---images.saymedia-content.com-.image-MTc2NzczNzk4MzQ1ODQ0MzUz-camp-mniluzahan-1

Oggi il campo, la cui vita si basa sui valori e sugli insegnamenti tradizionali, è fiorente, anche grazie al supporto del Collettivo NDN, un’organizzazione indigena senza scopo di lucro, con sede a Rapid City, dedicata alla costruzione del potere indigeno attraverso l’organizzazione, l’attivismo, le pratiche di decolonizzazione e la promozione dell’autodeterminazione indigena.

Oltre a una tenda adibita a mensa, il campo vanta otto tepee, alcune tende più piccole e servizi igienici portatili. Il numero dei Lakota senzatetto che vi soggiornano varia, ma oscilla fra le 40 e le 50 persone.

Questo vero e proprio esperimento di autodeterminazione indiana in ambito urbano ha naturalmente attirato anche l’attenzione dell’FBI che ha inviato sul posto alcuni suoi agenti che hanno eccepito sulla mancanza di un memorandum d’intesa tra il campo e i soccorritori locali in caso di emergenza. Questi tipo d’intese sono abbastanza comuni nel Paese Indiano, dove gli incerti confini fra le giurisdizioni tribali, cittadine, di contea, statali e federali creano grovigli giuridici a volte inestricabili. Ma gli organizzatori sono ottimisti riguardo alle prospettive del campo e credono fermamente che il loro approccio – i nativi che aiutano i propri connazionali, a modo loro, con le proprie risorse e al di fuori di qualsiasi costrutto coloniale – sia il miglior percorso da seguire.IMG_45BB2963CC32-1

Gli attivisti del campo Mniluzahan hanno imposto una sola regola agli ospiti: il rispetto. Rispetto per se stessi, per gli altri, per gli antenati e per le generazioni future. Stanno dando alle persone la possibilità di avere un posto dove dormire e vivere come facevano i loro antenati. Stanno cercando di far sì che questi indiani urbani diventino di nuovo indiani e il miglior indicatore che l’etica del campo sta dando i suoi frutti è il numero crescente di residenti che rimangono sobri e si adoperano per far funzionare al meglio le cose.

Il campo ha anche una capanna sudatoria in modo che i residenti che cercano di smettere di drogarsi e di bere possano ritrovare la spiritualità che avevano perso o dimenticato ma che stanno tornando lentamente a vivere.

Chi lo desidera può aiutare donando su:

https://actionnetwork.org/fundraising/support-camp-mni-luzahan-creek-patrol/

 

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