LORENZA E MACARENA: ORDINARIA INGIUSTIZIA VERSO LE DONNE MAPUCHE

Pubblichiamo due articoli dal territorio Mapuche, le drammatiche storie di due donne. In un paese come il Cile, che ha un servizio nazionale e un ministero con nomi altisonanti come  “Ministero per la donna e la parità di genere”, e che ha inserito all’interno del Ministero di Giustizia la “Sottosegreteria per i diritti umani”, presieduta da una donna, i fatti che riportiamo sono particolarmente gravi. O forse i diritti delle donne valgono solo per le cittadine cilene a esclusione di quelle di etnia Mapuche? Parliamo di una donna detenuta, costretta a partorire alla presenza di un gendarme e incatenata al letto in sala parto, e di un “suicidio” di un’attivista, che molto comodo ha fatto alla multinazionale contro cui stava lottando, laddove la chiusura delle indagini è avvenuta in modo molto rapido…. Ringraziamo per i due contributi e per le traduzioni la Red Internacional En Defensa Del Pueblo Mapuche.15977121_311104579284986_108564939903945597_n

IL FEMMINICIDIO DI MACARENA VALDÉS MUÑOZ

L’attivista ambientale è morta nell’agosto di quest’anno, mentre si trovava in disputa con l’impresa RP Global per l’installazione di tralicci d’alta tensione nel terreno dove viveva. Personale dell’impresa l’avrebbe minacciata alcuni giorni prima della sua morte.

Il pomeriggio di lunedì 22 agosto 2016, Macarena Valdés Muñoz è stata trovata morta nella sua casa, a Tranguil. Il suo corpo era impiccato. Come raccontato da persone a lei vicine, s’è cercato di farlo passare per suicidio, ma la vertebra cervicale non s’è rotta, come dovrebbe succedere quando qualcuno s’impicca. “Si produce la rottura della vertebra cervicale e la persona muore istantaneamente. Se non è successo a Macarena, è perché era morta prima di essere appesa”, spiega Marcelino Collío, dirigente politico mapuche e suocero di Macarena. Il certificato del Servizio Medico Legale diceva “morte per asfissia ed impiccagione” ed altre cose “poco chiare per una persona che non sia specializzata nel linguaggio medico”, racconta Marcelino. Per ciò un medico ha dovuto spiegare alla famiglia che le caratteristiche della morte “per impiccagione”, non coincidono con quanto successo al corpo di Macarena. D’altra parte, tutto ciò che i criminali abbiano fatto all’attivista prima di ucciderla, è avvenuto davanti a suo figlio minore di solo 1 anno e mezzo, che stava con lei e, probabilmente, ha assistito al crimine.

Il sogno di Macarena

Macarena con i figli

Macarena con i figli

Macarena aveva 32 anni e diceva che “prima di diventare vecchia voleva compiere il suo sogno”. Andarsene dall’inquinata Santiago, dove viveva nel quartiere di Ñuñoa, per trasferirsi al sud era un progetto di coppia sognato insieme a Rubén Collío Benavides per anni. Quando hanno ammazzato Macarena erano già tre anni che l’avevano compiuto. Precedentemente avevano partecipato in reti d’appoggio alla causa mapuche ed avevano conosciuto gente delle comunità. Sorse l’opzione di andare al sud e la colsero. Andarono a vivere nella comunità Newen-Tranguil, Liquiñe, XIV Regione, con 3 figli piccoli. Decisero di sposarsi con una cerimonia mapuche ed avere un quarto figlio. Tutto sembrava accadere come volevano e come Macarena aveva sognato. Ripartiva il suo tempo tra l’attivismo e la cura dei figli. Aveva terminato l’istruzione media e continuava a specializzarsi in maniera autodidatta in conoscenze ecologiste come la conservazione degli alimenti, e col suo compagno aveva imparato i danni per la salute delle cariche elettromagnetiche, le conseguenze come il cancro, tumori, malformazioni, tutto ampiamente documentato. Rubén, il suo compagno, è ingegnere ambientale e con Macarena avevano strutturato la forma per spiegare alla gente tutto ciò. La condivisione delle sue conoscenze sono state un importante apporto nella Comunità Newen-Tranguil. Con i suoi affetti, benché la gente che aveva lasciato a Santiago l’avesse preferita vicino, Macarena raccontava loro quanto fosse raggiante per la sua nuova vita nel sud, “e per questo motivo sua madre e sorelle ringraziarono durante il funerale perché lì lei era stata felice.”

