Quando la Natura ci Dice: Basta!

In occasione della giornata chiamata “M’illumino di Meno” e dell’ennesimo dei “Fridays for Future” che vede protagonisti ragazzi di tutti i paesi europei che lottano per salvare il pianeta dagli effetti nefasti del modello di sviluppo fin qui seguito, riceviamo e volentieri pubblichiamo un interessante e articolato contributo di Giovanni Panza.

Quando la Natura ci Dice:  Basta! 

Sappiamo Solo Arrabbiarci?

Disastri climatici, scienze naturali e popolazioni indigene

Elementi per una filosofia non antropocentrica e una religiosità integrata basate nella natura

di Giovanni Panza

 

Introduzione

Questo pianeta blu, o minuscolo pianetuccolo sperduto tra miliardi di miliardi di galassie disabitate, è in crisi, sta male e tra un attimo potrebbe rendere la vita dei grandi mammiferi impossibile.  Comuni cittadini, imprenditori economici, operatori finanziari e governi sembrano fregarsene, spesso non ci credono o lo negano, o reagiscono con rabbia agli allarmi.

I paradigmi delle civiltà attuali sembrano impedirci di capire che siamo in pericolo e non riescono ad immaginarsi modelli economici e comportamentali diversi.  Tutte le grandi religioni e le ideologie politiche del 900 sono responsabili di aver causato il disastro ambientale in cui ci troviamo oggi, perché hanno sempre messo l’uomo al centro ed al di sopra di tutto il resto.

Che fare è già conosciuto e tanti eccellenti donne e uomini continuano a dircelo da tempo.  Il vero problema è che siamo bloccati dal vedere oltre i nostri bisogni personali e le nostre ambizioni di gruppi sociali.  Forse, se riuscissimo a ribaltare il nostro modo di vederci nel mondo, nell’universo e nella storia, potremmo riuscire a spezzare questa impasse suicida.  Per riuscire a farlo dobbiamo aprirci a tutta la conoscenza umana che va in questa direzione, senza alcun provincialismo.

In questa sfida le invenzioni tecnologiche del terzo millennio, per quanto strabilianti, non ci saranno di grande aiuto.  La nuova tecnologia ha migliorato la comunicazione ma non il pensiero;  ci salva da tante malattie, ma in una biosfera al collasso ci estingueremmo anche se sani;  ha reso più efficienti le armi e questo non è uno scherzo;  l’intelligenza artificiale si sta evolvendo cosi velocemente e con tale potenza che è molto probabile che finirà nelle mani di multinazionali e tiranni che la useranno contro di noi;  forse qualcuno riuscirà a traslocare su altri pianeti più inospitali del deserto per vivere come romiti in bunker sotterranei, ma non certo otto a dieci miliardi di umani entro qualche secolo o prima.

Non sono io un esperto in alcunché né un portatore di vasta e profonda cultura.  Non c’è qui la pretesa di riuscire ad affrontare la tematica in oggetto in tutti i suoi innumerevoli punti di vista.  Trattandosi della sopravvivenza della vita umana sulla terra le prospettive possibili sono veramente tante e tutte in grado di contribuire elementi validi ed importanti.

Mi limiterò, ed i miei limiti li noterete in fretta, a raccontarvi e a citare testualmente, alcune, e non tutte o meglio pochissime, delle scoperte scientifiche degli ultimi venti anni della paleontologia, della zoologia, della botanica, e il tentativo di un libro dell’anno scorso di fondare un innovativo approccio filosofico basato sul mondo vegetale.  Partirò da una breve ricognizione astronomica.  Ho escluso completamente la psicologia, come altri campi del sapere, che è molto utile quando si cerca di capire e curare la disfunzione umana.  Quello che manca non è da meno o irrilevante al mio scopo, anzi;  altri ne parlano molto bene e starà a chi di voi ne ha interesse approfondirne l’apporto.  Mi sono basato esclusivamente su alcune letture, notizie di pubblico dominio ed esperienze sconcertanti che hanno infuocato la mia immaginazione, con l’intento di provare a infiammare anche la vostra.

L’altro contributo di cui vi parlerò, che può esserci utile nell’inventarci un modo diverso di essere nel mondo, è quello delle popolazioni indigene.  Per popolazioni indigene intendo quei piccoli gruppi tribali, tipicamente semi-nomadi di cacciatori-raccoglitori con stili di vita, tecnologie e religiosità, di stampo neolitico, che sono riusciti fino a tempi recenti a rimanere al di fuori delle grandi civiltà emerse dalle città stato, dagli imperi e dalle grandi religioni che oggi dominano il mondo.

Sogni romantici o identitari di un passato idilliaco non mi appartengono e riconosco che ciò che riguardava piccoli gruppi umani isolati in zone remotissime a bassissima tecnologia non è completamente applicabile all’attuale società complessa globale a sempre più elevata tecnologia.  Non commento l’uso razzista della loro definizione di popoli primitivi, ma anche quando li definiamo preistorici commettiamo un errore.  Loro non hanno avuto solo la nostra di storia, perché noi non sapevamo della loro esistenza. E’ il caso degli indigeni delle Americhe, scoperti 500 anni fa, anche se non tutti perché quelli dell’Amazzonia sono stati scoperti tra gli anni 40 e 60 ed alcuni sono tuttora privi di contatto con noi.  La caratteristica interessante di questi indigeni è che loro hanno mantenuto una continuità filosofica con le nostre origini più antiche.  Avevano un modo di pensare ed uno stile religioso che gli ha permesso di controllare le nascite e di non distruggere gli ecosistemi da cui dipendevano per millenni.

Mentre prendeva forma la mia ricerca per questa conferenza, mi sono reso conto che dovevo evitare, come spesso accade parlando della religiosità indigena, di fare i soliti discorsi sui loro rituali, credenze esotiche, pratiche sciamaniche e persecuzioni varie.  Volevo invece estrarre alcuni concetti fondamentali e, mettendoli in relazione con le nuove scienze naturali, rivelarne la valenza con un linguaggio che poteva effettivamente inserirsi nel nostro modo di pensare, e così ampliarlo e cercare di ribaltarlo.  Per questa ragione ho dato più spazio ai nostri scienziati.

Permettetemi, però, di iniziare con alcune immagini che vorrei lasciarvi impresse.

Quando guardiamo il cielo dalla pianura, dalle cime delle montagne come fanno gli alpinisti, o dagli aeroplani in volo a diecimila metri di quota, l’atmosfera ci sembra una spazio immenso.  Quando viaggiamo attraverso i continenti oltre i conglomerati urbani e le campagne agricole anche le terre emerse sembrano sconfinate.  Per non parlare degli oceani che quando ci siamo in mezzo appare un orizzonte che ci insegue circondandoci senza abbandonarci mai.

Ci dimentichiamo però che lo spazio dove la vita può esistere non è ampio affatto.  Sotto i nostri piedi ci sono solo una decina di centimetri abitati da microrganismi, batteri, piccoli mammiferi, e più giù qualche metro dove si avventurano le radici di piante, alberi e micorrize alla ricerca di nutrienti. Sopra le nostre teste si giunge alla fine del vivibile per piante ed animali dopo una breve passeggiata (in verticale) di appena tre o quattro chilometri a dipendere dalla latitudine: una camminatina di un’oretta. Solo negli oceani, che come sappiamo coprono la maggior parte della superficie terrestre con una media di quattromila metri di profondità, la vita degli organismi marini ha a disposizione un po più di spazio.  Per cui, guardare il globo e apprezzarne la grandezza basandosi sul suo diametro è fuorviante ed illusorio per noi esseri viventi.

