Hawai’i – un caso di scuola di Diritto Internazionale

Quella che segue è una lunga memoria elaborata a cura dell’Ufficio dell’Ambasciatore delle Hawai’i dotato di pieni poteri. L’Associazione il Cerchio segue da diversi anni l’evolversi del confronto fra il tuttora esistente Regno delle Hawai’i e gli Stati Uniti d’America quale stato occupante il Regno. Volentieri rendiamo disponibile il testo a chi vorrà saperne di più. Per ragioni di spazio, dal testo sono state eliminate le note a piè di pagina. Il testo integrato con le note è disponibile su richiesta scrivendo a info@associazioneilcerchio.it.

Titolo originale:

“The Larsen v. Hawaiian Kingdom Case at the Permanent Court of Arbitration and Why There Is An Ongoing Illegal State of War with the United States of America Since January 16, 1893”; traduzione di Federico Lenzerini, Università degli Studi di Siena. Le traduzioni dei virgolettati sono state eseguite dallo stesso traduttore.

Titolo tradotto:

Il Caso Larsen v. Hawaiian Kingdom presso la Corte Permanente di Arbitrato ed i Motivi per cui Esiste uno Stato di Guerra Illegale con gli Stati Uniti d’America Persistente dal 16 Gennaio 1893.”

Quando il Tribunale arbitrale istituito per il caso South China Sea ha citato nella sua decisione sulla giurisdizione il caso Larsen v. Hawaiian Kingdom, di cui si è occupata la Corte Permanente di Arbitrato, dovrebbe avere attratto attenzione internazionale su di esso, specialmente dopo che la Corte ha riconosciuto il Regno delle Hawaii quale “Stato” e il Signor Larsen quale entità privata. Il caso Larsen consisteva in una disputa tra un cittadino hawaiano ed il proprio governo, il quale, secondo il ricorrente, si era comportato in modo negligente nel permettere l’imposizione illecita delle leggi americane sul territorio delle Hawaii, determinando – sempre a parere del ricorrente – la commissione dei crimini di guerra consistenti nella violazione del principio dell’equo processo, detenzione illecita e saccheggiamento. Larsen richiedeva al Tribunale di dichiarare che gli Stati Uniti d’America avevano violato i suoi diritti, nonché, sulla base di ciò, che il governo hawaiano era responsabile di tali violazioni. Benché formalmente invitato, il governo degli Stati Uniti scelse di non partecipare all’arbitrato, costringendo così Larsen a superare l’ostacolo determinato dall’assenza in giudizio di una terza parte “indispensabile”. Ciò che ancora oggi rimane pressoché sconosciuto è lo status giuridico di diritto internazionale delle Hawaii quale Stato sovrano e indipendente, denominato Regno delle Hawai’i, che è stato costretto a subire uno stato di guerra illegale con gli Stati Uniti d’America a partire dal 16 gennaio 1893. Lo scopo del presente articolo è quello di rendere manifesto – alla luce del diritto internazionale – lo stato di guerra illegale che è andato avanti per ben oltre un secolo ed il suo profondo impatto nei confronti della comunità internazionale contemporanea.

Introduzionel’approdo davanti alla Corte Permanente d’Arbitrato del caso dell’occupazione illegale delle Hawaii da parte degli Stati Uniti d’America

Le prime rimostranze relative alla presunta commissione di crimini di guerra nelle Hawaii, precisamente detenzione illegale e saccheggiamento, hanno costituito l’oggetto di una controversia arbitrale nel caso Lance Larsen vs. Hawaiian Kingdom davanti alla Corte Permanente di Arbitrato (CPA). L’udienza orale fu svolta presso la CPA il 7, 8 e 11 dicembre 2000. Quale organizzazione intergovernativa, prima di poter istituire un tribunale ad hoc la Corte deve possedere la giurisdizione – di carattere istituzionale – sul caso sottoposto alla sua attenzione. La giurisdizione della CPA si distingue dalla giurisdizione ratione materiae del tribunale ad hoc sulla disputa tra le parti. Le controversie che rientrano nella giurisdizione istituzionale della CPA includono le seguenti: controversie tra due o più Stati; controversie tra uno Stato ed un’organizzazione internazionale (ad esempio un’organizzazione intergovernativa); controversie tra due o più organizzazioni internazionali; controversie tra uno Stato ed un’entità privata; e controversie tra un’organizzazione internazionale ed un’entità privata. La CPA accettò la controversia in oggetto quale disputa tra uno Stato ed un’entità privata, riconoscendo il Regno delle Hawai’i quale parte non contraente ai sensi dell’articolo 47 della I Convenzione de L’Aja del 1907 (1907 HC I). Come affermato sul sito web della CPA,

“Lance Paul Larsen, residente alle Hawaii, ha istaurato un ricorso contro il Regno delle Hawai’i, per il tramite del suo Consiglio Reggente [Council of Regency], basato sulla pretesa che il governo del Regno delle Hawai’i sarebbe responsabile di una violazione continuata di: (a) il proprio Trattato di Amicizia, Commercio e Navigazione del 1849 con gli Stati Uniti d’America, nonché i principi di diritto internazionale codificati dalla Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati del 1969, e (b) i principi di cortesia internazionale, in quanto permetterebbe l’imposizione illegale delle leggi interne degli Stati Uniti nei confronti del ricorrente nell’ambito della giurisdizione territoriale del Regno delle Hawai’i”.

Il governo del Regno delle Hawai’i, così come esistente al 17 gennaio 1893, fu ristabilito nel 1995, in situ e non in esilio. In tale anno fu istituito un Consiglio Reggente provvisorio composto da quattro ministri – interni, affari esteri, finanze e un Procuratore Generale – nel rispetto della Costituzione hawaiana e alla luce della dottrina della necessità, avente il compito di operare in assenza del monarca esecutivo. Per effetto di tale processo è stato istituito un governo provvisorio (Governo delle Hawai’i) composto da funzionari di fatto. Secondo l’esperto di diritto costituzionale statunitense Thomas Cooley,

“si suppone che un governo provvisorio sia un governo di fatto per il presente; un governo che in situazioni di emergenza è istituito per preservare l’ordine; per mandare avanti le relazioni del popolo per conto del quale agisce con le nazioni straniere fino a quando non sarà il momento e si presenterà l’opportunità di istituire un governo permanente. In generale si ritiene che non estenda la propria autorità al di là di un potere temporaneo reso necessario da bisogni particolarmente importanti, e la sua autorità è limitata alla necessità”.

Così come altri governi formati in esilio durante un’occupazione straniera, il Governo delle Hawai’i non ha ricevuto il proprio mandato dai cittadini hawaiani, ma piuttosto in virtù del diritto costituzionale hawaiano, rappresentando quindi il Regno delle Hawai’i. Come scritto nel 2001 da Bederman and Hilbert sull’American Journal of International Law,

“al centro del procedimento davanti alla CPA si trovava il fatto […] che il Regno delle Hawai’i continua ad esistere e che il Consiglio Reggente hawaiano (il quale rappresenta il Regno delle Hawai’i) è responsabile giuridicamente secondo il diritto internazionale per la protezione dei cittadini hawaiani, incluso il ricorrente. In altri termini, il Regno delle Hawai’i era legalmente obbligato a proteggere Larsen ‘dall’imposizione illegale [da parte degli Stati Uniti] [nei suoi confronti] delle [loro] leggi interne’ tramite il loro ente politico, lo Stato delle Hawaii. Per effetto di tale responsabilità, secondo quanto contestato da Larsen, il Consiglio Reggente hawaiano sarebbe responsabile per qualsiasi violazione di diritto internazionale commessa dagli Stati Uniti nei suoi confronti”.

Il Tribunale concluse che non possedeva la giurisdizione ratione materiae sul caso per effetto della regola della terza parte “indispensabile”. Come spiegato dal Tribunale,

“da ciò consegue che il Tribunale non è in grado di determinare se la parte convenuta [il Regno delle Hawai’i] abbia mancato di adempiere ai suoi obblighi nei confronti del ricorrente [Larsen] senza valutare la legittimità degli atti degli Stati Uniti d’America. Si tratta di un’operazione che è preclusa al Tribunale precisamente dal principio Monetary Gold. Come spiegato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel caso Timor East, ‘la Corte non potrebbe decidere sulla legittimità della condotta di uno Stato quando il suo giudizio implicherebbe una valutazione della legittimità della condotta di un altro Stato che non è parte del caso”.

Il Tribunale, comunque, riconobbe che le parti dell’arbitrato avrebbero potuto ricorrere ad una procedura non vincolante di accertamento dei fatti. Il Tribunale rilevò che “ad un certo punto, durante il procedimento, è stato sollevato l’interrogativo se alcune delle questioni che le parti desideravano presentare [al Tribunale] non potessero essere affrontate attraverso un procedimento di accertamento dei fatti. In aggiunta alla propria funzione di organismo che promuove l’arbitrato e la conciliazione internazionale, la CPA è dotata di varie procedure di accertamento dei fatti, sia tra Stati che di altro tipo”. Il Tribunale notò anche “che le commissioni interstatali di accertamento dei fatti istituite finora sotto l’egida della Corte Permanente d’Arbitrato non si sono limitate ad un puro accertamento dei fatti ma sono andate più avanti, espressamente o in modo implicito ma chiaro, fino ad occuparsi di questioni relative alla responsabilità per tali fatti”. Il Tribunale fece ulteriormente presente che “la parte III di ciascuna delle convenzioni de L’Aja del 1899 e del 1907 prevede commissioni internazionali d’inchiesta. La CPA ha anche adottato delle Regole opzionali per le commissioni d’inchiesta per l’accertamento dei fatti”. Fino al momento in cui si scrive, sono state istituite soltanto cinque commissioni internazionali di accertamento dei fatti operanti sotto l’egida della CPA – la prima nel 1905, The Dogger Bank Case (Gran Bretagna – Russia), e l’ultima nel 1962, “Red Crusader” Incident (Regno Unito – Danimarca). Tali commissioni d’inchiesta sono state utilizzate in casi “in cui ‘onore’ ed ‘interessi essenziali’ erano indubbiamente coinvolti, per la determinazione di questioni sia giuridiche che di fatto, e da enti la cui composizione ed il procedimento da essi seguito assomigliavano più al lavoro di corti giurisdizionali che di commissioni d’inchiesta come originariamente concepite [in base alla 1907 HC I]”.