Holding RP Global

La comunità aveva già constatato che l’impresa austro-cilena RP Global Cile Energie Rinnovabili S. A., holding della quale è parte Saesa, minacciava la sua vita. Per operare, hanno distrutto un cimitero, mai li hanno consultati sull’installazione di una centrale idroelettrica ed hanno violato terreni delle comunità mapuche contravvenendo l’Accordo 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), il quale lo Stato cileno a sottoscritto. La gente era scontenta delle attività di RP Global e Rubén Collío, come ingegnere ambientale, cominciò a dare consigli alle comunità, consegnando loro l’argomentazione tecnica per denunciare ed effettuare azioni legali concrete. L’impresa-che ha la sua sede a Vienna, Austria, e che conta con diverse succursali in Cile – è una holding formata principalmente da capitale austriaco, spagnolo e cileno, che costruisce “mini” centrali idroelettriche di passaggio e “parchi” eolici. Come denunciano nelle comunità, RP Global, per operare, interviene nei territori, depreda e minaccia la salute e l’esistenza di tutte le specie viventi. Rubén e Macarena arrivarono alla comunità ad apportare maniere di affrontare la minaccia imprenditoriale. L’1 di agosto, Macarena Valdés rimase tutto il giorno al blocco stradale realizzato dalla comunità per impedire all’impresa di installare cavi di alta tensione. Il blocco durò dalle prime ore della mattina fino alle 16.00, quando finalmente la Governatrice di Valdivia, Patricia Morano Büchner, prese l’impegno con la comunità ad una riunione per verificare la situazione ed ordinò per telefono che RP Global si ritirasse dal terreno. La riunione si svolse il 19 agosto, ma il Governo, come riferito dagli assistenti, esponeva questioni generali ed ampliò il termine perché, in sintesi, non aveva ancora indagato. In questo contesto, domenica 21 agosto arrivò al territorio un veicolo con logo ed autista dell’impresa RP Global. Scesero due uomini, Edgardo Jaramillo e Juan Luengo, che esigerono alla lamngen (sorella) Mónica Painemilla, padrona del terreno dove vivevano Macarena e la sua famiglia, che li sfrattasse. La lamngen Monica rispose che era contenta della famiglia, e non la convinsero. Jaramillo e Luengo allora, esplicitamente, replicarono che “qualcosa di molto brutto potrebbe succedergli se insistono nel rimanere”. Il giorno dopo Macarena fu ritrovata morta. La mattina di martedì 23 agosto, con l’attivista Macarena già assassinata, la lamngen Monica cercò di presentare una denuncia per le minacce di Jaramillo e Luengo rappresentanti di RP Global, ma la Polizia di Investigazioni del Cile (PDI), non la accettò rispondendogli che non era una familiare di Macarena. Quello stesso mezzogiorno tornò al terreno RP Global, scortata da effettivi del GOPE, Forze Speciali di carabineros del Cile e da veicoli blindati a carico del Tenente Francisco Sánchez, alla casa di Macarena – mentre Rubén era andato a prelevarne il corpo -, per insistere nell’installazione dei cavi d’alta tensione. La gente della comunità oppose resistenza, ora con più rabbia e sofferenza di prima, vi furono spintoni e violenza poliziesca. Alle 13.00 nuovamente il Governo diede l’ordine che RP Global si ritirasse del terreno. La notte si vegliò Macarena e giovedì 25 agosto si fece il funerale. Il 13 ottobre, l’impresa tornò alla carica, questa volta con un maggiore numero di uniformati, veicoli della polizia e blindati, riuscendo ad installare i cavi dell’alta tensione, violando tutte le leggi e gli accordi politici con le autorità. Attualmente vi è una misura cautelare per 60 giorni, datata 23 agosto alla Procura di Panguipulli contro le opere dell’impresa RP Global nel territorio e la famiglia di Macarena ha posto denuncia contro chi risulti responsabile per il suo crimine.