Da quando negli anni 90 gli Stati Uniti hanno desecretato i loro archivi di immagini aeree e satellitari della superficie del pianeta e molti paesi hanno iniziato a lanciare satelliti per fare lo stesso, è migliorata tantissimo, e continua a farlo, la nostra comprensione della biosfera nella sua interezza.  Sono state le fotografie oblique dai satelliti orbitanti e dalla Stazione Spaziale Internazionale a farci vedere quanto fine sia la striscia di atmosfera che avvolge la palla e che ci permette di respirare.  Se avessimo capito quello che stavamo guardando avremmo già smesso di immettere nell’aria qualsiasi gas inquinante che ne altera il fragilissimo equilibrio. Fuori di lei c’è solo il nulla per noi, forze cosmiche che ci uccidono in un istante.

Astronomia

Telescopi radio e ottici, singoli e compositi sempre più grandi, piazzati su aridi altipiani, fuori dall’atmosfera e su sonde interplanetarie, due delle quali già fuoriuscite dal sistema solare, continuano ad approfondire la nostra percezione dello spazio.  Se prima il cielo stellato era sinonimo di infinito ed eternità, oggi continuiamo ad aggiungere centinaia di zeri alle misurazioni ed ai conteggi ogni volta che riusciamo a sbirciare un po più in là.  Più allarghiamo la nostra visione e più piccola e solitaria diventa la terra.

Di esopianeti nella fascia abitabile del loro sole ne abbiamo già scoperti a migliaia.  Di galassie ce ne sono talmente tante che probabilmente la vita potrebbe anche saltar fuori da qualche altra parte.  Per quanto siamo riusciti a frugare in giro a distanze già siderali, di organismi pluricellulari non se ne è vista manco l’ombra.  Se ci sono, che è ormai statisticamente possibile, sarebbero troppo lontani per ascoltare il nostro assordante rumore, manco meno mandarci un missile o un bacio.  Nel conosciuto non c’è ancora nessun luogo con tutte le condizioni necessarie alla formazione della vita come la nostra.  A meno che là abbiano già concluso il loro ciclo di emergenza, evoluzione ed estinzione prima che noi potessimo accorgercene.  Mettiamoci pure l’anima in pace:  in questo momento, in questo universo, l’amore e la guerra possiamo farli solo tra di noi.

La nostra incapacità di introiettare questi nuovi dati, la nostra capacità a non farci sconvolgere e persuadere della nostra infinitesima piccolezza, hanno ormai raggiunto proporzioni galattiche.

Paleontologia

Non è solo l’osservazione delle stelle che può aiutarci a ridimensionare il nostro ingiustificato senso di centralità e di gente predestinata alla supremazia. Dal crollo del muro di Berlino si è potuto condividere tutto quello che decenni di archeologia sovietica avevano portato alla luce.  Con la modernizzazione della Cina anche loro hanno iniziato a scavare e la paleontologia ha fatto balzi in avanti.  Se all’inizio l’archeologia era appannaggio di ricchi saccheggiatori interessati ad ingrandire la propria fama e le collezioni di musei europei con reperti monumentali e tesori inestimabili, usati per giustificare la propria superiorità creativa delle origini, i ritrovamenti hanno iniziato a raccontare storie diverse quando si sono fatti buchi dove nulla di grandioso sembrava essere successo.

Grazie alla stratigrafia, a metodi di datazione sempre più precisi, all’analisi genetica ed ad un approccio interdisciplinare, ci si è potuti addentrare in un passato sempre più remoto.  Da arretramenti di qualche migliaia di anni si è presto passati alle decine di migliaia, alle centinaia ed ai milioni di anni, e le sorprese sono arrivate in fretta.

L’idea dell’evoluzione umana come progressione lineare dai pesci alle scimmie e poi all’uomo, come se questi passaggi fossero stati predisposti teleologicamente per raggiungere l’attuale capolavoro, con inclusi i passaggi intermedi dei vari Homo come meri gradini di una scala diretta all’unico apice possibile, oggi riverbera ancora quando si sente parlare di specie limitrofe di ominidi e di noi come Sapiens Sapiens, manco fossimo sapientoni che hanno superato persino i sapienti.  Finché delle mutazioni ci cambieranno, rimaniamo semplici sapienti, ma la cosa interessante è che l’albero genealogico si è trasformato in un cespuglio ed i nostri cugini sono ora chiamati ominini grazie alla loro vicinanza genetica e non meramente morfologica.

L’evoluzione degli homo non è più vista come soltanto temporale, ma anche spaziale e geografica.  La nostra storia è comprensibile studiando gli spostamenti sul territorio, le migrazioni, e le nostre interazioni con l’ambiente fisico. Di continuo vengono scoperte nuove specie di ominini, siamo già oltre la ventina, che erano contemporanee l’una all’altra, persino coeve alla nostra e con cui abbiamo condiviso sesso e caverne.  Con loro abbiamo avuto antenati comuni e discendenti cugini, abbiamo visto popolazioni con storie ecologiche locali, estinzioni, vicoli cechi.

Il cespuglio genealogico ha avuto un esplosione di virgulti, con l’apparizione dei primi homo più di due milioni e mezzo di anni fa.  Negli ultimi due milioni di anni ci sono state un ventina di glaciazioni e sono stati questi cambiamenti climatici globali ed i continui spostamenti della vegetazione a condizionare le tre maggiori migrazioni fuori dall’Africa ed in ultimo la dispersione delle popolazioni umane nell’inseguimento di habitat più congeniali.  La più antica traccia di homo fuori dal continente di origine, risalente a 1,85 milioni di anni fa, è stata rinvenuta nel Caucaso, sotto ad un castello medievale in Georgia, dove sono emersi resti animali del primo pleistocene e resti homo riconducibili a H. habilis, H. ergaster e H. erectus, soprannominato H. georgicus, i cinque individui ritrovati erano molto diversi l’uno dall’altro, nella faccia e nel corpo.

Furono le specie più recenti, H. neanderthalensis e H. sapiens, che riuscirono ad adattarsi a ecosistemi e condizioni climatiche molto più impegnative.  I primi europei autoctoni non furono nemmeno questi due, ma H. antecessor di circa un milione di anni fa scoperti nel nord della Spagna nella Sierra de Atapuerca.  L’uso del fuoco compare 500,000 anni fa e le prime architettonicamente raffinate capanne con le tracce di un’elaborata vita sociale 400,000 anni fa, periodo in cui inizia ad aumentare il volume cerebrale. Infatti gli avanzamenti tecnologici sembrano progredire a scatti, con lunghi periodi di stabilità interrotti da rapide innovazioni locali. E’ intorno a 200.000 anni fa che appaiono i primi H. sapiens, dal grande cervello (1,400 cc) e sopratutto dai lunghi tempi di sviluppo infantile.

I neandertal erano anche loro in Europa prima di noi.  Il loro cervello era come il nostro ed a volte più grande.  Oltre la maggiore robustezza avevano una gola più corta per proteggerla dal freddo che probabilmente gli consentiva solo una forma elementare di linguaggio.  Non erano certo gli idioti sciovinisti che si pensava.  Padroneggiavano il fuoco, avevano accampamenti ben organizzati, si decoravano con piume e ciondoli vari, dipingevano e incidevano le caverne, suonavano strumenti musicali, praticavano riti, curavano i malati ed i feriti, tutte pratiche considerate esclusivo appannaggio degli umani, in poche parole abbiamo sottovalutato le loro capacità mentali.  L’ultimo dei neandertal si è estinto a Gibilterra, non perché li abbiamo fatti fuori tutti, ma probabilmente per una lunga e lenta riduzione demografica spinta dal nostro successo in tale senso.  Per decine di millenni li abbiamo avuti come vicini e consuoceri, anche qui in Italia, a tal punto che ne conserviamo il DNA dal 2 al 4 per cento.