Il 19 gennaio 2017 il Governo delle Hawai’i e Lance Larsen hanno stipulato un Accordo ad hoc al fine di formare una commissione internazionale d’inchiesta. Come proposto dal Tribunale, entrambe le parti hanno accettato le regole stabilite dalla parte III – International Commissions of Inquiry (articoli 9-36) della 1907 HC I. Una volta che la Commissione sarà istituita, sarà scelto un Segretario Generale con la funzione di ufficio del registro e il luogo in cui sarà posta la sua sede. In base all’articolo III dell’Accordo ad hoc:

“alla Commissione è richiesto di determinare: in primo luogo, quali sono la funzione ed il ruolo del Governo del Regno delle Hawai’i alla luce delle norme fondamentali e del contesto del diritto internazionale umanitario; in secondo luogo, quali sono i doveri e gli obblighi del Governo del Regno delle Hawai’i nei confronti di Paul Larsen, e, per estensione, nei confronti di tutti i cittadini hawaiani domiciliati in territorio hawaiano o in territorio straniero alla luce delle norme fondamentali e del contesto del diritto internazionale umanitario; e, in terzo luogo, quali sono i doveri e gli obblighi del Governo del Regno delle Hawai’i nei confronti delle persone protette domiciliate in territorio hawaiano e quelle che si trovano in esso di passaggio alla luce delle norme fondamentali e del contesto del diritto internazionale umanitario”.

Poiché il diritto internazionale umanitario è formato da una serie di norme che hanno lo scopo di limitare gli effetti della guerra nei confronti delle persone che non partecipano al conflitto armato, come le persone civili di uno Stato occupato militarmente, il caso Larsen e il procedimento di accertamento dei fatti devono scaturire da uno stato di guerra effettivo – una guerra che esiste non soltanto in teoria ma anche nei fatti. Ancora più importante, l’applicazione del principio relativo al diritto intertemporale rappresenta un elemento critico al fine di comprendere la disputa arbitrale tra Larsen e il Regno delle Hawai’i. Si tratta di una disputa scaturita dallo stato di guerra illecito con gli Stati Uniti iniziato nel 1893. Il giudice Huber pronunciò la famosa dichiarazione per cui “un fatto giuridico deve essere valutato alla luce del diritto ad esso contemporaneo, e non sulla base del diritto applicabile al momento in cui si instaura o deve essere risolta una controversia ad esso relativa”.

Il Regno delle Hawai’i quale soggetto di diritto internazionale

Il Tribunale arbitrale investito del caso Larsen v. Hawaiian Kingdom ha espressamente statuito che “nel diciannovesimo secolo il Regno delle Hawai’i esisteva come Stato indipendente riconosciuto come tale dagli Stati Uniti d’America, dal Regno Unito e da numerosi altri Stati, anche attraverso lo scambio di rappresentanti diplomatici o consolari e per mezzo della conclusione di trattati”. Quale Stato indipendente, il Regno delle Hawai’i aveva sviluppato ampie relazioni pattizie con numerosi Stati, dando vita a relazioni diplomatiche e ad accordi commerciali. Secondo Westlake, nel 1894 la Famiglia delle Nazioni comprendeva “in primo luogo, tutti gli Stati europei […] in secondo luogo, tutti gli Stati americani […] in terzo luogo, alcuni Stati cristiani in altre parti del mondo, come le Isole delle Hawaii, la Liberia e lo Stato Libero dell’Orange”.

Al fine di preservare la propria indipendenza politica qualora si fosse instaurato uno stato di guerra, il Regno delle Hawai’i cercò di assicurarsi che la sua neutralità fosse riconosciuta a priori. Norme che riconoscevano la neutralità delle Hawai’i furono incorporate nei trattati con Svezia-Norvegia, Spagna e Germania. “Una nazione che desidera garantire la pace per se stessa – scriveva Vattel – non può avere maggiore successo nel conseguire il proprio obiettivo se non tramite la conclusione di trattati [di] neutralità”.

In base al diritto internazionale consuetudinario vigente nel diciannovesimo secolo, il territorio di uno Stato neutrale non poteva essere violato. Questo principio fu codificato dall’articolo 1 della V Convenzione de L’Aja del 1907, il quale stabiliva che “il territorio delle Potenze neutrali è inviolabile”. Secondo Politis, “il diritto della neutralità, così come plasmato dalla consuetudine e da una rete strettamente tessuta di accordi contrattuali, fu in gran parte codificato all’inizio del [ventesimo] secolo”. In quanto tale, il territorio del Regno delle Hawai’i non poteva essere invaso o disonorato, e la sua neutralità “costituiva una garanzia d’indipendenza e di esistenza pacifica”.

Da uno stato di pace ad uno stato di guerra illecito

Secondo quanto affermato dal Giudice Greenwood, “il diritto internazionale tradizionale era basato su una distinzione rigida tra lo stato di pace e lo stato di guerra”. “Le nazioni si trovavano o in uno stato di pace oppure in uno stato di guerra, non esistendo alcuno stato intermedio”. Ciò trova conferma nel fatto che il celebre giurista di diritto internazionale Lassa Oppenheim divise il suo trattato su International Law in due volumi, il primo intitolato Peace, il secondo War and Neutrality. Nel diciannovesimo secolo la guerra era considerata lecita, ma doveva essere giustificata sulla base dello jus ad bellum. La guerra poteva essere utilizzata soltanto al fine di porre rimedio all’offesa subita da uno Stato. Come sostenuto da Vattel, “qualsiasi attacco nei confronti dei diritti [di uno Stato sovrano] costituisce un’ingiuria, e una giusta causa per una guerra”.

Il Regno delle Hawai’i godeva di uno stato di pace nei rapporti con tutte le nazioni. Questa situazione, tuttavia, fu interrotta violentemente dagli Stati Uniti quando lo stato di pace fu trasformato in uno stato di guerra, che iniziò il 16 gennaio 1893, quando gli Stati Uniti invasero il Regno. Il giorno successivo, la Regina Lili‘uokalani, nella sua posizione di monarca esecutivo di un governo costituzionale, pronunciò la seguente protesta ed una resa condizionata della propria autorità nei confronti degli Stati Uniti, in risposta all’azione militare da questi posta in essere contro il governo hawaiano. La protesta della Regina fu articolata come segue:

“Io, Liliuokalani, Regina in grazia di Dio e in base alla Costituzione del Regno delle Hawai’i, protesto qui solennemente contro ciascuno e tutti gli atti compiuti contro me stessa e contro il Governo costituzionale del Regno delle Hawai’i da certe persone che pretendono di avere istituito un governo provvisorio di e per questo Regno. Dichiaro che io mi piego alla potenza superiore degli Stati Uniti d’America, il cui ministro plenipotenziario, Sua Eccellenza John L. Stevens, ha indotto le truppe degli Stati Uniti ad atterrare ad Honolulu e ha dichiarato il suo supporto per il suddetto governo provvisorio. Ora, al fine di evitare qualsiasi scontro tra forze armate e probabilmente il sacrificio di vite umane, con la presente protesta, e costretta dalla summenzionata potenza, io cedo la mia autorità fino al momento in cui il Governo degli Stati Uniti, sulla base di fatti ad esso esposti, porrà fine all’azione dei propri rappresentanti e mi re-insedierà nell’autorità che io invoco quale sovrano costituzionale delle Isole delle Hawai’i”.

In base al diritto internazionale, lo sbarco delle truppe degli Stati Uniti in assenza del consenso del governo hawaiano costituì un atto di guerra. Tuttavia, affinché un atto di guerra non trasformi la situazione esistente in uno stato di guerra, tale atto deve essere giustificato o lecito secondo il diritto internazionale, come ad esempio sarebbe avvenuto se le truppe fossero sbarcate poiché era necessario proteggere la vita e le proprietà di cittadini statunitensi nel territorio del Regno delle Hawai’i. Secondo Wright, “un atto di guerra è un’invasione del territorio […] ed è quindi normalmente illecito. Un tale atto, se non è seguito da una guerra, pone le basi per una pretesa che può essere legittimamente respinta soltanto qualora sia data prova dell’esistenza di qualche trattato speciale o di una situazione di necessità che lo giustifichi”. La questione focale è quindi se le truppe degli Stati Uniti fossero sbarcate per proteggere vite americane oppure se lo fossero per fare una guerra contro il Regno delle Hawai’i.

Secondo Brownlie, “il diritto di utilizzare la guerra, quale aspetto della sovranità, il quale esisteva prima del 1914, sottoposto alla regola per cui la guerra doveva essere considerata l’ultima risorsa nel far rispettare diritti legalmente riconosciuti, era invocato molto raramente sia nella prassi statale che dalla dottrina senza qualche richiamo stereotipato ad un diritto all’auto-preservazione, alla legittima difesa, o alla necessità oppure alla protezione di interessi vitali, o ancora semplicemente ad una presunta offesa dei diritti o dell’onore e della dignità nazionale”. Tra gli Stati Uniti ed il Regno delle Hawai’i non esisteva alcuna disputa che avrebbe giustificato un’invasione e il rovesciamento del governo hawaiano, cioè di uno Stato neutrale ed indipendente.