Di Victoria Aldunate, 20 ottobre 2016, tradotto da http://www.eldesconcierto.cl/2016/10/20/el-feminicidio-empresarial-de-la-activista-macarena-valdes-munoz-en-liquine/

PARTORIRE INCATENATA: IL TERRIBILE PARTO DI LORENZA CAYUHAN

16708669_10208730876289633_800537012461121091_nLorenza Cayuhan (30) ha dato alla luce sua figlia, con i piedi incatenati e in presenza di un gendarme di polizia, in una clinica privata nella regione di Bío-Bío. I fatti sono stati catalogati da diversi gruppi come discriminatori, portatori di violenza ostetrica e un crudele attacco contro i suoi diritti umani. Abbiamo avuto accesso alla risposta della gendarmeria a un ricorso presentato dalla Defensoria, alla sua cartella clinica ed al rapporto elaborato dal Dipartimento dei Diritti Umani del Collegio dei Medici, dove Lorenza Cayuhan descrive passo per passo le violazioni dei diritti a cui è stata vittima. In questo modo ha inviato una lettera chiedendo giustizia per “tutte le donne violate da questo stato razzista”. La dottoressa ha spiegato a Lorenza che i test avevano rilevato ipertensione arteriosa nei vasi sanguigni -preeclampsia- e che dovevano intervenire il più presto possibile. Mentre preparavano la madre in sala travaglio, l’ostetrica responsabile dell’operazione chiese ad alta voce: “Chi deve entrare in sala da parto?”. Un gendarme, che si trova a pochi metri dal letto, ha risposto che l’avrebbe fatto. Poi ha iniziato a mettere il suo berretto, la maschera e grembiule. Era lo stesso ufficiale che in seguito Lorenza avrebbe denunciato di averla guardata nuda mentre gli facevano i test e incatenare le sue caviglie prima del parto. – Era lì, con la porta aperta, guardava tutto, mi ha guardata mentre mi levavano i vestiti. Guardava il mio corpo nudo – raccontò alla Commissione che l’ha visitata dopo aver partorito sua figlia.

Nel rapporto del Collegio dei Medici, elaborato dopo una visita congiunta con i professionisti dell’ufficio della Difesa Penale Pubblica e l’Istituto Nazionale dei Diritti Umani, Lorenza Cayuhan raccontò passo dopo passo il suo trasferimento dal carcere di Arauco a diversi ambienti sanitari dell’ottava regione. L’ultimo, una clinica privata dove è stata costretta a partorire incatenata a sua figlia di 32 settimane di gestazione. Il documento, al quale abbiamo avuto accesso, spiega che almeno una settimana prima del parto, la donna manifestò vari tipi di dolore alle gambe, schiena e zona vaginale senza essere portata ad un ospedale. Il 12 ottobre, quando i disagi erano quasi insopportabili, il paramedico della prigione aveva riscontrato che la pressione arteriosa di Lorenza era tra le nuvole ed era necessario il trasferimento in ospedale. Due gendarmi, un uomo e una donna, la portarono in un taxi all’ospedale di Arauco scortati da un’auto istituzionale. In quel posto l’ostetrica di turno chiese ai funzionari di togliere le manette per visitarla. Fu l’unico momento di tregua che ha avuto per riposare gli arti. Dopo i test, gli specialisti decidono di rimandarla all’ospedale Regionale, ancora una volta viene incatenata ad una barella e viene trasferita in ambulanza, passando prima per il carcere per effettuare il cambio di guardia.