I processi evolutivi di H. sapiens e degli altri ominini hanno agito su di loro con gli stessi meccanismi che hanno influenzato le altre forme viventi:  la selezione naturale, la deriva genetica, lo spostamento sul territorio e l’isolamento geografico hanno prodotto la diversificazione di specie.  Sono appena 40,000 anni che siamo rimasti soli, anche se 73,000 anni fa ci siamo quasi estinti grazie alla eruzione del vulcano Toba di Sumatra.  Da allora la diversità genetica della nostra specie è la più bassa tra tutti i primati, un dato anomalo causato da questa improvvisa riduzione della popolazione.  Infatti, la nostra diversità genetica si riduce mano a mano che ci si allontana dall’Africa.

I nativi americani hanno ancora difficoltà ad accettare la provenienza dal continente euroasiatico, la teoria del passaggio alle Americhe dallo Stretto di Bering.  Nuovi scavi archeologici continuano a arretrare le date della presenza umana nelle Americhe, e c’è chi sostiene che alcune popolazioni dell’America meridionale occidentale vi siano arrivate via mare dalla Polinesia.  Persino i cinesi nazionalisti vorrebbero dimostrare che i loro progenitori non sono venuti dall’Africa, ma si sono evoluti in modo indipendente.  Tutte le culture hanno miti di origine localizzati, che vengono spesso travisati in strumenti politici identitari e in una prassi etnica di esclusione, cosa che tendono a fare le nazioni e non le popolazioni indigene.

Negli ultimi decenni alcuni paleontologi hanno utilizzato quanto si conosce sulle popolazioni indigene attuali come aiuto per interpretare i resti materiali degli ominini più evoluti.  Infatti noi abbiamo visto amici Apache, Lakota e Yaqui che in visita in Vallecamonica hanno reagito spontaneamente come se si trovassero in presenza di un luogo sacro e hanno sentito come loro le incisioni rupestri camune.

Se è oramai assodato che noi sapiens siamo emersi da un moltitudine di forme umane coeve e simil-dotate, che non è detto che sia stata una maggior tendenza genocidaria a farci rimanere gli unici tra gli ominini, che la mera geologia avrebbe già potuto stroncare definitivamente il nostro ramo del cespuglio evolutivo, è chiaro che non eravamo programmati come risultato massimo e finale della vita e non siamo stati voluti scientemente da qualcun’ Altro.

Zoologia

L’evoluzione degli ominini è passata dai primati e anche in queste indagini si moltiplicano le scoperte sui possibili antenati comuni antropomorfi. Sempre di più parlare degli umani significa parlare di zoologia, di mammiferi, di vertebrati dove sono collocate le vere origini della nostra specie.  Non c’è un varietà di categorie, bensì variazioni all’interno di una stessa categoria.  In particolare, nel nostro caso, siamo una variazione animale.  Il classico dualismo uomo e animale, corpo e mente, ragione ed emozione, è diventato una distrazione dalla visione più ampia.

I biologi stessi, in questi ultimi vent’anni sono stati costretti dall’evidenza ad aprire le loro menti e rigettare la scala aristotelica della cognizione che da Dio scende a livelli sempre più inferiori.  La cognizione altro non è se non elaborazione dell’informazione e trasformazione mentale dell’input sensoriale in conoscenza dell’ambiente con una sua applicazione flessibile, con l’intelligenza che è la capacità di applicare questo processo con successo.  Gli animali non dovrebbero essere misurati solo con criteri umani e quando parliamo di cognizione ed intelligenza dovremmo usare il plurale e riconoscerne l’immensa variabilità tra gli organismi. Rinunciare ad un unica dimensione interpretativa autocelebrativa, riconoscendo che l’evoluzione cognitiva è contrassegnata da molti picchi di specializzazione e che la chiave è l’ecologia di ogni specie.  Non c’è bisogno di sondare l’immensità dello spazio alla ricerca di vita intelligente, perché abbonda proprio qui sotto i nostri nasi.

Anche se nessuno sa cosa sia la cognizione, non c’è ragione di negarla ad alcuna specie.  L’assunto che gli animali sono istintivi e stupidi è un’affermazione priva di supporto oggettivo.  E’ più logico supporre che ci sia una continuità, e come diceva Darwin che la differenza mentale tra esseri umani ed altri animali è di grado e non di genere. Piaget si rifiutò di negare il pensiero ai bambini preverbali e dichiarò la cognizione indipendente dal linguaggio.  Oggi è accettata la tesi che il linguaggio non sia la sostanza del pensiero, che non abbiamo bisogno del linguaggio per pensare e che ci sono organismi non verbali che pensano.

Molte altre specie, oltre ai primati, sono molto abili a comunicare i loro processi interiori, come emozioni e intenzioni, o di coordinare azioni e piani tramite segnali non verbali.  Fuori dalla nostra specie si scoprono alleanze di potere (politica), diffusione di abitudini (cultura), nonché empatia ed equità (moralità).  E’ stata dissolta la nozione che la comunicazione animale sia puramente emotiva.  La comunicazione è rivolta a un pubblico, fornisce informazioni sull’ambiente e dipende dall’interpretazione di coloro che ricevono i segnali.  Nemmeno la nostra abilità linguistica viene dal nulla.  Nulla si evolve tutto d’un tratto, senza antecedenti. Ogni nuovo tratto si inserisce in strutture e processi esistenti.

Le differenze neurali sono insufficienti a fare dell’unicità umana una conclusione scontata.  Se mai troveremo un modo di misurare la coscienza potrebbe risultare un fenomeno diffuso.  Perché si studia la paura nell’amigdala di un ratto per curare le fobie umane, se non ci si riferisse alla premessa che tutti i cervelli dei mammiferi sono simili? Anche i cervelli degli uccelli risultano assomigliare a quelli dei mammiferi:  tutti i cervelli dei vertebrati sono omologhi.  La continuità fra forme di vita è data per acquisita.  Come in un iceberg, fra noi e i nostri parenti più vicini c’è una grande massa di somiglianze cognitive, emozionali e comportamentali, con però una punta contenente alcune dozzine di differenze.  Le nuove scienze naturali cercano di venire alle prese con tutto l’iceberg, mentre i promotori dell’eccezionalità umana si limitano a guardarne solo il culmine.

La domanda “Cos’è che ci rende umani?” ci conduce in un vicolo cieco intellettuale.  Già Darwin aveva detto che “Colui che comprende il babbuino contribuirà alla metafisica più di Locke”.  Ogni specie ha profonde intuizioni da offrici, dato che la sua cognizione è il prodotto delle stesse forze che plasmarono la nostra.  Il nostro primo compito è trovare in che modo opera la cognizione in generale, quali elementi richiede per funzionare e come questi elementi sono sintonizzati ai sistemi sensoriali e all’ecologia di una specie.

Invece di cercare una teoria generale che comprenda ogni forma di cognizione sull’intero pianeta, si tratta ogni specie come un caso a sé. Ogni specie affronta le sue sfide cognitive specifiche.  Ogni specie ha in sé qualcosa di speciale e l’apprendimento è dettato dalla biologia.  La cognizione pura è un parto dell’immaginazione.  Dove sarebbe la cognizione senza l’apprendimento?

Lo studio del comportamento animale è tra gli sforzi più antichi compiuti dall’uomo per capire il suo mondo.  I cacciatori-raccoglitori dovevano conoscere in modo approfondito la flora e la fauna, incluse le abitudini delle loro prede.  Le relazioni tra uomo e animale erano abbastanza paritarie.  Fu con gli agricoltori che iniziammo a sottometterli e i libri sacri si misero a parlare di sottomissione della natura.