Nel 1993, il Congresso degli Stati Uniti emanò una risoluzione congiunta in cui furono espresse delle scuse ufficiali per il rovesciamento del governo hawaiano. Di particolare significato nella risoluzione era una specifica clausola del preambolo, la quale statuiva che: “considerato che, in un messaggio inviato al Congresso il 18 dicembre 1893, il Presidente Grover Cleveland, informando pienamente ed accuratamente sugli atti illegali dei cospiratori, descrisse tali atti come un ‘atto di guerra, commesso con la partecipazione di un rappresentante diplomatico degli Stati Uniti e senza l’autorizzazione del Congresso’, e riconobbe che per effetto di tali atti fu rovesciato il governo di un popolo pacifico ed amichevole”. Ad una prima lettura, comunque, sembrerebbe che i “cospiratori” fossero stati i soggetti autori dell’“atto di guerra”, ma ciò è fuorviante. In primo luogo, in base al diritto internazionale, soltanto uno Stato può commettere un “atto di guerra”, che ciò avvenga attraverso le sue truppe e/o i suoi agenti diplomatici; in secondo luogo, dei cospiratori all’interno di un paese potrebbero soltanto commettere il crimine di atto tradimento, non “atti di guerra”. Questi due concetti trovano corrispondenza nei termini colpo di mano e colpo di Stato. Il primo costituisce un’invasione che ha successo da parte delle forze militari di uno Stato, mentre il secondo si riferisce ad una rivolta interna, sempre caratterizzata da successo, che nel diciannovesimo secolo era anche definita rivoluzione.

In una petizione inviata al Presidente Cleveland dalla Hawaiian Patriotic League, i vertici di quest’ultima, composti da uomini di Stato e avvocati hawaiani, articolarono in modo chiaro la differenza tra “colpo di mano” e “rivoluzione”. Come si legge nella petizione,

“lo scorso gennaio [1893] è stato commesso un crimine politico, non soltanto contro il Sovrano legittimo del Regno delle Hawai’i, ma anche contro la nazione Hawaiana complessivamente intesa, una nazione che, negli ultimi sessant’anni, aveva esercitato un autogoverno costituzionale libero e felice. Ciò è stato fatto attraverso un colpo di mano da parte del Ministro statunitense Stevens, in collusione con una fazione di cospiratori, particolarmente figli infedeli di missionari e politici locali frustrati da persistenti sconfitte politiche, i quali, vendicandosi per il fatto di costituire una minoranza disperata nel paese, hanno deciso di ‘comandare o distruggere’ grazie all’aiuto straniero. I fatti di questa ‘rivoluzione’, come essa è impropriamente definita, costituiscono ora evidenza storica”.

Che ciò si sia verificato casualmente o deliberatamente, la risoluzione di scuse del Congresso del 1993 non riflette accuratamente quanto dichiarato dal Presidente Cleveland nel suo messaggio al Congresso nel 1893. Quando Cleveland dichiarò che le “dimostrazioni militari effettuate sul suolo di Honolulu hanno costituito in quanto tali un atto di guerra”, egli si riferiva alle forze armate degli Stati Uniti e non ai cospiratori. Cleveland rilevò “che il 16 gennaio 1893, tra le quattro e le cinque del pomeriggio, un distaccamento di marines del piroscafo statunitense Boston, con due pezzi di artiglieria, giunse ad Honolulu. Gli uomini, oltre 160 in totale, erano equipaggiati con doppie cinture per cartucce riempite di munizioni, con zaini e borracce, ed erano accompagnati da un corpo medico con barelle e equipaggiamento medico”. Questo atto di guerra costituì la fase iniziale di un colpo di mano.

Come parte del piano, il 17 gennaio, il diplomatico statunitense John Stevens avrebbe prematuramente riconosciuto lo sparuto gruppo di ribelli come se avessero portato a termine una rivoluzione con successo, facendo quindi apparire la situazione come se fosse stata suffragata da uno status de facto. In una nota privata indirizzata a Sanford Dole, capo dei ribelli, scritta nella carta intestata della legazione statunitense il 17 gennaio 1893, Stevens scrisse: “Giudice Dole: le chiederei di non rendere pubblico il mio riconoscimento del Governo Provvisorio di fatto fino a quando tale Governo non avrà preso possesso della stazione di polizia”. Un governo creato tramite intervento militare costituisce un regime fantoccio dello Stato interveniente e, in quanto tale, non possiede legalmente alcuna autorità. “I governi fantoccio”, secondo Marek, “sono organi della potenza occupante e, come tali, formano parte della sua organizzazione giuridica. Gli accordi che essi concludono con la potenza occupante non sono veri accordi internazionali [perché] tali accordi sono semplicemente atti interni della potenza occupante camuffati da accordi, che in realtà la potenza occupante conclude con se stessa. Le misure e le regole da essi stabilite sono decise dalla potenza occupante”.

Il diritto internazionale stabilisce che una rivoluzione ha successo quando i ribelli si assicurano il totale controllo di tutta l’organizzazione di governo e ottengono l’accettazione da parte della popolazione. Il Segretario di Stato americano Foster riconobbe tale regola in un dispaccio inviato a Stevens il 28 gennaio 1893: “il tuo approccio di riconoscere un governo di fatto che non ha incontrato opposizioni sembra essere stato prudente e conforme ai fatti. La regola seguita da questo governo è sempre stata quella di riconoscere e stabilire relazioni con qualsiasi governo effettivo nel pieno possesso di poteri effettivi con l’assenso del popolo”. Secondo Lauterpacht, “fino a quando la rivoluzione non abbia avuto successo, e fino a quando il governo legittimo […] rimane all’interno del territorio nazionale e afferma la propria autorità, si presume che esso rappresenti lo Stato complessivamente inteso”. Con piena consapevolezza di ciò che costituiva una rivoluzione caratterizzata da successo, Cleveland incluse una dura accusa nel suo messaggio al Congresso:

“quando il nostro Ministro ha riconosciuto il governo provvisorio l’unica base sulla quale ha fatto leva era rappresentata dal fatto che il Comitato di Sicurezza […] lo aveva dichiarato esistente. Non si trattava né di un governo di fatto né di un governo di diritto. Il fatto che esso non fosse in possesso delle proprietà ed agenzie governative che lo avrebbero legittimato ad essere riconosciuto è inequivocabilmente provato da una nota rinvenuta tra i documenti della Legazione ad Honolulu, inviata dal presunto capo del governo provvisorio al Ministro Stevens in data 17 gennaio 1893, in cui egli riconosce con espressione di apprezzamento il riconoscimento del governo provvisorio da parte dello stesso Ministro e afferma di non essere ancora in possesso della stazione di polizia (il luogo dove si trovava un’alta quantità di truppe della Regina), sebbene la stessa fosse stata richiesta agli ufficiali in carica della Regina”.

“Il riconoscimento prematuro rappresenta un atto lesivo contro il governo legittimo” – spiega Lauterpacht – che costituisce una violazione del diritto internazionale. Ancora, secondo Stowell, “uno Stato straniero che interviene a supporto di [ribelli] commette un atto di guerra contro lo Stato territoriale, e viola il diritto delle nazioni in tempo di pace”. Inoltre, come conclude Stapleton, “di tutti i principi che formano il codice di diritto internazionale, il più importante – quello da cui deve dipendere l’esistenza indipendente di tutti gli Stati più deboli – è la seguente: nessuno Stato ha il diritto di intervenire USANDO LA FORZA negli affari interni di un altro Stato”.

Cleveland spiegò poi al Congresso gli effetti oltraggiosi della guerra che condusse alla resa condizionata della Regina nei confronti degli Stati Uniti:

“in ogni caso, il riconoscimento illegale da parte del nostro Ministro ha posto il Governo della Regina in uno stato di confusione estremamente pericoloso. Da un lato, ella manteneva il possesso del palazzo, delle caserme e della stazione di polizia, ed aveva sotto il suo comando almeno cinquecento uomini ben armati e diversi pezzi di artiglieria. In effetti, l’intera forza militare del suo regno era dalla sua parte e a sua disposizione […] In tale stato di cose, se la Regina avesse dovuto affrontare soltanto i ribelli il suo compito sarebbe stato semplice e il risultato scontato. Ma gli Stati Uniti si erano alleati contro i suoi nemici, li avevano riconosciuti come il governo effettivo delle Hawaii, e avevano costretto la Regina e i suoi seguaci in una posizione di opposizione in modo contrario alla legittima autorità. Ella sapeva che non avrebbe potuto contrastare la forza degli Stati Uniti, ma credeva che si sarebbe potuta tranquillamente fidare della loro giustizia”.

L’opinione del Presidente che gli Stati Uniti avevano dato inizio ad una guerra contro il Regno delle Hawai’i in violazione del diritto costituisce un riconoscimento inequivocabile che si è effettivamente instaurato uno stato di guerra a partire dal 16 gennaio 1893. Secondo Lauterpacht, una guerra illecita è “una guerra di aggressione intrapresa da parte di un belligerante in violazione dell’obbligo internazionale fondamentale derivante dal divieto di ricorrere alla guerra quale strumento di politica nazionale”. Tuttavia, a prescindere dall’ammissione del Presidente che gli atti di guerra in oggetto non rispettavano lo jus ad bellum – che potrebbe giustificare una guerra – gli Stati Uniti sarebbero comunque stati obbligati a rispettare lo jus in bello – le norme che regolamentano la guerra – dal momento in cui era iniziata l’occupazione del territorio delle Hawai’i. Nel caso Hostages Trial (Wilhelm List and Others), il Tribunale di Norimberga respinse la tesi dell’accusa in base alla quale, poiché l’occupazione tedesca aveva costituito il risultato di un uso illecito della forza, la Germania non avrebbe potuto invocare le regole dell’occupazione bellica. Il Tribunale spiegò che:

“l’Accusa avanza l’argomento per cui, poiché le guerre della Germania contro Yugoslavia e Grecia costituivano atti di aggressione, le truppe occupanti tedesche si trovavano illegalmente in tali territori, e non avrebbero conseguentemente potuto acquisire diritti in alcun modo come occupanti […] Accettiamo come vera l’affermazione che i conflitti armati contro Yugoslavia e Grecia costituissero una violazione diretta del Patto Kellogg-Briand, assumendo conseguentemente carattere illecito. Ma da ciò non consegue che qualsiasi atto compiuto dalle forze occupanti tedesche nei confronti di persone o beni costituisse un crimine […] Come premessa, desideriamo chiarire che il diritto internazionale non fa alcuna distinzione tra occupazione lecita o illecita nell’ambito della regolamentazione dei rispettivi doveri dell’occupante e della popolazione nel territorio occupato”.