Il giorno seguente, dopo una complessa notte di monitoraggio, gli informano che non c’era posto e che sarebbe stata trasferita ad un ospedale privato convenzionato con loro. Lorenza richiede di comunicare con la sua famiglia e il gendarme gli risponde che “non poteva fare nulla”. E’ stata l’ostetrica di turno l’incaricata di informare i suoi genitori che stava per partorire. Qualcosa di inspiegabile per Margarita Llebul, madre di Lorenza, che solo dopo aver visto sua figlia è venuta a conoscenza che da più di 24 ore era costretta a deambulare in diversi ospedali. “Immaginate se gli fosse successo qualcosa di brutto, non mi hanno nemmeno avvertito in tempo”. Lorenza è entrata nella clinica de Mujer del Sanatorio Aleman di Concepcion dopo le 17;00 incatenata ad una barella. Poco dopo entrò al padiglione accompagnata dalla madre e una guardia carceraria che sua madre descrive come grassottello, scuro e naso largo. “Lui ha visto quand’è uscita la mia bambina -Lorenza racconta nel rapporto-, ero con entrambi i piedi incatenati…poi se la portano, mi faceva male lo stomaco, ho iniziato a vomitare e il gendarme era ancora lì”.

Il dottore Enrique Morales, responsabile di scrivere il rapporto del Collegio dei Medici, afferma che il regolamento etico dell’ordine indica esplicitamente che “la cura dei detenuti deve essere condotta senza la presenza di gendarmi, avendo un carattere privato e confidenziale, e identificandosi ulteriormente il medico curante”. Margarita non aveva conoscenza delle leggi, si è limitata ad accompagnare la figlia da un lato del tavolo operatorio all’altra estremità dove si trovava il gendarme. Nonostante l’impotenza che ha causato la presenza dell’agente nella stanza, ha preferito rimanere in silenzio, mordersi la rabbia. Tacere nuovamente. “Non hanno avuto compassione per mia figlia, era gonfia e le stringevano le manette. Non capisco se per il fatto di essere Mapuche dobbiamo essere umiliati, se siamo persone come tutti. Anche loro sono nati da una madre”. Margarita ancora non può levarsi dalla testa l’immagine del parto. Dice che è un ricordo che si porterà dentro tutta la vita. “Non dimenticherò mai che la mia nipotina è nata in quel modo. Lei non aveva nessuna colpa”. Sayen è nata alle ore 18 di venerdì 14 ottobre. Il suo nome in lingua Mapudungùn significa “donna di cuore generoso”.

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Lorenza (a destra) e la sua bambina

Lorenza ha avuto un presentimento, prima, e poi un piccolo brivido. In quella frazione di secondo ha capito cosa sarebbe successo dopo. Non aveva alcun dubbio: qualcuno stava venendo verso la sua casa. Fuori dalla sua casa, alle quattro e mezzo del mattino, oltre un centinaio di poliziotti ha cominciato a irrompere sul terreno dei Cayuhan Llebul, che si trova nel settore Antiquina Alto, nei pressi di Cañete. Lorenza era sola con il figlio di 10 anni. E’ riuscita ad indossare dei pantaloncini e una maglietta prima che buttassero giù la porta a calci. Dove sono le armi -gridavano- dove cazzo sono le armi! Era la notte del 15 dicembre 2015. Lorenza racconta nel rapporto del Dipartimento per i diritti umani presso il Collegio dei Medici che i membri del PDI erano alla ricerca di armi e chiedevano anche a suo figlio dove fossero. Hanno anche perquisito tutta la casa portandosi via un computer, un cellulare, un tablet e 400 mila pesos che dopo, dice, non compaiono nel verbale di confisca. Jose, fratello di Lorenza che viveva in un’altra casa sulla stessa proprietà, si ricorda che stava dormendo quando sentì qualcosa come il rumore di un treno in avvicinamento. Si alzò, guardò fuori dalla finestra e vide un gruppo di uomini incappucciati scendere da vari veicoli. “Ci vengono ad assaltare”, pensò. Barricato davanti alla porta d’ingresso, cercando di guadagnare tempo per far vestire sua moglie, ha resistito l’assalto fino a quando hanno sfondato la porta. “Entrarono nella stanza, mia moglie era nuda, mia figlia era a letto con lei. Si è svegliata terrorizzata. È stato estremamente traumatico”. Gli sconosciuti si sono identificati come agenti della polizia investigativa. Erano membri della Squadra di Azione Tattica del PDI, ERTA, alla ricerca di prove su un furto accaduto tre mesi fa nello stesso settore: un agguato ai lavoratori dell’azienda forestale Fumivar, ai quali avevano rubato un Gps, un Cooler, una motosega, un’ascia, una lima e una fotocamera digitale. L’operativo di arresto, l’ingresso e la registrazione delle abitazioni era simultanea e diviso in quattro zone, tre situate sulla stessa zona, e un altro nella scuola Nueva Aurora di Cañete, dove si trovava il cugino di Lorenza, Alex Ortiz Llebul. Tre ore è durata la procedura, compreso l’arrivo di due elicotteri poco prima dell’alba, avendo l’ordine qualificato di “urgente e necessario” da parte del tribunale è stato emesso alle ore 16 del giorno precedente.