Ascoltate cosa ci dicono gli Yanomami dell’Amazzonia brasiliana: “E’ la verità.  All’inizio dei tempi, quando gli animali antenati si sono trasformati, le loro pelli sono diventate selvaggina e le loro immagini spiriti ausiliari.  Anche noi, nonostante mangiamo la selvaggina, sappiamo bene che si tratta di antenati umani divenuti animali!  Sono abitanti della foresta proprio come noi!  Hanno assunto l’aspetto di selvaggina e vivono nella foresta semplicemente perché è li che sono diventati altri. Tuttavia, all’inizio dei tempi, erano esseri umani come noi.  Non sono diversi.  Noi oggi ci attribuiamo il nome di esseri umani, ma siamo identici a loro. Ecco perché, ai loro occhi, siamo sempre la loro gente.  Ci chiamano umani, selvaggina che abita nelle case”.

Botanica

Oltre agli zoologi anche i botanici, in questo ultimo ventennio, hanno ribaltato la classica visione antropocentrica e hanno messo in evidenza sperimentalmente il fondamentale ruolo e le grandi capacità adattive del mondo vegetale.  I nostri pregiudizi sono così ben radicati anche grazie a Noè che ha pensato bene di salvare solo coppie di animali e all’arte islamica che con il suo divieto di rappresentare qualsiasi forma vivente è costretta a rappresentare solo fiori e piante, in quanto non vivi.  Pochi sanno che Darwin stesso dedicò gran parte della vita e delle sue opere a studi di botanica e che considerava le piante gli esseri viventi più straordinari che avesse mai incontrato.  Tutti i suoi lavori pionieristici sul funzionamento delle piante rimasero in secondo piano grazie alla scarsa considerazione di cui le piante hanno sempre goduto in ambito scientifico.

Ci si dimentica che sia per il cibo, per la farmacopea e per l’energia, tra le altre cose, noi umani dipendiamo dalle piante.  Tutta la catena alimentare zoologica e l’ossigeno che rende possibile il respiro dipendono dalle piante, mentre le piante sono le mediatrici tra il sole ed il mondo animale.  Questo vuol dire che le piante hanno una funzione universale per la vita, mentre gli animali no.  Loro sono autotrofe, cioè autosufficienti, noi siamo eterotrofi, non autosufficienti, e già solo questo potrebbe indicarci chi sta realmente in cima alla classifica dell’adattabilità. Infatti il regno vegetale rappresenta tra il 99,5 e il 99,9 per cento della biomassa del pianeta, il resto sono tutti gli animali messi insieme.  Per questo un extraterrestre che ci osserva noterebbe tutto quel verde ben prima degli animali e delle stravaganti costruzioni degli omuncoli.

Fra i primi organismi unicellulari apparsi sul pianeta c’erano anche le alghe, esseri viventi di tipo vegetale, che non erano affatto diversi da quelli animali, ma che avevano in più un organo per la fotosintesi ed una parete cellulare incomparabilmente più robusta di quella animale.  Era già allora la cellula vegetale ad essere la più sofisticata.  Con la differenziazione tra piante ed animali, le une diventarono stanziali e gli altri nomadi.  Lo yin e lo yang dell’ecosistema, gli animali sono aggressivi le piante sono passive, gli uni sono veloci le altre lente.

Essendo esseri sessili, apparentemente prive di movimento, le piante hanno sviluppato una sorta di resistenza passiva agli attacchi. Il loro corpo è costruito in base ad una struttura modulare, in cui ogni parte è importante ma nessuna davvero indispensabile.  Moduli reiterati, come foglie, rami, fusto e radici, che si agganciano l’uno all’altro in modo indipendente.  Una struttura che rappresenta un vantaggio fondamentale rispetto al regno animale.  Essere mangiate non è un gran problema per loro. Avendo evitato di concentrare le funzioni vitali più importanti in pochi organi, ampie porzioni possono essere asportate senza che la loro sopravvivenza sia messa a rischio, a volte, come con la potatura dei rami, se ne avvantaggiano.  Gli animali sono individui in quanto non-divisibili, le piante invece sono rappresentabili come colonie dove si può sviluppare una coscienza collettiva molto superiore a quella degli individui che la compongono.

L’evoluzione della percezione della luce ha proceduto da un fotorecettore comune in tutti gli organismi e poi si è diversificato in due distinti apparati visivi che differenziano le piante dagli animali.  Le piante monitorano continuamente il loro ambiente visibile. Sono in grado di dire quando c’è pochissima luce, quando è pieno giorno, e quando il sole sta calando all’orizzonte.  Sanno se la luce proviene da destra, da sinistra, oppure dall’alto.  Distinguono i colori:  la luce blu per sapere verso quale direzione piegarsi, la luce rossa per misurare la lunghezza della notte e accendere la fioritura, la luce rossa lontana per lo spegnimento, ed è possibile illuminare una singola foglia per regolare la fioritura dell’intera pianta.  Per loro la luce non è solo un segnale ma anche nutrimento. Captano le onde elettromagnetiche in uno spettro più ampio del nostro, incluse quelle d’onda più lunga e più corta.

Le piante rilevano una sostanza chimica volatile nell’aria (anche se prive di nervi) e convertono questo segnale in una reazione fisiologica, che è la definizione dell’olfatto.  Emettono odori che attirano gli animali e gli esseri umani, ma percepiscono anche i loro stessi odori e quelli delle piante vicine.  Sanno quando il loro frutto è maturo, quando la loro vicina è stata potata oppure divorata da un insetto, annusando.  L’input olfattivo è limitato ma altamente sensibile, e comunica all’organismo una notevole quantità di informazioni.

Le piante sanno quando vengono toccate, distinguono tra il caldo e il freddo, e quando i loro rami stanno ondeggiando al vento.  Le rampicanti iniziano una rapida

crescita non appena entrano in contatto con oggetti come uno steccato. I vegetali non sembrano apprezzare che li si tocchi troppo, scuoterli può condurre ad un arresto della loro crescita.  In quanto organismi sessili e dotati di radici, le piante non sono in grado di ritirarsi o di fuggire, ma possono modificare il loro metabolismo per adattarsi a diversi ambienti.  Nonostante la diversa reazione dei vegetali e degli animali nei confronti del tatto e di altre stimolazioni fisiche sia differente, a livello cellulare vengono attivati segnali straordinariamente simili.

Il loro senso del gusto è attivato da alcuni recettori delle sostanze chimiche che usano per alimentarsi, e che cercano nel suolo grazie all’abilità delle radici di riconoscere e localizzare quantità infinitesimali di sali minerali nascoste in molti metri cubi di terra, producendo un numero molto elevato di radici proprio in corrispondenza delle zone dove la loro concentrazione è più alta.  Le piante carnivore sono capaci di catturare insetti e anche piccoli mammiferi, e di metabolizzarli producendo enzimi che li sciolgono, consentendo alla foglia l’assorbimento delle sostanze nutritive.  Altre come il tabacco e la patata secernono sostanze velenose che uccidono gli insetti che servono da nutrimento ai batteri presenti sulla pianta, o decomponendosi al suolo e rilasciando azoto.

La reattività delle piante al suono è meno chiara sperimentalmente, anche se sembra che sia il suolo il conduttore di vibrazioni captate dalle cellule vegetali, e che siano le frequenze basse a favorire la germinazione dei semi e l’accrescimento della pianta.

In compenso le piante hanno molto ben sviluppato quello che è anche il nostro sesto senso, la propriocezione, la consapevolezza dinamica e statica della posizione del  corpo in relazione a se stesso ed ai suoi movimenti, senza il quale non potremmo camminare in modo coordinato, lavarci i denti, o praticare lo yoga. Alle piante permette di distinguere l’alto dal basso per indirizzare la crescita delle radici e delle parti areali percependo la gravità, ma mentre i nostri gravicettori si trovano solo nell’orecchio interno, le piante li hanno in diversi punti nelle loro estremità delle radici e nei loro steli.