Nel caso delle Hawai’i, gli Stati Uniti restavano obbligati a rispettare le norme che regolamentano l’occupazione militare a prescindere dal fatto che si trattasse di una guerra illecita. Come ulteriormente sostenuto dal Tribunale, “qualunque sia la causa di una guerra che è scoppiata, e a prescindere dal fatto che il motivo della stessa sia una causa cosiddetta giusta, si applicano comunque le stesse regole di diritto internazionale quando si tratta di stabilire cosa non debba essere fatto [e cosa] può essere fatto”. In base a quanto sostenuto da Wright, “la guerra inizia quando qualsiasi Stato del mondo manifesti la propria intenzione di combattere attraverso qualche atto manifesto, il quale può assumere la forma di un atto di guerra”. Nella sua rassegna relativa al diritto internazionale consuetudinario nel diciannovesimo secolo, Brownlie rilevò “che uno ‘stato di guerra’, nel suo significato generalmente accettato, era proprio una situazione considerata da una o entrambe le parti come un conflitto che costituiva uno ‘stato di guerra’”. La risolutezza di Cleveland, per cui tramite “un atto di guerra […] è stato rovesciato il Governo di un popolo debole ma amichevole e fiducioso”, conferma che l’azione degli Stati Uniti non può essere giustificata.

Di particolare significato è il fatto che Cleveland si riferisse al popolo hawaiano come “amichevole e fiducioso”, e non come “nemico”. Si tratta di un classico caso in cui il Presidente degli Stati Uniti ammette la sussistenza di una guerra ingiusta non giustificata dallo jus ad bellum, ma comunque uno stato di guerra secondo il diritto internazionale. In base al diritto costituzionale statunitense, il Presidente è il solo rappresentante degli Stati Uniti nelle relazioni esterne. Nelle parole del giudice americano Marshall, “il Presidente è il solo organo della nazione nelle sue relazioni esterne, ed il solo rappresentante della stessa nei confronti delle nazioni straniere”. Di conseguenza, la presa di posizione politica del Presidente che attraverso un atto di guerra il governo di un popolo amichevole e fiducioso era stato illegalmente rovesciato non avrebbe dovuto avere risonanza soltanto nei confronti dei membri del Congresso, ma anche nei confronti della comunità internazionale, nonché con riguardo al dovere degli stati terzi di invocare la neutralità.

Inoltre, in presenza di uno stato di guerra, il principio di effettività – che opererebbe altrimenti in una situazione di pace – è rovesciato, a causa dell’esistenza di due ordinamenti giuridici in un unico territorio. Marek spiega che “in primo luogo: di questi due ordinamenti giuridici, quello dello Stato occupato è regolare e ‘normale’, mentre quello della potenza occupante è regolare e ‘normale’. Allo stesso tempo, l’ordinamento giuridico dell’occupante è ed è stato strettamente soggetto al principio di effettività, mentre l’ordinamento giuridico dello Stato occupato continua ad esistere a prescindere dall’assenza di effettività”. Da ciò consegue che l’occupazione bellica è il classico caso in cui si deve negare che il requisito dell’effettività costituisca una condizione di validità di un ordinamento giuridico”.

Cleveland fece presente al Congresso che aveva aperto i negoziati con la Regina “allo scopo di fornire un supporto nella restaurazione dello status esistente prima dell’illegittimo sbarco del 16 gennaio delle forze degli Stati Uniti ad Honolulu, se tale restaurazione avesse potuto essere effettuata sulla base di condizioni tali da garantire clemenza e giustizia per tutte le parti interessate”. Ciò di cui Cleveland era ignaro al momento del suo messaggio al Congresso era che la Regina, esattamente lo stesso giorno a Honolulu, stava accettando le condizioni dell’accordo nel tentativo di riportare la situazione esistente ad uno stato di pace. La mediazione ufficiale iniziò il 13 novembre 1893 tra la Regina ed il diplomatico statunitense Albert Willis e il 18 dicembre fu raggiunto un accordo. Il Presidente non divenne consapevole dell’accordo se non dopo aver riferito il proprio messaggio. Sebbene non fosse consapevole della situazione, la presa di posizione politica del Presidente Cleveland nel suo messaggio al Congresso dimostrava comunque indiscutibilmente che gli Stati Uniti si trovavano in una condizione di guerra con il Regno delle Hawai’i e che erano direttamente responsabili del rovesciamento illegittimo del suo governo. Oppenheim definisce la Guerra come “un conflitto tra Stati avente lo scopo di conquistarsi l’un l’altro”.

Una volta che uno stato di guerra era sorto tra il Regno delle Hawai’i e gli Stati Uniti, “il diritto della pace ha cessato di essere applicabile tra loro e le loro reciproche relazioni hanno iniziato ad essere regolamentate dalle leggi di guerra, mentre le relazioni di ciascuno di tali paesi con gli altri Stati non coinvolti nel conflitto sono ricadute sotto l’ambito di applicazione del diritto della neutralità”. L’avvio di uno stato di guerra tra il Regno delle Hawai’i e gli Stati Uniti ha “portato molte norme dell’ordinario diritto di pace ad essere sostituite […] da norme di diritto internazionale umanitario”, ad esempio quella sull’usucapione. Uno stato di guerra “automaticamente causa la piena operatività di tutte le regole di guerra e di neutralità”. E, secondo Venturini, “se scoppia un conflitto armato, il diritto di guerra deve essere applicato dall’inizio alla fine dello stesso, quando il diritto di pace è reintegrato a tutti gli effetti”. “Perché il diritto di guerra […] continua ad applicarsi perfino dopo il conseguimento della vittoria militare, fino a quando la potenza occupante si ritiri o sia stipulato un trattato di pace che trasferisce la sovranità nelle mani di tale potenza”. Nel caso Tadić, il Tribunale Penale per la Ex-Yugoslavia ha fatto presente che il diritto bellico – il diritto internazionale umanitario – si applica dall’“inizio del […] conflitto armato e si estende oltre la cessazione delle ostilità, fino a quando sia raggiunta una conclusione con una pace totale”. Soltanto attraverso un accordo tra il Regno delle Hawai’i e gli Stati Uniti sarebbe stato possibile restaurare una situazione di pace, in mancanza del quale lo stato di guerra è perdurato. Un tentativo di trasformare lo stato di guerra in una situazione di pace fu compiuto con l’accordo esecutivo del 18 dicembre 1893. Cleveland, tuttavia, non riuscì a mettere in atto i suoi doveri ed obblighi in base all’accordo al fine di restaurare la situazione esistente prima dello sbarco illecito delle truppe americane, a causa di lotte politiche di potere che avevano luogo nel Congresso. Di conseguenza, lo stato di guerra continuò a sussistere.

Il diritto internazionale distingue tra una “dichiarazione di guerra” e uno “stato di guerra”. Secondo McNair e Watts, “l’assenza di una dichiarazione […] non rende in quanto tale il conflitto che consegue per nulla diverso da una guerra”. In altre parole, poiché uno stato di guerra si basa su fatti concreti di attività militare, non esiste alcuna esigenza che sia necessariamente pronunciata una dichiarazione di guerra formale, ma soltanto quella di fornire una notifica formale dell’“intenzione [di uno Stato] con riguardo ad ostilità già in atto o nella forma di un avvertimento relativo ad ostilità imminenti”. Nel 1946, una corte statunitense doveva stabilire se la polizza di assicurazione sulla vita di un capitano di una nave, la quale non copriva il caso di morte derivante da una situazione di guerra, coprisse comunque il decesso dell’assicurato avvenuto durante l’attacco giapponese a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941. Fu avanzata l’argomentazione che gli Stati Uniti non si trovassero in guerra al momento del suo decesso, in quanto il Congresso non aveva dichiarato guerra al Giappone in modo formale fino al giorno successivo.

La Corte negò la validità di tale argomento e spiegò che “la dichiarazione formale del Congresso dell’8 dicembre non costituiva un prerequisito essenziale per la deliberazione politica dell’esistenza di uno stato di guerra iniziato con l’attacco di Pearl Harbor”. Di conseguenza, la conclusione raggiunta dal Presidente Cleveland, in base alla quale attraverso “un atto di guerra, commesso con la partecipazione di un rappresentante diplomatico degli Stati Uniti e senza l’autorità del Congresso, è stato rovesciato il Governo di un popolo debole ma amichevole e fiducioso”, costituiva una “deliberazione politica dell’esistenza di uno stato di guerra”, e rendeva non essenziale una dichiarazione di guerra formale da parte del Congresso. La “deliberazione politica” del Presidente Cleveland, riguardante le azioni delle forze militari degli Stati Uniti a partire dal 16 gennaio 1893, aveva lo stesso valore della “deliberazione politica” del Presidente Roosevelt concernente la azioni delle forze militari giapponesi il 7 dicembre 1941. Entrambe le deliberazioni politiche di atti bellici determinarono l’esistenza di uno stato di guerra per gli Stati Uniti in base al diritto internazionale.

Di particolare rilievo è il fatto che il rovesciamento del governo hawaiano non ha precluso, perlomeno, la continuità dello Stato hawaiano quale soggetto di diritto internazionale. Wright sostiene che “il diritto internazionale distingue tra il governo e lo Stato che esso governa”. Cohen aggiunge che “lo Stato deve essere distinto dal governo. Lo Stato, non il governo, è il principale interlocutore, la persona giuridica, nel diritto internazionale”. Come spiegato dal Giudice Crawford, “esiste una presunzione che lo Stato continui ad esistere, insieme a tutti i suoi diritti ed obblighi […] nonostante un periodo durante il quale non vi sia […] governo effettivo”. Egli aggiunge anche che “l’occupazione bellica non compromette la continuità dello Stato, anche quando non esiste alcun governo che rivendica di rappresentare lo Stato occupato”. Commentando l’occupazione del Regno delle Hawai’i, Dumberry rileva che

“la Convenzione de L’Aja del 1907 protegge la personalità internazionale dello Stato occupato, anche in assenza di effettività. Inoltre, l’ordinamento giuridico dello Stato occupato resta intatto, sebbene la sua effettività sia notevolmente ridotta a causa dell’occupazione. In quanto tale, l’articolo 43 della Convenzione de L’Aja del 1907 prevede la co-esistenza di due distinti ordinamenti giuridici, quello dell’occupante e quello dello Stato occupato”.