Lorenza è stata arrestata insieme ad altri sei parenti, tutti membri della comunità Mawidanche e portata in questura della PDI di Cañete. “Quindi sei tu il leader della banda… Cosi vi volevo, avete finito la festa”, gli avrebbe detto il procuratore Juan Yañes. “Non avevo mai vissuto un arresto, è stata la prima volta che mi trovavo in una situazione così, non sapevo come reagire”, ha detto ai professionisti che l’hanno visitata nella clinica. Per allora, la giovane mapuche non aveva nemmeno precedenti penali e lavorava nella manutenzione delle pulizie in Antiquina Alto per l’ONG Crea, con un contratto di 45 ore settimanali. Prima della formalizzazione, è stata trasferita all’ospedale di Cañete per constatare le lesioni. “Il dottore mi ha chiesto di togliermi i vestiti, persino di abbassare i pantaloni e togliere la maglietta (non avevo reggiseno), tutto questo di fronte alla polizia … mi sono sentita umiliata, non avevo mai visto questi uomini, mi sono molto vergognata”, ha detto nel rapporto. In una dichiarazione pubblica, rilasciata dopo l’arresto degli abitanti del villaggio, la comunità Mawidanche ha detto che l’arresto di sette dei suoi membri era stato esposto come un “trofeo di guerra”. Hanno accusato il procuratore Yañez di aver creduto falsamente che “la lotta del nostro popolo obbedisce fattori criminali e non una decisione politica irreversibile delle comunità in resistenza per espellere la forestale e recuperare il territorio usurpato”.

Tutti i familiari arrestati furono messi in custodia cautelare, dopo l’identificazione fotografica delle vittime e la partecipazione di una figura che fino allora era sconosciuto alla difesa: un collaboratore efficace. La prima volta che appare il presunto testimone chiave, fu in una dichiarazione del detective Robinson Araya. Il poliziotto specifica, secondo iscritto nella cartella investigativa, il 12 novembre 2015 durante lo svolgimento di un’indagine nel settore del Pata de Gallina nel comune di Contulmo, si trovarono la strada tagliata da alberi e decisero di continuare a piedi il percorso. Nel luogo avrebbero incontrato un abitante del villaggio che ha raccontato a loro chi aveva “la embarrá” nella zona, era la famiglia Cayuhan, e che i leader erano i fratelli Eduardo e Lorenza. Il cooperatore occasionale, tale quale come è stato individuato dalla pubblica accusa, ha anche detto che nella scuola Nueva Aurora, “dove ha vissuto un tale Alex”, si nascondevano una grande quantità di armi e che i generatori che stavano cercando si trovava in una delle case di queste persone. L’informatore ha chiesto di non essere nominato per paura di rappresaglie e alla fine è diventato il testimone chiave nel caso che si è concluso con sette membri della famiglia Cayuhan in prigione dopo l’irruzione. Come suggerito dal collaboratore, uno sconosciuto che non ha nemmeno testimoniato al processo, gli investigatori hanno trovato a casa di Alex Ortiz tre fucili, una pistola, un revolver a salve e varie munizioni. Anche un generatore elettrico, rubato ad una società appaltatrice di Entel, situato in una cantina della proprietà dove viveva Lorenza. Gli avvocati della difesa, Fernando Mardones e Manuela Royo, hanno presentato un ricorso contro il rifiuto della procura di consegnare l’identità del soggetto. “Abbiamo ritenuto necessario sapere quali tipi di prove dobbiamo affrontare, capendo che non abbiamo mai saputo chi era il collaboratore, se si trattasse di un agente di polizia o di una persona che aveva qualcosa contro i nostri rappresentati. La figura è un assolutamente illegale perché esiste all’interno del codice di procedura penale, nemmeno nel quadro del nostro sistema legale”, spiega Manuela Royo. In data 11 marzo di quest’anno la Corte d’Appello ha deciso a favore degli abitanti del villaggio, sostenendo che erano in presenza di “una presunta azione di polizia, senza copertura legale, che viola la procedura prevista dalla legge”. Il parere, che poi ratificherebbe la Corte Suprema, ha rilasciato in libertà lo stesso giorno sei membri della comunità -ad eccezione di Álex Ortiz Llebul- dopo quasi tre mesi di carcere. Lorenza tornò nella sua comunità in Antiquina Alto. Si è ritrovata con suo figlio di 10 anni. Nello stesso mese è rimasta incinta.