Le piante sono anche capaci di misurare con precisione l’umidità di un terreno e un elevatissimo numero di gradienti chimici sia nel suolo che nell’aria dannosi o utili alla sua crescita.  Sintetizzano decine di migliaia di molecole, usate o copiate dalla nostra farmacopea, e sono in grado di trasformare e neutralizzare sostanze altamente tossiche.  Riescono a comunicare con microrganismi, batteri, micorrize, insetti, uccelli e mammiferi (persino l’uomo), per instaurare relazioni di mutuo beneficio nella caccia ai nutrimenti, nell’impollinazione e nella dispersione dei semi.  In molti casi sono loro a manipolare e a ottenere il maggior beneficio dagli altri esseri viventi, cioè ad essere in posizione dominante.

Come qualsiasi altro organismo una pianta ha bisogno di trovare sistemi per sopravvivere in condizioni sfavorevoli.  Uno di questi sistemi opera attraverso nuove variazioni genetiche.  Non solo le piante sollecitate danno origine a nuove combinazioni di DNA, ma anche la loro progenie produce le stesse nuove combinazioni, anche se non era stata esposta direttamente.  I genitori avevano formato il ricordo della sollecitazione, lo avevano conservato, e lo avevano trasmesso ai figli.  Le cellule vegetali non solo comunicano mediante correnti elettriche, ma le piante contengono anche proteine note per essere dei neurorecettori negli esseri umani e negli altri animali.  Forse le similitudini tra la funzione del cervello umano e la fisiologia delle piante sono maggiori di quanto presumiamo.

Secondo Daniel Chamovitz la domanda non dovrebbe essere se le piante siano o meno intelligenti, dovrebbe essere invece, le piante sono consapevoli?  Da quello che abbiamo appena visto, lo sono.  Ciò che dobbiamo capire a un livello più generale è che noi condividiamo la biologia non soltanto con i cani, ma anche con le begonie.  Ma la condivisione di un passato genetico non nega eoni di evoluzione separata.  Anche se le piante e gli esseri umani mantengono capacità parallele di percepire ed essere consapevoli del mondo fisico, sentieri indipendenti dell’evoluzione hanno condotto a una caratteristica tipicamente umana che le piante non posseggono:  la capacità di interessarsi alle cose e di prendersi cura di loro.

Secondo Stefano Mancuso invece, il nostro si può certamente definire un pianeta verde, un ecosistema sul quale regnano indiscutibilmente le piante. Conquistare maggiore spazio a discapito delle altre specie è indice di maggiore adattabilità ossia di una maggiore capacità di risolvere i problemi.  Mancuso definisce l’intelligenza come l’abilità di risolvere i problemi, e l’intelligenza è una proprietà della vita, qualcosa che deve essere posseduta anche dal più umile organismo unicellulare.  Senza intelligenza non può esserci vita.  Non si può continuare a trattare in modo arbitrario le piante, come si faceva con gli animali.  La loro distruzione indiscriminata è moralmente ingiustificabile.  La discussione sulla loro dignità e i loro diritti è solo all’inizio, ma non è ulteriormente rimandabile.

Di nuovo, secondo gli Yanomami, la foresta è intelligente e ha un pensiero identico al nostro.  Ecco perché sa difendersi con i suoi spiriti ausiliari e i suoi esseri malefici.  Gli sciamani “chiamano”, fanno “scendere” e fanno “danzare” come spiriti ausiliari le immagini primordiali degli esseri, delle entità e degli oggetti più diversi (l’universo di queste immagini-essenze è per definizione infinito).  Oltre agli spiriti/antenati animali, largamente predominanti e gli altri spiriti della foresta (alberi, foglie, liane, miele selvatico, termitai, pietre, terra, acqua, rapide) tra gli spiriti ausiliari si annoverano tutti i personaggi/entità (malefici e non) della mitologia e cosmologia yanomami.  A questo inventario va aggiunta ogni sorta di altri spiriti, dai più domestici (cane, fuoco e vasellame) ai più esotici (antenati degli stranieri/Bianchi, bue, cavallo e pecora).

Filosofia nella natura

Prima di concludere la mia conferenza dandovi qualche spunto in più della visione dei nativi americani, permettetemi di raccontarvi di un libro in cui mi sono imbattuto casualmente qualche mese fa.  Se la mia voce non vi ha già indotto una dolce trance postprandiale, avrete notato che l’ultima sezione sulla botanica era più lunga delle altre.  Quanto ho descritto riguardo il continuum mentale e biologico che esiste tra ominini moderni e antichi, animali e piante, sono decisamente le piante le meno conosciute da tutti noi, e sono anche quelle che hanno più da dirci.

Questo libro fresco di stampa sembrava proprio essere capitato a fagiolo.  Leggerlo mi ha indotto a dover approfondire l’aspetto botanico dei miei argomenti per fornirvi un retroterra adeguato ai suoi contenuti.  Avendo io una formazione accademica da psicoterapeuta e precedenti studi di buddismo tibetano e non-dualismo indù, a differenza da una formazione classica occidentale non ho mai percepito una conflittualità tra scienze naturali, filosofia, religione e mistica.  Quando poi ho studiato anche le antiche religioni tribali con il loro animismo sciamanico, il minestrone si è arricchito di nuovi sapori senza coprire i precedenti, ma anzi esaltandoli.

Emanuele Coccia, un sociologo che insegna a Parigi, è riuscito a delineare quello che potrebbe essere un modo eccezionalmente attuale di pensare la natura, una metafisica basata nella botanica.

E’ di fronte al mondo e alla natura che si apre la possibilità per l’uomo di pensare veramente.  Natura non designa quel che precede l’attività dello spirito umano, né ciò che si oppone alla cultura, ma ciò che permette a ogni cosa di nascere e di divenire, il principio e la forza responsabili della genesi e della trasformazione di qualsiasi oggetto, cosa, entità o idea che esiste, è esistito ed esisterà.  Identificare natura e cosmo significa fare della natura, non un principio separato, ma quanto trova espressione in tutto ciò che è.  La natura è la condizione di possibilità di essere al mondo. Ogni conoscenza cosmica è un punto di vita.  Non si potrà mai conoscere il mondo in quanto tale senza passare per la mediazione di un vivente. Sono le piante i veri mediatori: sono i primi occhi che si sono posati e aperti sul mondo.  Il mondo è innanzitutto quel che le piante hanno saputo farne.  Il tentativo di rifondare una cosmologia dovrà prendere le mosse da una esplorazione della vita vegetale.

Sulle foglie si fonda la vita dell’intera biosfera.  Le foglie hanno imposto alla stragrande maggioranza dei viventi un unico ambiente:  l’atmosfera.  Il clima non è l’insieme dei gas che avvolgono il globo terrestre.  E’ l’essenza della fluidità cosmica, l’infinita mescolanza di tutte le cose, presenti, passate e future.  In ogni clima la relazione tra contenuto e contenente è costantemente reversibile.  Fluida è la stessa struttura della circolazione universale, il luogo in cui tutto entra in contatto con tutto, e arriva a mescolarsi senza perdere la forma e la sostanza proprie.  La foglia è la forma paradigmatica dell’apertura:  la vita capace di essere attraversata dal mondo senza esserne distrutta.  L’origine del mondo è stagionale, ritmica, caduca, proprio come tutto ciò che esiste.  La nostra origine non è dentro di noi, ma fuori all’aperto.