L’inizio della lunga occupazione

Qual era lo status del Regno delle Hawai’i in base al diritto internazionale dopo il rovesciamento illecito del suo governo? In assenza di un accordo che avrebbe potuto riportare la situazione ad uno stato di pace, lo stato di guerra prevale su ciò che, in base allo jus in bello, si definisce “occupazione bellica”. L’articolo 41 del Manuale sulle leggi della guerra terrestre dell’Institute of International Law del 1880 stabiliva che un “territorio si considera occupato quando, in conseguenza di un’invasione di forze nemiche, lo Stato a cui esso appartiene ha cessato, in modo effettivo, di esercitare su di esso la sua normale autorità, e soltanto lo Stato invasore possiede il potere di mantenervi l’ordine”. Questa definizione fu successivamente codificata dall’articolo 42 della II Convenzione de L’Aja del 1899, successivamente sostituito dall’articolo 42 della IV Convenzione de L’Aja del 1907 (HC IV), il quale stabilisce che “un territorio è considerato occupato quando è effettivamente sottoposto all’autorità dell’esercito nemico. L’occupazione si estende soltanto al territorio in cui tale autorità è stata stabilita e può essere esercitata”. Il principio di effettività costituisce il nucleo dell’occupazione bellica.

Nel caso in esame, l’esercito nemico includeva non soltanto la forze armate degli Stati Uniti, ma anche il regime fantoccio di questi ultimi, che si autodefiniva “governo provvisorio”. Si trattava di un’entità costituita tramite intervento armato, che assumeva la forma di una milizia armata che operava in tandem con le forze armate degli Stati Uniti sotto la guida del diplomatico americano John Stevens. In base alle regole dello jus in bello, la potenza occupante non possiede la sovranità dello Stato occupato e, di conseguenza, non può pretendere fedeltà. Procedere in tal modo implicherebbe che lo Stato occupato, quale soggetto di diritto internazionale a cui è dovuta fedeltà, sarebbe cancellato ed il suo territorio annesso unilateralmente al territorio dello Stato occupante. Il diritto internazionale permetterebbe che ciò si verifichi in applicazione della dottrina della debellatio. La debellatio, tuttavia, non può essere considerata applicabile alla situazione hawaiana, a causa della deliberazione del Presidente che il rovesciamento del governo hawaiano era stato illecito e, di conseguenza, non superava il test dello jus ad bellum. Trattandosi di una guerra ingiusta, l’operatività della dottrina della debellatio era preclusa. La debellatio è infatti condizionata all’esistenza di una guerra legittima. Secondo Schwarzenberger, “se per effetto di una guerra legittima, ben distinta da una illegittima, la personalità internazionale di una delle parti belligeranti è totalmente annientata, le potenze vincitrici possono […] annettere il territorio dello Stato sconfitto o cedere porzioni di esso ad altri Stati”.

Dopo che le truppe degli Stati Uniti erano state rimosse dal territorio hawaiano il 1° aprile 1893, per ordine dell’investigatore speciale del Presidente Cleveland, James Blount, egli non era consapevole che il governo provvisorio fosse un regime fantoccio. Esse rimasero comunque dotate di pieni poteri dove, secondo quanto sostenuto dalla Hawaiian Patriotic League, i “fondi pubblici sono stati vergognosamente sperperati per il mantenimento di un esercito inutilmente numeroso, viziato nella lussuria, ed interamente composto da stranieri, per lo più reclutati dalle classi sociali più malfamate di San Francisco”. Dopo che il Presidente aveva stabilito l’illiceità della situazione e stipulato un accordo per reintegrare il monarca esecutivo, il regime fantoccio rifiutò di cedere i propri poteri. Nonostante il fallimento del Presidente di attuare l’accordo per il reintegro e di trasformare infine lo stato di cose esistente in uno stato di pace, la situazione è rimasta immutata ad uno stato di guerra e le norme dello jus in bello hanno continuato ad applicarsi alla situazione hawaiana.

Quando il governo provvisorio fu formato a seguito dell’intervento, esso semplicemente sostituì il monarca esecutivo ed il suo gabinetto con dei ribelli che si autodefinivano un consiglio esecutivo e consultivo. Tutti gli ufficiali del governo hawaiano rimasero al proprio posto e furono costretti a firmare giuramenti di fedeltà al nuovo regime sotto la sorveglianza delle truppe statunitensi. Tale situazione perdurò fino a quando il regime fantoccio americano modificò il proprio nome nella cosiddetta Repubblica delle Hawai’i il 4 luglio 1894, con mercenari stranieri che presero il posto delle truppe americane.

Con la copertura di una risoluzione congiunta di annessione da parte del Congresso, le forze armate degli Stati Uniti occuparono di nuovo fisicamente il Regno delle Hawai’i il 12 agosto 1898, durante la Guerra Ispano-Americana. Secondo la Corte Suprema degli Stati Uniti, “sebbene la risoluzione [di annessione] fosse stata approvata il 7 luglio [1898], il trasferimento formale del territorio non fu eseguito fino al 12 agosto, quando, a mezzogiorno, la bandiera americana fu alzata sopra il palazzo del governo, e le Isole furono cedute agli Stati Uniti con appropriate cerimonie”. Le società patriottiche e molti cittadini hawaiani boicottarono la cerimonia, “protestando che l’annessione aveva avuto luogo senza il consenso dei governati”. Marek sostiene che “un’annessione camuffata finalizzata alla cancellazione dell’indipendenza dello Stato occupato rappresenta una chiara violazione della norma che preserva la continuità dello Stato occupato”. Perfino il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, nel 1988, notò che “non è chiaro quali siano stati i poteri costituzionali esercitati dal Congresso quando acquisì le Hawaii attraverso la risoluzione congiunta”.

Nel 1900, il Congresso rinominò la Repubblica delle Hawai’i con la definizione “Territorio delle Hawai’i”, attraverso una legge ad hoc (Act to provide a government for the Territory of Hawai‘i), comunemente conosciuta come “Organic Act”. Subito dopo, il Territorio delle Hawai’i iniziò a cercare di “americanizzare” i bimbi nelle scuole disseminate nelle isole hawaiane. Al fine di raggiungere tale risultato, nel 1906 fu istituzionalizzata una politica di denazionalizzazione, intitolata “Programma per gli Esercizi Patriottici nelle Scuole Pubbliche”, in base alla quale la lingua nazionale degli hawaiani fu proibita e sostituita con l’inglese americano. Uno dei giornali principali che sostenevano i ribelli, che adesso agivano come ufficiali nel regime territoriale, pubblicò una storia relativa al piano di denazionalizzazione. L’Hawaiian Gazette scrisse quanto segue:

“al fine di inculcare il patriottismo nelle scuole, il Consiglio dell’Educazione [del governo territoriale] ha concordato l’adozione di un piano di osservanza patriottica che deve essere seguito nella celebrazione di giorni importanti della storia americana, un piano che costituisce il risultato della combinazione dei diversi progetti sottoposti alla considerazione del Consiglio dagli insegnanti del dipartimento. Sarà ricordato che al tempo della celebrazione del compleanno di Benjamin Franklin iniziò un’agitazione finalizzata ad ottenere una migliore osservanza nelle scuole di tali giorni nazionali importanti, come metodo per inculcare il patriottismo in una popolazione scolastica che aveva bisogno di un tale tipo di insegnamento, probabilmente, più di quanto ne abbiano i bambini nel continente [corsivo aggiunto]”.

È importante qui catturare l’attenzione sull’utilizzo del termine “inculcare”. Come verbo, il termine implica l’uso di costrizione al fine di convincere, inculcare e indottrinare. Equivale ad un’espressione colloquiale per “lavaggio del cervello”. Quando un giornalista della rivista americana d’informazione Harper’s Weekly visitò la Scuola Pubblica Ka‘iulani ad Honolulu, scrisse il seguente resoconto:

“su suggerimento del Signor Babbitt, la principale, la Signora Mrs. Fraser, impartì un ordine, e nel tempo di dieci secondi tutti i 614 alunni della scuola iniziarono a marciare sul grande prato verde che circonda l’edificio […] i bambini marciavano fuori dal prato, due a due, precisi e ordinati come possono fare a casa propria. Con la facilità che si acquisisce a seguito di una lunga pratica le classi marciavano e si contrapponevano fino a quando non furono tutti uniti in una matrice compatta di fronte ad una grande bandiera americana che stava ballando nei venti alisei di nord-est quaranta piedi sopra le loro teste […] ‘Attenzione!’, intimò la Signora Fraser. Il piccolo reggimento si alzò in piedi veloce, le braccia ai lati, le spalle indietro, il tronco in fuori, le teste in alto, e ogni occhio fisso sull’emblema rosso, bianco e blu che ondeggiava protettivo sopra di loro. ‘Saluto!’ fu il successivo comando della principale. Tutte le mani destre si alzarono, con l’indice esteso, e le seicentoquattordici voci fresche e infantili cantarono come un’unica voce: ‘Doniamo le nostre teste e i nostri cuori a Dio e al nostro paese! Un paese! Una lingua! Una bandiera!’”.

Usurpando ulteriormente la sovranità hawaiana, nel 1959 il Congresso rinominò il Territorio delle Hawai’i in Stato delle Hawai’i, adottando una legge definita An Act To provide for the admission of the State of Hawai‘i into the Union. Queste leggi adottate dal Congresso, che non hanno effetto extraterritoriale, alla fine non trasformarono il regime fantoccio in un governo militare riconoscibile secondo le regole dello jus in bello. Il mantenimento del regime fantoccio si è tradotto anche in una violazione diretta del diritto internazionale consuetudinario in vigore nel 1893, la HC IV e la IV Convenzione di Ginevra del 1949 relativa alla Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra (GC IV). È importante notare, secondo la prospettiva dello jus in bello, che gli Stati Uniti non hanno mai avanzato una pretesa internazionale avente per oggetto le isole hawaiane basata sulla debellatio. Al contrario, nel 1959 gli Stati Uniti fecero presente al Segretario Generale delle Nazioni Unite che “le Hawaii sono state amministrate dagli Stati Uniti a partire dal 1898. Già nel 1900, il Congresso adottò una Legge Organica che qualificava le Hawaii come un territorio incorporato in cui la Costituzione e le leggi degli Stati Uniti, le quali non fossero localmente inapplicabili, avrebbero avuto pieno vigore ed effetto”. Questa applicazione extraterritoriale delle leggi americane non costituisce soltanto una violazione del principio espresso nel caso Lotus, ma è anche proibita dalle regole dello jus in bello.