1487190179-auno736349L’incontro fu diretto dal Lonco Segundo Cayuhan in casa il padre di Lorenza, Eduardo, e convocò a più di trenta membri della comunità Mawidanche. “Mio zio presse la parola, disse che dovevamo prendere una decisione”, ricorda Jose Cayuhan. Pochi giorni prima, il 14 settembre di quest’anno, la famiglia ha ricevuto la sentenza della Corte di Cassazione, confermando la decisione del processo orale condotto tre mesi prima a Cañete. La sentenza è stata un duro colpo per la comunità. Lorenza, insieme ad altri quattro abitanti del villaggio, sono stati condannati a cinque anni e un giorno come co-autori del reato di furto con intimidazione. Inoltre Lorenza è stata condannata a 71 giorni per ricettazione e una multa di 1 UTM, e Alex Ortiz Llebul, 3 anni e un giorno per il possesso illegale di armi. Gli altri due, i fratelli Eduardo e Segundo Cayuhan, sono stati condannati a tre anni e un giorno di libertà vigilata. -E ‘stato un fallimento totale perché la Corte di Cassazione stessa, che si era già pronunciata sull’illegalità del collaboratore occasionale, ha terminato la ratifica della sentenza contro i nostri fratelli- sostiene José Cayuhan. Il Lonco aveva lasciato la questione in aria. Hanno dovuto misurare alternative, pesare gli scenari, ma soprattutto rispettare ciò che la comunità risolvesse. Il saldo, dopo tutto, si appoggiò a favore della resa volontaria. Non volevano esporre i bambini a un altra irruzione massiccia come quella di dicembre dello scorso anno. La comunità ha promesso di andare in tribunale dopo le vacanze e approfittare di questi giorni per salutare la famiglia. “E’ stato un diciotto super triste dice Jose- nessuno parlava. Avevamo come un nodo alla gola. Non siamo neanche andati a fare una passeggiata per la spiaggia, non abbiamo presso i bambini, abbiamo cercato di stare più tempo possibile”. Lorenza, anche se ha sempre accettato la decisione della comunità, si lamentava perche doveva lasciare il figlio fuori e portarsi l’altro dentro di se in carcere. A maggior ragione perche ha sempre difeso la sua assoluta innocenza. “Credo che un giorno sapremo la verità e ci sarà giustizia”, dichiarò nel rapporto. Le carte sono state già disegnate. Il Martedì 20 settembre tutta la comunità ha accompagnato i condannati in tribunale a Cañete. Jose Cayuhan non ha voluto salutare nessuno. Dice che preferisce ricordarli in libertà. “Mi piacciono di più i rincontri”, dice.