La vita animale, allo stato di cellula, è apparsa nel mare.  Ogni organismo animale è un vero acquario marino, in cui continuano a vivere, nelle condizioni acquatiche originarie, le cellule che lo compongono.  La maggioranza, se non la totalità, degli esseri viventi superiori sarebbe dunque il risultato di un processo di adattamento avvenuto a partire da un ambiente fluido.  La materia che costituisce il mondo abitato, malgrado l’eterogeneità e la discontinuità fisica dei suoi elementi, è ontologicamente unitaria e omogenea, e che questa unità consiste nella sua natura fluida.  La fluidità non è una fase di aggregazione della materia, a prescindere dal suo stato solido, liquido o gassoso, è l’ambiente all’interno del quale il vivente contribuisce a costruire il mondo sempre instabile e sempre preso in un movimento di moltiplicazione e differenziazione di sé.  Il mare è il modello stesso dell’essere-nel-mare-del-mondo, una forma di immersione.  Per ogni essere immerso, l’opposizione tra movimento e arresto non esiste più. Un essere non può più separare arresto e movimento non può nemmeno opporre contemplazione e azione.

Non siamo gli abitanti della terra;  abitiamo l’atmosfera.  La conquista della terra è stata, innanzitutto, la fabbricazione di questo fluido.  I primi a colonizzare e a rendere abitabile la terraferma sono stati gli organismi capaci di fotosintesi:  i primi viventi integralmente terrestri sono i più grandi trasformatori dell’atmosfera.  Le piante non hanno mai rinunciato al mare, lo hanno portato là dove non esisteva.  Hanno tramutato l’universo in un immenso mare atmosferico.  Non si può essere in uno spazio fluido senza modificare, per il fatto di esservi, la realtà e la forma dell’ambiente circostante.  Se ogni vivente è un essere nel mondo, ogni ambiente è un essere-nei-viventi. Le piante esibiscono la forma più radicale di essere-nel-mondo.  Esse vi aderiscono interamente e senza passività, l’influenza più intensa e ricca di conseguenze su scala globale e non locale:  cambiano il mondo e non solo il proprio ambiente o la propria nicchia.  Il mondo è per definizione la vita degli altri, l’insieme degli altri viventi.  Il mistero da spiegare è pertanto quello dell’inclusione di tutti in uno stesso mondo, e non del bando di alcuni, che è sempre instabile, illusorio ed effimero.  Riconoscere il mondo in quanto spazio di immersione significa ammettere che esso non ha frontiere stabili o reali:  il mondo è lo spazio che non si lascia mai ridurre a una casa, al proprio, all’abitazione, all’immediato. Abitiamo sempre la totalità del mondo, che è sempre e sarà sempre infestato dagli altri.

Il respiro del mondo è un movimento ritmico, regolare, instancabile, un’onda senza rumore che va fino al limite dell’orizzonte per poi tornare a infrangersi sui nostri corpi e a esplodere nei nostri polmoni.  E’ l’unico sforzo che non facciamo con fatica, l’unico movimento che non ha altro fine se non sé medesimo.  Vivere è respirare e avvolgere col proprio respiro l’intera materia del mondo.  Gli antichi non sono gli unici ad aver fatto del respiro l’unità trascendentale del mondo e la prova che esso, in quanto tale, è una realtà vivente.  Conoscere il mondo significa respirarlo.

Le radici sono le forme più enigmatiche del mondo vegetale.  Le radici non sono necessarie alla sopravvivenza dell’individuo vegetale più di quanto lo siano le altre parti dell’organismo;  da un punto di vista strettamente evolutivo, non sono all’origine della vita vegetale, come invece è il caso della funzione fotosintetica.  I vantaggi che esse apportano sono quelli del networking e non quelli dell’isolamento o della separazione.  Grazie alle radici, le piante vascolari abitano simultaneamente due ambienti che sono del tutto diversi per consistenza, struttura, organizzazione e natura della vita che vi abita:  la terra e l’aria, il suolo e il cielo.

Il geocentrismo è l’illusione di una terra autonoma, ma la terra è inseparabile dal sole.  Abbiamo bisogno di un nuovo eliocentrismo, di un’estremizzazione dell’astrologia.  Non si tratta di affermare che gli astri ci influenzano e che governano la nostra vita, ma di accettare tutto questo aggiungendo, però, che anche noi influenziamo gli astri, perché la terra stessa è un astro tra gli astri, e tutto ciò che vive su di essa ha natura astrale.  Ogni composto organico è in modo diretto, o indiretto, il risultato dell’energia solare catturata dalle piante e trasformata in massa organica, in materia vivente.  Ogni volta che mangiamo, proviamo a rimediare alla nostra incapacità di assorbire immediatamente l’energia che usano le piante.  Grazie alle piante la vita non è un fatto puramente chimico, ma anche e sopratutto astrologico.  Si tratta di intendere il cielo come lo spazio dei flussi e delle influenze. L’astrologia diventa innanzitutto una scienza della contingenza, dell’imprevisto, dell’irregolarità, della deviazione.  Il cielo non è più lo scenario del continuo ritorno dell’identico.

La terra non è la base, il suolo.  I corpi e gli esseri non sono più ancorabili in un solo punto. Questo deve indurci a superare l’orizzonte ordinario anche dell’ecologia.  Considerare l’ecologia sempre ed esclusivamente in termini di habitat universalizza il concetto di abitabilità.  Riduce in terra abitabile il grande spazio, l’universo del cielo.  Riconoscere che la terra è uno spazio astrale, null’altro che una porzione condensata di cielo, significa prendere coscienza che c’è dell’inabitabile in essa, che lo spazio non potrà mai essere davvero definitivamente abitato.  Si attraversa o si penetra uno spazio, ci si può mescolare al mondo, ma non si potrà mai stabilirvisi. E’ quanto dimostra la radice, essa non è che l’estremità di un dispositivo di congiunzione della terra al cielo.

Là dove nessun movimento, nessuna azione e scelta sono possibili, incontrare qualcuno o qualcosa si fa possibile esclusivamente attraverso la metamorfosi di sé.  Il fiore è un attrattore cosmico, un corpo effimero e instabile che consente di percepire, o assorbire il mondo e di filtrarne le forme più  preziose per esserne modificato.  Invece di andare verso il mondo, lo attira a sé.  Il rapporto tra individui della stessa specie deve passare attraverso il rapporto con gli altri individui di altri regni.

Impossibile dunque rinchiudersi in un’identità, sia essa di genere, di specie o di regno.  La mescolanza, di cui il sesso rappresenta per il vivente la forma più universale, è sempre una forza di moltiplicazione e di variazione di forme, non un meccanismo di riduzione.  Il fiore, insieme al seme, è l’organo degli organi, non solo perché da il via al cantiere originario a partire dal quale la costruzione organica è a sua volta concepita e realizzata, ma perché, per farlo, deve ridurre l’identità attuale dell’organismo a semplice codice, a un abbozzo scorciato e rimaneggiato, a un’immagine attiva che contiene l’insieme delle procedure tecniche e materiali necessarie per formare altri individui.  Il fiore stesso è espressione perfetta dell’assoluta coincidenza di vita e tecnica, materia e immaginazione, mente ed estensione. La sessualità non è una tecnica progredita di riproduzione del vivente, ma l’evidenza che la vita è il processo attraverso cui il mondo può prolungare e rinnovare la propria esistenza soltanto rinnovando e reinventando nuove formule di mescolanza.

La filosofia, invece di volersi costruire a partire da elementi cognitivi già strutturati, ordinati, disposti, dovrà poter trasformare in idea qualsiasi materia, qualsiasi oggetto, qualsiasi evento, proprio come le piante sono capaci di trasformare in vita qualunque pezzo di terra, d’aria e di luce. Ogni evento filosofico modifica la concatenazione delle conoscenze e dei saperi di un contesto storico, per cambiarne radicalmente il modo d’esistenza.