Quale Stato occupante, gli Stati Uniti sarebbero stati obbligati ad istituire un governo militare, il cui scopo sarebbe stato quello di amministrare provvisoriamente le leggi dello Stato occupato – il Regno delle Hawai’i – fino alla stipulazione di un trattato di pace o altro accordo che avesse posto termine all’occupazione. “Il governo militare è la forma di amministrazione attraverso la quale una potenza occupante esercita l’autorità governativa sul territorio occupato”. L’amministrazione del territorio occupato è descritta nelle Regole de L’Aja, contenute nella Sezione III della HC IV. Secondo Schwarzenberger, “la Sezione III delle Regole de L’Aja […] era esplicativa del diritto internazionale consuetudinario”. Inoltre, secondo ciò che era generalmente considerato il contenuto del diritto internazionale sull’occupazione all’epoca della Guerra Ispano-Americana, ai “governi militari stabiliti nei territori occupati dalle forze armate statunitensi era data istruzione di applicare, nei limiti del possibile, le leggi locali e di utilizzare, fino al punto in cui ciò apparisse saggio, i servizi degli ufficiali spagnoli locali”. Molte altre autorevoli fonti consideravano le Regole de L’Aja come una mera codificazione del diritto internazionale consuetudinario, così come applicabile al tempo del rovesciamento del governo hawaiano e della susseguente occupazione.

A partire dal 1893, non è mai stato istituito dagli Stati Uniti alcun governo militare secondo le regole dello jus in bello che amministrasse le leggi del Regno delle Hawai’i come esistente prima del rovesciamento. Al contrario, ciò che accadde fu la confisca dell’apparato del governo hawaiano, delle sue infrastrutture e delle sue proprietà – sia reali che personali. Si trattò di un furto dell’autogoverno di uno Stato indipendente.

Il dovere di rispettare la neutralità da parte degli Stati terzi

Una volta che la condizione di pace esistente fu trasformata in una situazione di guerra, tutti gli altri Stati erano vincolati da un dovere di neutralità. “Poiché la neutralità è un’attitudine dell’imparzialità, essa esclude qualsiasi forma di assistenza e soccorso a favore di una delle parti belligeranti che possa danneggiare l’altra, nonché qualsiasi tipo di pregiudizio a danno di una da cui l’altra parte possa trarre beneficio”. Il dovere di uno Stato neutrale, che non è parte del conflitto, “lo obbliga, in primo luogo, a prevenire con i mezzi a sua disposizione che una determinata parte belligerante commetta una tale violazione”, cioè a negare il riconoscimento a favore di un regime fantoccio creato attraverso un atto bellico.

Furono venti gli Stati che violarono il loro obbligo di imparzialità riconoscendo la cosiddetta Repubblica delle Hawai’i e divenendo conseguentemente parti del conflitto. Tali Stati includono: Austria-Ungheria (1° gennaio 1895); Belgio (17 ottobre 1894); Brasile (29 settembre 1894); Cile (26 settembre 1894); Cina (22 ottobre 1894); Francia (31 agosto 1894); Germania (4 ottobre 1894); Guatemala (30 settembre 1894); Italia (23 settembre 1894); Giappone (6 aprile 1897); Messico (8 agosto 1894); Paesi Bassi (2 novembre 1894); Norvegia-Svezia (17 dicembre 1894); Perù (10 settembre 1894); Portogallo (17 dicembre 1894); Russia (26 agosto 1894); Spagna (26 novembre 1894); Svizzera (18 settembre 1894); e Regno Unito (19 settembre 1894).

“Qualora uno Stato neutrale violi tale obbligo”, afferma Oppenheim, “esso stesso commette in tal modo una violazione del dovere di neutralità, della quale diviene responsabile nei confronti della parte belligerante che ha sofferto un pregiudizio a seguito della violazione della neutralità commessa dall’altra parte belligerante e agevolata dal suddetto Stato”. Il riconoscimento della cosiddetta Repubblica delle Hawai’i non determinò alcuna legalità o legittimità per il regime fantoccio, ma costituisce piuttosto la prova indiscutibile che i suddetti Stati violarono il loro obbligo di essere neutrali. Il riconoscimento diplomatico di un governo ha luogo durante una situazione di pace e non durante uno stato di guerra, a meno che non se ne riconosca lo status di parte belligerante. Tali atti non riconoscevano la Repubblica come una parte belligerante in una guerra civile contro il Regno delle Hawai’i, quanto piuttosto sulla base della falsa pretesa che la Repubblica avesse costituito l’entità che aveva avuto successo in un’autodefinita rivoluzione e, conseguentemente, che fosse il nuovo governo delle Hawai’i in presenza di uno stato di pace.

Lo Stato delle Hawai’i: non un governo, ma una forza armata privata

Quando gli Stati Uniti assunsero il controllo del regime fantoccio da essi installato utilizzando il nome Territorio delle Hawai’i nel 1900, e successivamente Stato delle Hawai’i nel 1959, essi oltrepassarono “i propri limiti stabiliti dal diritto internazionale attraverso prescrizioni extraterritoriali emananti dalle proprie istituzioni nazionali: il potere legislativo, il governo e le corti”.

La legislazione interna degli Stati, inclusa quella degli Stati Uniti d’America e del loro Congresso, non sono fonti di diritto internazionale. Nel caso Lotus, la Corte Permanente di Giustizia Internazionale affermò che “la prima e più importante restrizione imposta dal diritto internazionale ad uno Stato consiste nel fatto che – non esistendo una norma permissiva del contrario – esso non può esercitare il suo potere in alcuna forma nel territorio di un altro Stato”. Secondo il Giudice Crawford, non può essere presunta alcuna deroga a tale principio.

Poiché la legislazione del Congresso non ha effetti extraterritoriali, essa non può istituire unilateralmente governi nel territorio di uno Stato straniero. Come rilevato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, “né la Costituzione né le leggi adottate in attuazione di essa possono produrre alcun effetto in territorio straniero se non con riguardo ai nostri stessi cittadini, e le attività della nazione in tale territorio devono essere governate dai trattati, dalle intese e dagli accordi internazionali, nonché dai principi di diritto internazionale”. La Corte ha anche rilevato che “le leggi di nessuna nazione possono legittimamente estendersi al di là dei suoi territori, eccetto che con riguardo ai suoi stessi cittadini. Esse non possono avere efficacia nel controllare la sovranità o i diritti di qualsiasi altra nazione nell’ambito della propria giurisdizione”. Di conseguenza, lo Stato delle Hawai’i non può arrogarsi di essere un governo, considerando che la sua unica pretesa di autorità deriva dalla legislazione del Congresso, che non ha effetti extraterritoriali. Come tale, lo jus in bello lo qualifica come un gruppo armato organizzato.

“I gruppi armati organizzati […] si trovano sotto l’autorità di un comando responsabile nei confronti dell’altra parte per la condotta dei propri subordinati”. Secondo Henckaerts e Doswald-Beck, “questa definizione di forze armate ricomprende tutte le persone che combattono per conto di una parte del conflitto e si subordinano al comando di essa”, e “tale definizione di forze armate è strutturata sulla base di definizioni preesistenti incluse nelle Regole de L’Aja e nella Terza Convenzione di Ginevra, le quali cercavano di determinare chi fossero i combattenti aventi titolo allo status di prigionieri di guerra”. L’articolo 1 della HC IV stabilisce che

“le norme, i diritti e i doveri della guerra si applicano non soltanto alle forze armate ufficiali, ma anche alle milizie e ai corpi volontari che soddisfino le seguenti condizioni: (1) che si trovino sotto il comando di una persona responsabile per i suoi subordinati; (2) che abbiano un emblema distintivo fisso riconoscibile a distanza; (3) che trasportino armi apertamente; e (4) che conducano le proprie operazioni nel rispetto delle leggi e consuetudini di guerra”.

A partire dal caso Larsen, vari imputati giudicati dalle corti di tale gruppo armato hanno iniziato a contestare la giurisdizione delle stesse sulla base della formulazione di questo articolo. Con un vergognoso tentativo di reprimere questa argomentazione, nel 2013 la Corte Suprema dello Stato delle Hawai’i rispose ad un imputato, il quale “afferma che le corti dello Stato delle Hawai’i non possiederebbero la giurisdizione ratione materiae con riguardo alla sua perseguibilità penale in quanto la difesa avrebbe provato l’esistenza del Regno delle Hawai’i e l’illegittimità del governo dello Stato delle Hawai’i”, sostenendo che, “qualunque cosa possa essere detta con riguardo alla legittimità” delle sue origini, “lo Stato delle Hawai’i […] è ora un governo legittimo” [corsivo aggiunto]. Essendo incapace di respingere l’evidenza fattuale presentata dagli imputati, la più alta presunta corte dello Stato delle Hawai’i ha potuto fare leva soltanto sul proprio potere e non sulla logica giuridica, e la sua decisione è stata utilizzata per permettere ai pubblici ministeri e ai ricorrenti di ignorare le suddette argomentazioni giuridiche. A tale proposito, Marek spiega che una forza occupante priva di titolo o di sovranità “può fare leva pesantemente, se non esclusivamente, sulla piena e completa effettività”.

Le leggi e consuetudini della guerra di occupazione sono applicabili soltanto ai territori che ricadano sotto l’autorità di un potere militare o della forza armata di un occupante, come lo Stato delle Hawai’i, e “l’occupazione può soltanto estendersi al territorio sopra il quale tale autorità è stata istituita e può essere esercitata”. Come sostenuto da Ferraro, “l’occupazione – quale species del conflitto armato internazionale – deve essere determinata soltanto in base ai fatti prevalenti nella fattispecie”.

