La maledizione dell’uranio e gli Havasupai

Il 9 marzo 2018, l’industria mineraria statunitense, rappresentata dalla National Mining Association e dall’American Exploration and Mining Association, ha chiesto alla Corte suprema di annullare una regola dell’era Obama che proibiva per venti anni, a partire dal 2012, l’estrazione dell’uranio su oltre 1 milione di ettari di terre pubbliche che circondano il Parco Nazionale del Grand Canyon. L’industria mineraria ha assunto tale decisione perché, lo scorso dicembre, la Corte d’Appello del Nono Circuito di San Francisco, in California, aveva confermato il divieto di Obama pronunciandosi a favore di una coalizione composta dalla tribù Havasupai, dal Grand Canyon Trust, dal Centro per la diversità biologica e dal Sierra Club. Questa coalizione si era rivolta alla Corte più di un anno prima per salvare la moratoria messa in atto dall’amministrazione Obama preoccupata per le minacce alle acque sotterranee, alle risorse culturali dei nativi americani e alle vedute panoramiche nel Parco Nazionale del Grand Canyon. Nella sua sentenza, la Corte del 9° circuito stabilì che il divieto doveva rimanere in vigore affermando che “il ritiro dell’area da nuove domande di estrazione mineraria per un periodo limitato consentirà uno studio più attento degli effetti a lungo termine dell’estrazione dell’uranio nella zona e migliori decisioni informate in futuro”. E ciò perché la falda acquifera di quel territorio è quella che alimenta Havasu Creek, l’unica fonte d’acqua della tribù Havasupai, il quale è un affluente del fiume Colorado da cui attingono acqua gli stati di Arizona, Nevada e California.

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Sempre a dicembre, con una decisione parallela, la stessa Corte d’Appello aveva respinto l’appello della coalizione guidata dagli Havasupai contro la Canyon Mine, di proprietà della Energy Fuels, società leader nella produzione di uranio negli Stati Uniti che ha sede a Lakewood, in Colorado, e filiali in Utah, Wyoming, Arizona e New Mexico. Questa miniera di uranio si trova nella Kaibab National Forest, a sole cinque miglia a est del bordo del Grand Canyon. Anche questa miniera si trova sopra la falda freatica che sfocia nel Grand Canyon attraverso la gola famosa per le sue cascate turchesi che costituisce la tradizionale patria degli Havasupai. La Canyon Mine, che si trova anche ad appena quattro kilometri da Red Butte, una montagna sacra per gli Havasupai, che la chiamano Wii’i Gdwiisa ovvero Montagna del Pugno Chiuso, entrò in funzione nel 1986 e, sebbene la miniera fosse rimasta inattiva dopo che i prezzi dell’uranio crollarono nei primi anni ’90, l’US Forest Service ne approvò la riapertura nel 2013 senza chiedere un piano di estrazione aggiornato.

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Red Butte

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il sito di Canyon Mine

La tribù ha sostenuto che il Servizio Forestale abbia concesso il permesso di riprendere le operazioni minerarie senza considerare i nuovi sviluppi della tecnologia, violando i suoi obblighi legali ai sensi della legge sulla conservazione dei siti storici nazionali non essendosi consultato con la tribù sul danno irreparabile che la miniera avrebbe avuto sul sito sacro e senza implementare misure per prevenire danni.

Le risorse di uranio presenti in questa che è conosciuta come Arizona Strip rappresentano circa il 40% delle riserve statunitensi. Durante la Guerra Fredda l’uranio è stato estratto da lì, per lo più all’interno della grande riserva della Nazione Navajo, per essere utilizzato nel programma di armamenti nucleari, causando ingenti danni all’ambiente e alla gente Navajo. Ci sono ancora oltre 500 miniere di uranio abbandonate sul territorio della Riserva Navajo, ma i fondi disponibili per iniziare il processo di bonifica potrebbero coprire solo circa 200 di questi siti.

“Il popolo di Havasupai è qui da tempo immemorabile, questo posto è quello che siamo”, ha detto in un comunicato il presidente tribale di Havasupai, Don Watahomigie. “Questo posto, queste acque e la nostra gente meritano protezione. Le vite dei nostri bambini e la purezza delle nostre acque non sono in vendita. La contaminazione da uranio nella falda acquifera non solo avvelenerà la mia famiglia, la mia tribù, le terre ancestrali e me, ma anche milioni di persone che vivono a valle del fiume Colorado. Aprire quest’area alle miniere d’uranio sarebbe tragico per le persone e un incubo ambientale”.

MG

 

Le Hawai’i sono uno Stato sovrano sotto occupazione militare

Il 25 febbraio 2018, il dott. DeZayas, Relatore Speciale o Esperto indipendente del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha scritto un Memorandum intitolato “Il caso della signora Routh Bolomet” in risposta a una denuncia presentata al Consiglio dalla signora Bolomet nel 2017. Senza entrare nei dettagli della denuncia della signora Bolomet, l’Esperto Indipendente ha invece affrontato la più ampia questione dell’occupazione militare del Regno delle Hawai’i e la necessità che gli Stati Uniti, in quanto Stato occupante, lo amministrino in base alle leggi proprie dello Stato occupato, cioè il Regno delle Hawai’i.

il Dr. de Zayas

il Dr. de Zayas

Scrive il dott. DeZayas nel Memorandum:

“Sono giunto a comprendere che lo status giuridico legittimo delle isole hawaiane è quello di uno Stato-nazione sovrano in continuità; ma uno Stato-nazione che è sotto una strana forma di occupazione da parte degli Stati Uniti derivante da un’occupazione militare illegale e da un’annessione fraudolenta. Pertanto, le leggi internazionali (le Convenzioni di Ginevra e dell’Aja) richiedono che la governance e le questioni legali all’interno del territorio occupato delle isole hawaiane debbano essere amministrate applicando le leggi dello stato occupato (in questo caso il Regno delle Hawai’i) e non le leggi nazionali dell’occupante (gli Stati Uniti)”. Continua a leggere

I NO-DAPL PRESENTANO UN RAPPORTO ALL’ONU

 

Alcuni membri della facoltà di giurisprudenza e alcuni studenti dell’International Human Rights Advocacy Workshop del programma IPLP (People of Law and Policy) dell’University of Arizona hanno presentato un Rapporto all’ONU in merito alle violazioni dei diritti umani commesse contro i water protector, contrari al Dakota Access Pipeline (DAPL). Il Rapporto, dal titolo “Resistenza indigena al gasdotto Dakota Access Pipeline: criminalizzazione del dissenso e repressione della protesta”, è stato inviato al Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene, Victoria Tauli-Corpuz, per conto del collettivo Water Protectors Legal Collective (WPLC). Il WPLC fornisce supporto legale sul campo a coloro che si trovano ad affrontare spese legali derivanti dall’opposizione attiva alla realizzazione del Dakota Access Pipeline a Standing Rock, North Dakota.

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Il Rapporto sarà anche presentato ai funzionari dell’ONU durante la 17a sessione del Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene (UNPFII) presso la sede di New York. La prof.ssa Seanna Howard, direttrice dell’International Human Rights Advocacy Workshop, ha convocato una tavola rotonda all’UNPFII intitolata “Dakota Access Pipeline Resistance e Criminalization of Indigenous Human Rights Defenders” il 19 aprile. Il panel comprende importanti studiosi dei diritti umani ed esperti delle Nazioni Unite, tra cui anche la signora Tauli-Corpuz, e affronterà la criminalizzazione dei water protector che si oppongono alla DAPL e la necessità di proteggere i difensori dei diritti umani indigeni in tutto il mondo. Continua a leggere

IL CILE VIOLA IL DIRITTO INDIGENO E I DIRITTI UMANI

Il governo cileno non rispetta i diritti umani e le norme internazionali sui diritti indigeni e costringe un’autorità spirituale mapuche a morire in sciopero della fame

unknownUn uomo, un “machi”, sta morendo in sciopero della fame per chiedere il rispetto dei suoi diritti. Celestino Cordoba è uno sciamano, autorità ancestrale del popolo mapuche, in carcere a Temuco, Cile, e chiede di poter tornare per 48 ore nella propria comunità per compiere una cerimonia religiosa imprescindibile per la propria salute fisica e spirituale.

Il diritto internazionale, in particolare la Convenzione N. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui Popoli Indigeni e Tribali del 1989, ratificata dal Cile nel 2008, e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni del 2007, nonché le norme nazionali del diritto penitenziario cileno prevedono un’applicazione interculturale del diritto al culto e alla salute, che permetterebbe la concessione di questo beneficio ma il governo cileno si rifiuta categoricamente.

Per questi motivi l’Associazione il Cerchio ha deciso di presentare una denuncia agli organismi internazionali preposti:

il Forum Permanente sulle Questioni Indigene presso le Nazioni Unite

il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene

la Sottocommissione per i Diritti dell’Uomo del Parlamento Europeo

Di seguito il testo della denuncia e i relativi allegati.

il-cerchio-onlus-denuncia-situacion-extrema-machi-celestino-cordova

informe-medico-por-gabriela-aylin-curihual_-madico-tratante-de-celestino-cordova

informe_pericial_antropologico_machi_cor

casi-tres-meses-en-ayuno

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IL CASO DEL MACHI CELESTINO CORDOVA

Come il governo cileno non rispetta i diritti umani e le norme internazionali, costringendo un’autorità spirituale mapuche a morire in sciopero della fame

images-2Un uomo, un “machi”, sta morendo in sciopero della fame per chiedere il rispetto dei suoi diritti. Celestino Cordoba è uno sciamano, autorità ancestrale del popolo mapuche, in carcere a Temuco, Cile, e chiede di poter tornare per 48 ore nella propria comunità per compiere una cerimonia religiosa imprescindibile per la propria salute fisica e spirituale.

Il diritto internazionale, in particolare la Convenzione N. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui Popoli Indigeni e Tribali del 1989, ratificata dal Cile nel 2008, e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni del 2007, nonché le norme nazionali del diritto penitenziario cileno prevedono un’applicazione interculturale del diritto al culto e alla salute, che permetterebbe la concessione di questo beneficio ma il governo cileno si rifiuta categoricamente.

Il machi in prigione

images-3Ho incontrato Celestino in carcere nel 94esimo giorno di sciopero della fame ed è stato un pugno nello stomaco. Le forze lo hanno ormai abbandonato quasi del tutto e si trascina in cella appoggiato a un bastone, strisciando i piedi perché non riesce ad articolare le gambe. I medici pronosticano che è questione di giorni e sarà costretto a letto. Se il corpo è allo stremo, sulla soglia del punto di non ritorno nel deterioramento degli organi vitali, la mente è lucida, calma e consapevole. Continua a leggere