Ogni volta che Margherita visita la figlia portava tortillas, focacce e mote. Era il suo modo di “coccolarla”. “Mi dispiaceva molto vederla, cercavo di dargli forza, sollevare l’umore”, ricorda. Tutti i giorni di visita, ogni giovedì e domenica, si alzava presto e partiva per il carcere di Arauco carica di vestiti e merce. Ci metteva tre ore per raggiungere il carcere. Il più delle volte accompagnata da Jose. “Ci siamo sempre abbracciati, ero preoccupato che la trattassero bene, che non gli mancasse nulla”, ricorda il fratello. L’ultima visita prima del parto, Jose l’aveva vista afflitta: era gonfia e con dolori alla schiena. Vederla in quelle condizioni le spezzava l’anima. Anche lui stava per diventare padre presto e ogni volta che andava a visitare accarezzava la pancia a sua sorella. “Parlava con mia moglie sulle loro gravidanze -ricorda- e si incoraggiavano per andare avanti”. Appena finita la visita, Lorenza chiese a sua madre di prendersi cura di suo figlio, come aveva fatto durante i tre mesi che aveva trascorso in prigione. Non era la prima volta che Margarita lo faceva. Quando Lorenza lavorava dentro una casa a Santa Barbara, la madre si preoccupò per l’allevamento del bambino. “Lei ha sempre lavorato per mantenere suo figlio”, dice. Lorenza ha cominciato a sentirsi male il Venerdì 7 ottobre. La sua storia è così profonda che sembrano appunti di un diario: “Ho avuto dolore alle gambe, e contrazioni da parto, piedi gonfi, ho avvertito l’ufficiale di gendarmeria e il paramedico, mi aveva detto che era normale, mi toccò la pancia, non mi hanno preso la pressione e nemmeno dei test, solo quello sul glucosio”.

Domenica 9: “Ho chiesto a mio fratello che aveva contatti con l’ostetrica dell’ospedale che mi assisteva, di mandarmi qualcosa per il dolore. Mi portò delle supposte”.

Mercoledì 12: “Avevo molto dolore alla pancia e nella zona vaginale, quindi sono rimasta al letto”.

Giovedì 13: “Quando mi sono alzata ho sentito come se il bambino stessi cadendo … Una vecchia signora mi disse di chiamare i paramedici. Mi ha detto di sopportare. Gli ho detto che era il mio bambino. Quello non era un dolore comune. Allora mi portò in infermeria per prendermi la pressione e mi disse: hai ragione”. Fu così che Lorenza ha iniziato il suo tortuoso percorso incatenata nei vari centri di salute nella regione. E ‘stata prima portata all’ospedale di Arauco, è stata lì fino alle quattro del pomeriggio, e dopo averla visitata è stata portata d’urgenza all’ospedale regionale. Tutti i trasferimenti, dice, sono stati effettuati con le mani o piedi incatenati.

Venerdì 14: “Vengo informata che non c’era posto per il bambino in ospedale e mi si sposterebbe in una clinica per il taglio cesareo. Alle 14:00 mi levarono le catene dal letto e mi incatenarono alla barella, mi fecero salire sull’ambulanza per poi arrivare alla clinica. Lorenza racconta, ciò che noi tutti sappiamo: un gendarme la guarda mentre viene visitata, poi la incatena al tavolo operatorio e rimane nella stanza ad assistere al parto. L’intromissione è così feroce che, al momento di una maggiore intimità con il neonato, Lorenza guarda ancora una volta lui: “Stavo piangendo, vedendomi mettere il bambino sul petto… e il gendarme era ancora lì, a guardare”. La presenza di personale della gendarmeria nei centri sanitari, secondo Branislav Marelić, Direttore dell’Istituto Nazionale dei Diritti Umani, gestisce la maggior parte del tempo come una forza intimidatoria. “Tenete a mente che queste violazioni possono essere naturalizzate da donne detenute, il che significa che in molti casi non c’è nemmeno una denuncia”, dice. Non è stato il caso di Lorenza. Quando è venuto a visitarla suo fratello, finalmente si è potuta sfogare. Jose inviò immediatamente una lettera a Carolina Chang, Direttore dell’Istituto dei Diritti dell’uomo a Concepcion, spiegando quello che era successo. Subito dopo viene contattato dall’avvocato Cristina Melgarejo del Difensore Penale Pubblico del Bío-Bío. Il funzionario prosegue Domenica alla clinica e viene confermato da Lorenza quanto raccontato dal fratello. Il lunedì 17 ottobre, nelle prime ore del mattino, il corpo legale ottiene un appello a favore della cittadina Mapuche.