La commissione di crimini di guerra nel Regno delle Hawai’i

Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale definisce i crimini di guerra quali “violazioni gravi delle leggi e consuetudini applicabili nel corso di un conflitto armato”. Il Manuale di Campo dell’Esercito degli Stati Uniti 27-10 espande la definizione di crimine di guerra, così come applicabile nei conflitti armati che coinvolgono gli Stati Uniti, stabilendo che “l’espressione tecnica che indica una violazione del diritto di guerra è un crimine di guerra”. Nel caso Larsen, i supposti crimini di guerra includevano sia azioni deliberate che omissioni. Queste ultime comprendono la mancata amministrazione delle leggi dello Stato occupato (articolo 43 HC IV), mentre per quanto riguarda le prime si trattava di azioni che negavano un processo equo e regolare, il confinamento illecito (articolo 147 GC IV) e il saccheggio (articolo 47 HC IV e articolo 33 GC IV).

La giurisprudenza internazionale mostra che per la prosecuzione dei crimini di guerra deve esistere un elemento mentale che qualifichi l’esistenza di un intento criminoso, per cui tali crimini devono essere commessi consapevolmente, cioè intenzionalmente – dolus directus, oppure con negligenza – dolus eventualis. In base all’articolo 30(1) dello Statuto di Roma, un presunto criminale di guerra è “penalmente responsabile e punibile […] soltanto se gli elementi materiali [del crimine di guerra] sono commessi con intento e consapevolezza”. Di conseguenza, affinché sia possibile perseguire le persone responsabili di tali crimini deve sussistere un elemento mentale che comprenda una componente volitiva (intento) ed una cognitiva (consapevolezza). L’articolo 30(2) precisa inoltre che “una persona possiede l’intento criminoso qualora: (a) in relazione alla condotta, tale persona intenda porla in essere; [e] (b) in relazione all’effetto, tale persona intenda causarlo o sia consapevole che si verificherà nel corso ordinario degli eventi”. Inoltre, gli Elements of a War Crime della Corte Penale Internazionale stabiliscono che “non esiste alcuna esigenza che vi sia una valutazione giuridica da parte dell’autore del crimine sull’esistenza di un conflitto armato”.

Esiste un particolare momento o evento che potrebbe essere considerato il punto di conoscenza definitivo ai fini della prosecuzione penale? In altre parole, in quale momento può esservi “consapevolezza che esiste una circostanza oppure che una determinata conseguenza si verificherà nel corso ordinario degli eventi” derivanti dall’illiceità del rovesciamento del governo hawaiano il 17 gennaio 1893? Per gli Stati Uniti e altri governi stranieri che esistevano nel 1893 tale punto definitivo deve essere considerato il 18 dicembre 1893, quando il Presidente Cleveland notificò al Congresso l’illegalità del rovesciamento del governo hawaiano.

Per il settore privato e i governi stranieri che nel 1893 non esistevano ancora, invece, quel punto definitivo di conoscenza dovrebbe corrispondere alle scuse ufficiali pronunciate nel 1993 dagli Stati Uniti per il rovesciamento illecito del governo hawaiano. Nella forma di una risoluzione congiunta del Congresso inserita nella legislazione degli Stati Uniti, la legge afferma specificamente che il Congresso, “in occasione del centesimo anniversario del rovesciamento illegittimo del Regno delle Hawai’i, il 17 gennaio 1893, riconosce il significato storico di tale evento”. In aggiunta, il Congresso invitò “il Presidente degli Stati Uniti a riconoscere anche le ramificazioni del rovesciamento del Regno delle Hawai’i”.

Nonostante gli errori di fatto e di diritto disseminati lungo il testo della risoluzione di scuse, essa si pone comunque quale specifico punto di conoscenza, anche per le implicazioni che derivano da quest’ultima. La prova che gli Stati Uniti erano a conoscenza di tali implicazioni emerge chiaramente dalla clausola di esenzione della responsabilità inserita nella legge di scuse, in base alla quale “nulla in questa risoluzione congiunta può essere inteso come mezzo idoneo a risolvere alcuna pretesa contro gli Stati Uniti”. Esiste una presunzione che tutti conoscano la legge, derivante dalla massima ignorantia legis neminem excusat – nessuno può invocare l’ignoranza della legge. Diversamente dal governo degli Stati Uniti, che è un’entità pubblica, lo Stato delle Hawai’i non può pretendere di essere un governo in alcun modo, ed è quindi una mera organizzazione privata. Di conseguenza, si deve considerare che per i membri dello Stato delle Hawai’i la consapevolezza e la conoscenza abbiano avuto inizio con l’approvazione della risoluzione di scuse nel 1993.

Oggi il diritto internazionale criminalizza la guerra ingiusta come “crimine di aggressione”. In base all’articolo 8 bis dello Statuto di Roma, una guerra costituisce un atto criminoso se uno Stato utilizza la forza in modo aggressivo “contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato”. Non possono sussistere dubbi sul fatto che l’aggressione ed il rovesciamento del governo di un “popolo amichevole e fiducioso” da parte degli Stati Uniti abbiano determinato una guerra di aggressione posta in essere con un intento malizioso, che ha condotto alla violazione del dovere di non intervento e del diritto di autodeterminazione del Regno delle Hawai’i, della sua integrità territoriale ed indipendenza politica.

L’instaurazione del regime fantoccio ha anche determinato una violazione dei diritti del popolo hawaiano. Secondo quanto rilevato dalla Hawaiian Patriotic League, tale governo, insediatosi nel 1893, insieme ai suoi organi, “ha ripetutamente minacciato di morte, violenze e deportazione coloro che non avessero in simpatia lo stato di fatto da esso determinato, ed essendo stata la polizia sottoposta al suo controllo, l’intimidazione è risultata un mezzo molto comune, anche nella forma di ricerche notturne nelle residenze di cittadini pacifici”. Tali attività criminali non avrebbero avuto luogo se gli Stati Uniti avessero rispettato le norme che disciplinano i casi di occupazione straniera. Il diritto internazionale consuetudinario in vigore all’epoca richiedeva ad uno Stato occupante di amministrare in modo provvisorio le leggi dello Stato occupato. L’articolo 43 della HC IV stabilisce che, “quando l’autorità del potere legittimo sia passata di fatto sotto il controllo dell’occupante, quest’ultimo deve prendere tutte le misure rientranti nei suoi poteri al fine di reintegrare, ed assicurare, nella misura in cui ciò sia possibile, l’ordine pubblico e la sicurezza, garantendo contemporaneamente il rispetto, salvo quando ciò sia assolutamente impossibile, delle leggi in vigore nel paese”. Secondo Benvenisti, “il testo dell’articolo 43 è stato accettato dalla dottrina come una mera reiterazione del diritto previgente, e successivamente l’articolo è stato generalmente riconosciuto quale norma che riproduce il diritto internazionale consuetudinario”. Anche Graber ritiene che “nulla distingue la produzione giuridica del periodo successivo al codice de L’Aja del 1899 da quella ad esso anteriore”.

In una situazione simile a quella hawaiana, quando occupò la Croazia durante la Seconda Guerra Mondiale la Germania stabilì un regime fantoccio, in violazione del diritto internazionale, che servisse come suo surrogato. Su tale questione, nel Hostages Trial il Tribunale di Norimberga rilevò quanto segue:

“fatti salvi i diritti legati all’occupazione conferiti dal diritto internazionale, nessuna autorità legittima avrebbe potuto essere esercitata dai tedeschi. Di conseguenza, questi ultimi non avevano alcun dritto giuridicamente valido di istituire uno Stato sovrano indipendente durante il corso della guerra. Essi avrebbero potuto soltanto stabilire un governo [militare] provvisorio necessario a realizzare gli scopi dell’occupazione, ma non avrebbero potuto andare oltre a ciò in modo legittimo. Siamo dell’opinione che, per tutto il tempo sottoposto alla nostra considerazione, la Croazia abbia mantenuto lo status di paese occupato, e che tutti gli atti da essa posti in essere siano ricaduti sotto la responsabilità della potenza occupante [Germania]”.

L’omissione degli Stati Uniti di istituire un governo militare per tutta la durata dell’occupazione che si è prolungata fin dal 17 gennaio 1893 ha reso illegittimi e privi di valore tutti gli atti del regime fantoccio – governo provvisorio (1893-94), Repubblica delle Hawai’i (1894-1900), Territorio delle Hawai’i (1900-1959) e Stato delle Hawai’i (dal 1959 ad oggi) – diversamente da ciò che sarebbe accaduto se fossero stati emanati da un governo militare istituito in buona fede. Quale forza occupante, gli Stati Uniti sono responsabili per gli atti compiuti dallo Stato delle Hawai’i esattamente nella stessa misura in cui i tedeschi erano responsabili degli atti del cosiddetto Stato di Croazia durante la Seconda Guerra Mondiale; tale responsabilità, nell’ambito del procedimento della commissione internazionale di accertamento dei fatti che sarà istituita per definire il caso Larsen, include quella per i supposti crimini di guerra commessi contro Lance Larsen.

Conclusione

Al fine di decifrare la situazione hawaiana è fondamentale discernere tra uno stato di pace e una situazione di guerra. La parte dei mari in cui sono collocate le Hawai’i fornisce il contesto appropriato nell’ambito del quale determinate regole di diritto internazionale possono essere ritenute applicabili o meno. Le leggi di guerra – jus in bello, conosciute oggi con l’espressione “diritto internazionale umanitario”, non sono applicabili in una situazione di pace. Nelle regole dello jus in bello è inerente la coesistenza di due ordinamenti giuridici, cioè quello dello Stato occupante e quello dello Stato occupato. Nella sua condizione di Stato occupato, la continuità del Regno delle Hawai’i è stata preservata negli ultimi 124 anni dalle regole applicabili di diritto internazionale, nonostante l’assenza di effettività, che sarebbe altrimenti richiesta in costanza di uno stato di pace.