Di solito si può descrivere un esperimento scientifico come elegante, per la sua chiarezza e semplicità nel cercare di dimostrare una ipotesi con dei fatti.  Perché non usare questo termine anche per un approccio filosofico?  La sua elegante originalità potrebbe aiutarci dove molti altri hanno fallito?  Che possano essere proprio i vegetali gli unici a saperci insegnare che le frontiere non esistono e che siamo tutti impermanentemente interdipendenti, uomini, animali, piante e stelle?

La breve esposizione che vi ho appena mostrato su come paleontologi, primatologi e botanici hanno riveduto le loro opinioni riguardo la presenza di forme di intelligenza in altre specie viventi, dovrebbe convincerci che le nostre peculiarità, per quanto uniche, non ci rendano necessariamente liberi di annientare le altre.  Forse c’è bisogno di qualcosa di più dell’amare i nostri animali da appartamento, di fornire condizioni di vita migliori agli  animali addomesticati per la produzione di cibo, di mantenere quel poco di paesaggio rimasto per rilanciare l’economia del turismo lento e culturale, di preservare angoli di habitat dove sopravvivono molte specie quasi estinte.  La natura non basta amarla, rispettarla e proteggerla come luogo di ristoro dallo stress o come pezzo da museo vivente.

E’ diventato ovvio che anche parlare di natura è fuorviante, perché sottintende di nuovo una separazione metafisica tra noi e lei, noi e tutti gli altri organismi viventi che contribuiscono, in realtà più di noi, a mantenere questo posto vivibile.  Coccia ha ragione a proporre una filosofia che non parta dai nostri assunti ma dalle piante.  La sua è una visione laica e materialista nel senso ontologico del termine.  Nondimeno una visione necessaria, visti i disastri che ci assediano e visto che è alle piante che dobbiamo l’esistenza.

Indigeni

Le popolazioni indigene, veri fossili viventi, quei pochi di loro che sono sopravvissuti ai genocidi causati da armi e malattie, o dall’estinzione culturale imposta dai missionari e dalle nostre civiltà cosiddette avanzate, stanno riuscendo a trasmetterci alcuni aspetti delle loro antichissime religioni.  Purtroppo quasi nessuno le ha prese seriamente come valide forme di pensiero.  E’ più facile che vengano strumentalizzati da politici nazionalisti identitari, o che persone psicologicamente deboli si approprino dei loro rituali per sfuggire da amare realtà con cui non riescono a confrontarsi.  Persino chi ha lottato al loro fianco per i loro diritti umani, territoriali e culturali, spesso non supera un approccio paternalistico e non riesce a capire quanto prezioso potrebbe essere per noi il loro modo di pensare e l’essenza della loro religiosità.

E’ stata per me una sorpresa quando ho letto questi nuovi approcci alle scienze naturali ed il lavoro di Coccia per quanto confermano quello che gli indigeni hanno provato a dirci da quando li abbiamo scoperti.  Anche sui disastri climatici sono decenni che alcune tribù ci hanno avvisati del pericolo incombente.  Ma che la scienza sia arrivata dove gli animisti erano già passati è veramente interessante.  Se voi sostituite, a quanto vi ho appena detto, alle parole consapevolezza e intelligenza la parola spirito, io potrei concludere qui la mia presentazione sulle religioni indigene basate nella natura.  Ciò che loro aggiungono, essendo vere e proprie religioni, è l’aspetto morale, l’obbligo del rispetto, l’esistenza del limite per l’uomo, e  un nostro ruolo nell’universo completamente diverso da quello che ci immaginiamo noi.

Per citare ancora gli Yanomami:  La foresta non volge al caos solo perché alcuni grandi sciamani fanno ancora danzare i propri spiriti per proteggerla.  Ma oggi gli spiriti ausiliari in collera diventano sempre più numerosi a mano a mano che i padri vengono divorati dalle epidemie. Per ora, gli spiriti degli sciamani in vita riescono ancora a contenerli.  Ma senza il loro lavoro, la foresta e il cielo non potranno più restare al loro posto, silenziosi e calmi come li vediamo.

Tutte le tribù indigene condividono la certezza che ciò che rende gli umani speciali è la nostra responsabilità di mantenere l’ordine cosmico attraverso le cerimonie.

L’attitudine  indigena verso le persone, i luoghi e le altre forme di vita è basata su una relazione di parentela, non quella della famiglia nucleare, ma quella della famiglia allargata, degli antenati, delle generazioni successive e degli altri esseri viventi.

Nessun elemento della vita può essere separato dalla società umana. I luoghi hanno uno statuto speciale perché formano una relazione materna con le persone che ci vivono.  Come una madre formano e istruiscono la nostra specie secondo le peculiarità dell’area che ne condiziona la personalità e l’identità sociale.  La parentela tra la nostra e altre specie determina dei cicli di responsabilità.  Il nostro dovere è di agire responsabilmente verso le altre forme di vita, imparando da loro la struttura base dell’universo e assicurandoci che ricevano il rispetto e la dignità che gli spetta.  L’essenza di questo comportamento è di mantenere la dignità di tutto il mondo organico.  Ma la dignità è conferita, non è acquisita ne costruita.  Il comportamento è valutato nella sua estensione temporale e coerenza, non è una questione di abilità intellettuali o credenze corrette o numerose.

La nostra specie ha la capacità di riflettere sul significato delle cose. Nel senso di permettere alla conoscenza di avvicinarci, invece di cercare risposte a domande auto-generate. Invece di isolare le cose gli indigeni le includono.  Il modo indigeno di guardare il mondo è nella connessione.  Caratteristica della connessione o sintesi è l’esperienza e non l’interpretazione.  Noi occidentali siamo stati cosi abbagliati dalla nostra tecnologia che siamo caduti in un provincialismo, a riguardo della conoscenza, così stretto da escludere grandi parti dell’esperienza umana.

I bianchi hanno idee, gli indiani hanno visioni.  Le idee hanno una singola dimensione e richiedono una concatenazione di idee per dargli significato.  La visione presenta un’immagine completa dell’esperienza ed ha un significato centrale connotato come rivelazione indipendente.  Il fattore liberatorio è la trasformazione delle realtà percepite, non la logica induttiva e deduttiva, non il continuo rimpiazzo di dati e concetti all’interno degli schemi interpretativi tradizionali.

Il singolo attributo che caratterizza l’approccio occidentale alla conoscenza è l’isolamento.  La credenza che con la continua suddivisione di qualunque problema si può raggiungere la conoscenza ultima.  L’assunto che un essere umano è interscambiabile con un altro e che il conglomerato di decisioni umane, contato statisticamente, produce il percorso da adottare per una nazione.  Anche gli atei e gli umanisti mettono alla base l’individuo invece della maturità della specie.  La scienza e la filosofia hanno isolato gli elementi dell’esperienza, perché credono che non si può aver fiducia delle percezioni dei sensi, delle emozioni e delle capacità intuitive della personalità umana.  Si isola per dominare.

Una delle più profonde differenze tra il Cristianesimo e le religioni tribali riguarda la natura dell’universo.  Le popolazioni tribali da sempre lo considerano un buon universo, che spesso contiene spiriti maligni, ma che in generale rimane un posto piacevole, reale.  L’universo ha molti segreti che ci vengono rivelati nelle cerimonie e ha anche tanti doveri e responsabilità per noi.  Noi siamo lavoratori che collaborando con tutte le altre forme di vita ci assicuriamo che l’universo possa compiere il suo piano di sviluppo e svelamento, e cosi tutto nell’universo ha un ruolo e uno status come creatura cooperativa.  La natura non è malvagia, è una forza attiva che pretende la nostra partecipazione.  La moralità dei processi naturali è insita in loro e non qualcosa inserito dall’uomo per sconfiggere il male.  Quindi, la valutazione iniziale del contenuto dell’universo, se sia un universo buono o malvagio, è cruciale per tutto quello che seguirà nel nostro pensiero e comportamento.

