Le tribù di fronte al Covid-19

Il coronavirus COVID-19 sta iniziando a colpire le nazioni dei Nativi Americani. Molte tribù hanno già scoperto diversi focolai all’interno delle riserve indiane. C’è un elevato rischio che le tribù siano costrette ad affrontare il virus a “mani nude”. I nativi americani sono la parte più povera della popolazione degli Stati Uniti e soffrono delle malattie croniche sottostanti, come diabete, problemi cardiocircolatori e asma. Sono inoltre storicamente soggetti ad altissimi tassi di disoccupazione, alcolismo, violenza domestica. Tutti retaggio del trauma intergenerazionale causato da quattro secoli di genocidio fisico e culturale e delle criminali politiche assimilazioniste perseguite, fino ad anni recenti, dal governo degli Stati Uniti.

Nel 2009, gli Indiani d’America e i Nativi dell’Alaska sono morti a causa del ceppo influenzale H1N1 a un tasso quattro volte superiore a quello di tutti gli altri gruppi etnici messi insieme. L’impatto del COVID-19 potrebbe essere quindi, particolarmente devastante per loro.

Ci sono già molti focolai nelle riserve, ma mancano gli ospedali e quei pochi che ci sono non sono minimamente attrezzati per far fronte al virus. L’Indian Health Service, il Servizio Sanitario Indiano che è parte del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti, ha dichiarato di essere in costante contatto con la Casa Bianca e i centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, e ha assicurato che tutte le sue cliniche “hanno accesso ai test” per il COVID-19. Tuttavia alcune tribù segnalano una drammatica carenza di kit per i test. Tenendo presente che gli indiani che vivono nelle riserve sono circa 2,5 milioni, al 30 marzo, i test effettuati in tutte le riserve sono stati 3.288, con 174 positivi e 1.990 negativi. Fra i Navajo, che sono oltre 350.000, i test effettuati sono stati 1.377, con 110 contagiati, poi saliti a 128.

L’invito, anche per i Navajo, è di stare in casa, però migliaia di membri tribali sono costretti ogni giorno a lasciare le proprie case e percorrere molti chilometri per approvvigionarsi d’acqua potabile. Il governatore del New Mexico ha lanciato un preoccupato allarme. Sostiene che il virus potrebbe decimare gli indiani di Arizona, New Mexico e Utah.

La Rosebud Sioux Tribe, nel South Dakota, ha chiesto assistenza e aiuto urgente all’Organizzazione mondiale della sanità e alla Pan American Health Organization. Evidentemente non credono che il governo americano si stia preoccupando per loro. La Rosebud Sioux Tribe ha circa 30.000 membri tribali e meno di 200 posti letto nell’ospedale della riserva.

I Chippewa della tribù di Sault Ste. Marie, in Michigan, hanno evidenziato che i due kit per il test del coronavirus inviategli dall’Indian Healt Service, siano una risposta federale “dolorosamente inadeguata”.

Ad aggravare il problema, la chiusura dei casinò, che sono presenti in quasi tutte le riserve indiane, dovuta alla necessità di prevenire la diffusione dei contagi, ha come immediata conseguenza che alcuni governi tribali stanno perdendo la loro principale fonte di entrate proprio nel momento in cui ne avrebbero maggior bisogno.

Ci sono 574 tribù di Nativi Americani riconosciute a livello federale negli Stati Uniti, alcune in parti remote del paese con accesso limitato alle risorse di base. Per tutte loro si prospettano tempi molto bui.

 

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