Il giorno dopo, una delegazione del Collegio dei Medici, l’Istituto Nazionale dei diritti dell’uomo e il difensore pubblico penale, visita Lorenza in clinica. La donna ha confermato tutto quello che aveva raccontato a chi gli stava vicino. Quella mattina il senatore Alejandro Navarro ha presentato ricorso, insieme al padre di Lorenza, al fine di consentire ciò che fino ad allora sembrava un’estensione del martirio della madre: non poter allattare sua figlia appena nata. La gendarmeria, infatti, voleva trasferire la madre in prigione e lasciare il bambino nella clinica. Il provvedimento giudiziario, ricevuto dalla Corte d’Appello di Concepción, ripristinò il diritto della madre di stare con la figlia per almeno tre mesi. La notizia della madre Mapuche che aveva partorito incatenata, a questo punto, era diventata virale. La Gendarmeria ha accusò il colpo, istruendo un riassunto per chiarire i fatti. Tuttavia, il direttore regionale dell’istituto, Christian Alveal, ha detto che la nascita era avvenuta “nel pieno rispetto dei diritti umani”. “Le catene sono state tolte quando il personale sanitario ha iniziato il monitoraggio e a preparare la paziente per l’ingresso al padiglione”, sottolinea il rapporto elaborato dal gendarme Andrea Concha, contenuta nella relazione inviata dalla gendarmeria in risposta all’appello. Il profilo clinico di Lorenza, tuttavia, contraddice la versione data dalla Gendarmeria. L’infermiera di turno il giorno della nascita di Sayen, scrive nelle osservazioni, con un segnale di avvertimento punto esclamativo, “il paziente viene incatenato ai piedi!”. “Il registro che appare come parte del protocollo operativo ha un valore medico legale, se c’è un incidente in seguito, come la morte del paziente. Di qui la sua importanza come prova”, dice il Dott. Enrique Morales. Il rapporto preparato dal Collegio dei Medici conclude che la storia di Lorenza è coerente e che i presunti fatti denunciati sarebbero coerenti con la definizione di tortura, trattamenti crudeli, inumani o degradanti dai vari protocolli e trattati internazionali ratificati dal Cile, tra cui il Patto Internazionale sui Diritti civili e politici, la Convenzione Americana sui Diritti umani e le Convenzioni contro la tortura dell’OEA. La famiglia di Lorenza ha interposto una seconda denuncia di tortura contro la gendarmeria. Essi stanno perseguendo la responsabilità in tutta la catena di comando e non solo nel gendarme che incatenò Lorenza. La cittadina Mapuche è ancora ricoverata presso la clinica privata dove ha dato alla luce sua figlia. Da lì ci ha inviato una lettera quando ha saputo che eravamo in cerca della sua storia. La rendiamo pubblica a voi perche funga da corollario. “Io, Lorenza Cayuhan dichiaro che, indipendentemente da quello che dica la Gendarmeria, mi sento violata nel mio diritto come donna, non solo con l’ultima cosa che mi hanno fatto, ma dal momento in cui mi hanno arrestata. Per il solo fatto di essere mapuche, mi è stato violato il diritto di difendere me ei miei fratelli. E dico a tutte le donne che difendono il nostro genere che mi sento discriminata anche per loro, perche possono parlare di tutte tranne me. Vorrei che nessuna altra donna vivesse ciò che ho vissuto io. E per tutte le donne aggredite da questo stato razzista, esigo GIUSTIZIA”.

Fonte: http://www.theclinic.cl/2016/11/03/parir-engrillada-el-oscuro-alumbramiento-de-lorenza-cayuhan/ Traduzione: Red Internacional En Defensa Del Pueblo Mapuche/2017, Contatto Facebook: https://www.facebook.com/riedpm/

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Red Internacional En Defensa Del Pueblo Mapuche (R.I.E.D.P.M.)

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