L’altro aspetto importante dell’universo è se sia vivo o no. L’universo è un tessuto, una sinfonia, un affresco;  tutto è connesso a tutto il resto e tutto è vivo e responsabile delle sue relazioni.  Noi siamo una piccola, seppur vitale, parte dell’universo e almeno una parte del nostro incarico è di servire come centro per alcune delle cose che vanno fatte affinché l’universo possa prosperare e compiere se stesso.  Siccome tutto è vivo e siccome noi abbiamo responsabilità verso tutti gli esseri viventi, non possiamo costringere il resto della natura a fare quello che vogliamo noi.

Possiamo analizzare cosa costituisce la sacralità, ma dobbiamo anche riconoscere che in parte la si può comprendere solo attraverso l’esperienza. La sacralità della terra, di certi luoghi, è principalmente un’esperienza emozionale.  E’ una sensazione di unione con un luogo che è completa, qualunque siano gli specifici sentimenti che produce in un individuo. La terra ha l’abilità di mandare in corto circuito i processi logici;  ci rende capaci di intendere unità sottostanti che non sospettavamo.  Certi luoghi sono sacri non per ragioni estetiche, ma perché vi sono avvenute esperienze rivelatrici. In queste esperienze le categorie della spazio e del tempo svaniscono e scopriamo di essere oggetti dentro ad un luogo e non più soggetti agenti capaci di dirigere gli eventi.  Queste esperienze sono accompagnate da intense sensazioni di timore e presagio ed è per questo che sono così paurose e per cui questi luoghi sono usati molto raramente e solo da persone adeguatamente preparate o forti abbastanza.  Infatti il principale contenuto di queste esperienze è la definizione di una vocazione individuale che servirà la propria gente nel futuro immediato. Non a caso quelle donne e uomini che le hanno diventano curatori, che è l’unica prova dell’autenticità dell’esperienza stessa.  Per gli occidentali, da troppo tempo profondamente allontanati dalla capacità di relazionarsi con la terra e l’ordine naturale, queste esperienze gli sono precluse.  Si potrebbe dire che gli indigeni stavano al centro di un cerchio e portavano tutto dentro a quel cerchio.  Oggi noi stiamo alla fine di una linea e procediamo lungo quella linea, scartando ed evitando tutto quello che c’è su ambo i lati.

La presente situazione richiede un senso di maturità tra le culture come in nessun altro periodo storico.  Dobbiamo costruire un teoria unificata della religione basata sulle esperienze collettive umane di specifici ambienti naturali.  Dobbiamo trascendere tutte le altre considerazioni parrocchiali e muoverci in un nuovo periodo di sintesi dove tutta l’informazione, di ogni periodo della storia umana, è inserita in un tutto coerente.

Queste erano le parole di Vine Deloria Jr., professore di storia alla University of Colorado e membro della Standing Rock Sioux Tribe del Nord Dakota, primo teorico  moderno che ha avuto una grande influenza nella rinascita culturale e nei movimenti attivisti dei nativi americani negli Stati Uniti tra gli anni 60 e i primi 2000.

Conclusione

Preparare questa conferenza è stata una sfida che ho lanciato sopratutto a me stesso.  Ogni volta che parlo con amici e conoscenti dei vari ambiti dei disastri climatici che ci attanagliano, quasi sempre mi rispondono con occhi vuoti, derisione per le mie esagerazioni o rabbia per il mio catastrofismo. Sembra che nessuno sia mai andato al mare e visto la plastica sotto e sul livello dell’acqua, che nessun sciatore o alpinista si sia accorto che di neve ce n’è sempre meno e che anche i nostri piccoli ghiacciai stanno scomparendo, che quando si esce dalle città grandi e piccole ne passa di tempo prima di superare i centri commerciali, i capannoni e le discariche.  Per non parlare degli inverni sempre più corti e miti e delle estati sempre più lunghe e torride, e le siccità, i tornado e i nubifragi che le intervallano.  In campagna, dove vivo, bruciare ramaglie e foglie a bassa temperatura producendo nuvole di fumo che si vedono da chilometri aggiungendo schifo all’aria già pessima è una tradizione che non produce alcun senso di colpa.

Tutti andiamo avanti con la stessa vita di sempre, perseguendo i nostri sogni autogenerati, combattendo vecchie battaglie politiche con vecchie mazze, perdendoci col pollice in mini schermi di un mondo puramente parolaio e autoreferenziale, annaspando per un futuro che in realtà non c’è già più. Accettiamo ciecamente la scienza quando ci propina nuovi inutili gadget elettrificati, ma se climatologi e ecologi ci urlano che abbiamo poche decadi e poi saremo fottuti, nessuno gli crede.

Ho voluto provare a vedere se prendendo un approccio indiretto, girando intorno alla questione, passando da un modo diverso di pensare il nostro rapporto col mondo fisico e spirituale, chi mi ascolta avrebbe fatto uno sforzo maggiore per guardarsi attorno.  Penso che anche filosofi e religiosi debbano abbandonare le analisi puramente economiche, etiche, sociali, o l’idea di Dio, dell’anima, del vuoto, del divenire come fattore fuorviante.  Le questioni umane continueranno a tenerci intrappolati nella nostra abissale stupidità.  Le questioni divine continueranno a farci odiare la vita.  Forse l’alternativa è proprio in un materialismo spirituale organico e stellare.  Se dalle supernovae ai metalli pesanti, all’acqua trasportata dagli asteroidi, dagli animali e dalle piante più semplici ai più complessi, c’è un continuum di intelligenza o spirito come lo si voglia chiamare, se non esistono veri confini e barriere, non possiamo insistere a rifiutare di riconoscere chi siamo in realtà.

Se io sono il tutto, dipendo dal tutto e ho una responsabilità verso tutto.  Le mie particolarità esisteranno pure e sono formate dalle migrazioni e mescolanze della mia specie e dagli ambienti specifici dove mi sono evoluto e ho imparato.  La bellezza della mia unicità è il regalo della vita, non certo un’identità che mi giustifica a spazzare via le altre.

La sfida che riguarda tutti noi è come riuscire ad andare oltre la seppur importante cura del nostro corpo, della nostra salute, di quello che mangiamo, del miglioramento delle nostre società in tutti i loro aspetti economici e politici, e allo stesso tempo a mettere, in fretta, il mantenimento e il restauro dell’ecologia globale davanti a tutto.

Bibliografia

(da cui sono citati lunghi tratti di questo scritto)

–  Telmo Peviani,  Homo Sapiens.  Le nuove storie dell’evoluzione umana,  Libreria

Geografica, Novara 2016.

–  Frans de Waal, The bonobo and the atheist.  In Search of humanism among the

   primates,  W.W. Norton & Company, New York 2013.

–  Frans de Waal,  Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?,

Raffaello Cortina Editore, Milano 2016.

–  Daniel Chamovitz, Quel che una pianta sa.  Guida ai sensi nel mondo vegetale,

   Raffaello Cortina Editore, Milano 2013.

–  Stefano Mancuso e Alessandra Viola,  Verde brillante.  Sensibilità e intelligenza del

   mondo vegetale,  Giunti, Firenze 2013.

–  Emanuele Coccia, La vita delle piante.  Metafisica della mescolanza,  Il Mulino,

Bologna 2018.

–  Davi Kopenawa e Bruce Albert,  La caduta del cielo.  Parole di uno sciamano

   yanomami,  nottetempo, Milano 2018.

–  Vine Deloria Jr., For this land.  Writings on religion in America,  Routledge, New

York 1999.

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