Bolsonaro presidente: una notizia catastrofica per le tribù indigene del Brasile

Il 1° gennaio Jair Bolsonaro ha prestato giuramento ed è così diventato il 38° Presidente del Brasile. In campagna elettorale aveva promesso di aprire la foresta amazzonica allo sfruttamento agricolo e minerario e alle grandi dighe idroelettriche, riducendo i vincoli posti a difesa della natura e dei popoli indigeni. Con un provvedimento firmato poco dopo essersi insediato, Bolsonaro ha tolto alla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai, Fundaçao Nacional do Indio) una delle sue funzioni più importanti e significative: l’identificazione e demarcazione dei territori dei popoli indigeni del paese per affidarla alla ministra Tereza Cristina che nel governo rappresenta le lobby dei grandi proprietari terrieri che da sempre sono in conflitto con gli indigeni per lo sfruttamento dei loro territori. Con questo provvedimento iniziano a prendere corpo le minacciose affermazioni passate di Bolsonaro: “È un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente come quella statunitense, che ha sterminato gli indiani”.

Questi inviti a massacrare impunemente gli indigeni, perpetuando un nuovo genocidio sono già stati presi in parola. Lo scorso 21 dicembre, un commando ha assaltato il campo base della Fondazione Nazionale Indigena (Funai), che è l’ente governativo incaricato di proteggere i nativi, sui fiumi Ituí e Itacoaí, lungo il confine tra Brasile e Perù. Quella regione è la patria di diciassette popoli nativi incontattati, cioè in isolamento volontario. Le tribù incontattate sono particolarmente vulnerabili, non solo perché a rischio di essere sterminati dal contagio con malattie per cui non hanno difese immunitarie, ma perché diventano facili bersagli di uomini senza scrupoli, spesso al soldo delle lobby agricole, minerarie e del legname, da cui sono assaliti e massacrati per poter accedere più facilmente alle risorse naturali. Le notizie degli eccidi spesso emergono solo mesi, se non anni, dopo perché senza testimoni.

Non lontano dalla città di Colniza, nella parte centro-occidentale del Brasile, una delle zone con il più alto tasso di criminalità del paese, dove il 90% degli introiti provengono dal disboscamento illegale, vivono i Kawahiva una delle ultime tribù incontattate. Sono una comunità di qualche dozzina di persone in fuga. Scappano dalle moto seghe dei taglialegna e dai bulldozer degli allevatori. E soprattutto dai fucili delle milizie reclutate per sterminarli. Tutti gli appelli lanciati in loro favore sono caduti nel vuoto. Per il Brasile la loro sicurezza non è una priorità. Ciò che interessa sono oro, stagno e magnesio di cui è ricca la regione. E per il presidente Bolsonaro gli indigeni sono dei selvaggi che ostacolano gli affari economici dei suoi grandi elettori, i latifondisti della grande produzione agroalimentare. Prevenire un genocidio di persone non contattate non è una priorità per Bolsonaro. Una volta disse: “Non esiste un territorio indigeno dove non ci siano minerali. Oro, stagno e magnesio si trovano in queste terre, soprattutto in Amazzonia, la zona più ricca del mondo. Non mi sto addentrando in questa assurdità di difesa della terra per gli indiani”.

Come ha riportato il quotidiano Avvenire l’attacco alla Funai del 21 dicembre ha rappresentato un salto di qualità. Paulo Dollis Barbosa da Silva, presidente dell’Unione dei popoli indigeni della Valle del Javarí ha dichiarato: “Erano armati fino ai denti, un’équipe di Funai stava pattugliando il fiume con la scorta della polizia militare quando funzionari e agenti sono stati bersaglio di una raffica di proiettili. Non è il primo scontro tra vigilanti e “invasori”, come chiamiamo chiunque irrompa nella nostra terra: cacciatori e pescatori di frodo, minatori illegali, trafficanti di droga. Stavolta, però, questi ultimi avevano moltissime munizioni. Hanno sparato per uccidere. Il fatto è che si sentono appoggiati dal nuovo presidente. È solo l’inizio dell’effetto Bolsonaro”.

Non si è trattato di un episodio isolato. Il primo dicembre, sempre nella Valle del Javarí, è stata distrutta una delle imbarcazioni impiegate dalla Funai per i suoi sopralluoghi. A ottobre è toccato a una base di protezione degli indios Kawashiva.

Le posizioni espresse da Bolsonaro preoccupano non poco i nativi e quanti difendono i loro diritti. Appena qualche settimana fa, ha paragonato le terre in uso esclusivo per gli indigeni a “giardini zoologici per animali”. E ha ribadito l’intenzione di “volerli integrare”, termine impiegato dall’ultima dittatura militare e associato al sistematico sterminio dei nativi.

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