L’omissione da parte degli Stati Uniti del dovere di rispettare il diritto internazionale umanitario per oltre un secolo ha determinato una crisi umanitaria di proporzioni inimmaginabili, nel cui contesto i crimini di guerra si sono nel frattempo innalzati allo status di violazioni di norme di jus cogens – diritto imperativo. Allo stesso tempo, gli obblighi in questione hanno carattere erga omnes – cioè esistenti nei confronti di tutti gli Stati. L’omissione della comunità internazionale di intervenire nel caso, quale questione oggetto di un’obligatio erga omnes, può essere spiegata soltanto pensando alla falsa caratterizzazione delle Hawai’i offerta dagli Stati Uniti come un territorio incorporato. Trattandosi di un atto illecito internazionale, gli Stati sono soggetti ad un obbligo di non “riconoscere come legittima una situazione determinata da una grave violazione […] e di non fornire aiuto o assistenza nel mantenere tale situazione”; gli Stati devono inoltre “cooperare per porre termine attraverso mezzi leciti a qualsiasi grave violazione [da parte di uno Stato di un obbligo esistente in base ad una norma imperativa di diritto internazionale generale]”.

Al momento in cui si scrive la gravità della situazione hawaiana è stata enfatizzata dall’annuncio della Corea del Nord che “tutti i suoi missili strategici e le unità di artiglieria a lungo raggio sono preposti a colpire le basi delle truppe dell’aggressore imperialista americano nel territorio principale degli Stati Uniti e nelle Hawaii”; si tratta di una minaccia all’esistenza delle Isole. Il crimine di aggressione commesso dagli Stati Uniti a partire dal 1893 è di fatto alla base di ciò, coerentemente con la dichiarazione del giudice Greenwood per cui “i paesi coinvolti si trovavano o in una situazione di pace o in uno stato di guerra; non esisteva alcuno stato intermedio”. Il Regno delle Hawai’i, uno Stato neutrale ed indipendente, è stato costretto a subire una guerra illecita con gli Stati Uniti lungo tutto l’arco degli ultimi 124 anni senza che sia stato stipulato alcun trattato di pace, e deve iniziare a rispettare le norme dello jus in bello.

 

 

LEONARD PELTIER VINCE CAUSA CONTRO LA CENSURA

Un giudice federale ha dato luce verde alla causa dell’attivista dell’AIM (American Indian Movement) detenuto Leonard Peltier contro lo stato di Washington. Il 14 novembre 2015, quattro dipinti a olio originali di un artista Nativo Americano si trovavano nella rotonda del Dipartimento statale del Lavoro e dell’Industria di Washington a Tumwater. Il giorno dopo, non c’erano più.

I dipinti facevano parte di una mostra che celebrava il Mese dei Nativi Americani. L’obiettivo principale della mostra era l’attivista di della Comunità Tribale di Nisqually, Billy Frank Jr., che di recente aveva ricevuto postumo la Medaglia presidenziale per la libertà. Tumwater è nel tradizionale territorio di Nisqually, quindi la modesta esibizione sembrava un tributo adeguato al popolo nativo locale. I dipinti presentati erano stati creati da un artista nativo con radici nella costa nordovest del Pacifico, un uomo Anishinabe Dakota/Lakota che ha vissuto a Seattle per anni e che è stato attivo nel movimento per i diritti nativi degli anni ’60 e ’70. Ma questo artista era meglio conosciuto per qualcos’altro, qualcosa che accadde 40 anni prima nella riserva di Pine Ridge nel South Dakota. La fama dell’artista non deriva dai suoi dipinti, ma dalla sua parte in una sparatoria del 1975 con l’FBI che ha lasciato due agenti e un attivista nativo morto. L’incidente lo ha portato in prigione con due ergastoli.

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Il nome dell’artista è Leonard Peltier, e il 15 novembre 2015 i suoi bellissimi dipinti sono stati rimossi senza cerimonie dalla mostra principalmente a causa delle denunce di due agenti dell’FBI in pensione. Ma il 16 luglio 2018 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Ronald B. Leighton ha stabilito che i diritti costituzionali di Leonard Peltier possono essere stati violati. Sta permettendo a una causa intentata da Peltier contro lo Stato di Washington di procedere. Brian Frisina, un dipendente del Dipartimento del Lavoro e delle Industrie dello Stato di Washington, ha dichiarato a “Indian Country Today” di essere stato per 18 anni il portavoce del Dipartimento per la celebrazione del Mese dei Nativi Americani. Frisina è anche volontario, sotto il nome di Raven Redbone, come ospite di un talk show nativo chiamato “No Bones About It” su KAOS, una stazione radio pubblica situata presso l’Evergreen State College. Nel 2014, come ospite dello spettacolo, ha incontrato il figlio di Peltier, Chauncey, che all’epoca era il custode dei dipinti di suo padre. “Gli ho chiesto se potevo prendere in prestito alcuni dei dipinti di suo padre per la prossima mostra e lui ha detto ‘sicuro’. Ho scelto quattro tra i più belli,” ha detto Frisina, “una natura morta di ceramiche autoctone, un ritratto di un capo, un bufalo nella neve e un uomo che cavalca un vitello”. Frisina ha chiesto il permesso ai funzionari della mostra di includere i dipinti di Peltier nella mostra per il Mese dei Nativi Americani del 2015. Il processo di approvazione si trascinò per sette mesi e passò attraverso sei riunioni di consiglio, un ufficio Risorse umane, un comitato per la diversità e il direttore della mostra. “Ma alla fine dissero che potevamo ammettere i dipinti, purché non parlassimo del caso. Ho detto, ‘Assolutamente!'”
Poco dopo l’uscita della mostra, Darren Smith, un “collaboratore del fine settimana” per il blog jonathanturley.org è venuto e ha scattato le foto della mostra. Scrisse un articolo feroce, dicendo che le opere d’arte di un uomo condannato per l’omicidio di ufficiali federali non avrebbero dovuto essere appese in un edificio governativo. “L’articolo e le indagini che ho fatto a vari funzionari delle forze dell’ordine e all’ex Associazione degli agenti dell’FBI hanno generato una notevole reazione contro l’Agenzia per le sue azioni”, scrisse Smith in un articolo del 14 novembre 2015.

Il Dipartimento ha ricevuto diversi altri reclami, tra cui uno dal membro della famiglia di una vittima, sollecitando la rimozione dei dipinti. Il Dipartimento scrisse in una email del 2015 a Indian Country Today che non volevano che la mostra causasse polemiche o sentimenti dolorosi per i membri della famiglia delle vittime. Così fecero togliere i dipinti di Peltier. Dopo l’apparizione di queste notizie, un’ondata di persone provenienti da tutto il paese scrisse lettere di sostegno a Peltier, chiedendo che i suoi quadri fossero restituiti alla mostra. Non furono mai reintegrati. Peltier e il suo figlio maggiore, Chauncey stanno ora facendo causa allo stato di Washington per aver violato il suo diritto alla libertà di parola e di espressione.

IL PALCOSCENICO È PRONTO PER UNA LOTTA EPICA

La causa originale, presentata due anni fa da Peltier e suo figlio, comprendeva accuse contro due agenti dell’FBI in pensione, Edward Woods e Larry Langberg, che guidarono la campagna per abbattere i dipinti. Queste accuse sono state stralciate l’estate scorsa dal giudice Leighton, che ha detto che gli agenti dell’FBI in pensione avevano il diritto di lamentarsi se lo volevano. Ha respinto le accuse e ordinato a Chauncey di pagare $ 17.000 in spese processuali.

Nella sua sentenza della scorsa settimana, il giudice Leighton ha riformulato la causa come contraria allo Stato di Washington e non ai suoi funzionari specifici. Il governatore dello Stato di Washington Jay Inslee, il direttore del Dipartimento del lavoro e dell’industria Joel Sacks e il direttore degli affari pubblici Timothy Church sono stati esclusi dalla causa.

Essenzialmente, il giudice ha semplificato il caso riducendolo a una sola accusa: lo stato di Washington ha negato il diritto alla libertà di parola di Peltier quando ha tolto i suoi quadri? Chauncey ha dichiarato ad Indian Country Today che è soddisfatto della decisione e si sente sicuro di vincere il caso. “Ho parlato con il nostro avvocato e ha detto che non dovevo preoccuparmi, tutto sembra buono per un risultato positivo”, ha detto Chauncey.

NEL FRATTEMPO, PELTIER È IN ISOLAMENTO

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Peltier sta scontando due ergastoli consecutivi per l’omicidio del 1975 degli agenti dell’FBI Jack R. Coler e Ronald A. Williams. È recluso in una prigione federale di massima sicurezza a Coleman, in Florida. Sheridan Murphy, portavoce dell’International Leonard Peltier Defense Committee, ha scritto lunedì: “Leonard si trova al momento in isolamento da sei settimane e non abbiamo avuto l’opportunità di discutere con lui del recente sviluppo: l’abbiamo inviato per posta legale e prevediamo che farà una dichiarazione a breve. “Ha alcuni problemi di salute, come ci si può immaginare per un uomo di 73 anni che ha trascorso 43 anni in prigione, ha problemi al cuore, ai reni, alla prostata e un aneurisma, oltre ad altri problemi di salute. Il suo spirito sta bene considerando la sua salute e l’isolamento “. Sebbene sia stata dedicata alla lotta per i diritti di Peltier, sia Chauncey che Brian Frisina ammettono che la causa è stata faticosa per loro. “Ma guarda i dipinti,” disse Frisina dopo un momento di riflessione. “Non sono belli?”

 

Articolo pubblicato da:

https://newsmaven.io/indiancountrytoday/news/leonard-peltier-wins-key-victory-in-censorship-lawsuit-KxHuk0Yqd0yCKbKMVSr8CQ/

Traduzione a cura di Luisa Costalbano.

 

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EPPUR SI MUOVE – il Parlamento Europeo chiede al Cile di risolvere i suoi problemi col popolo Mapuche

Da pochi mesi la Commissione Europea è obbligata a essere trasparente in tutti i suoi atti e così l’opinione pubblica ha finalmente saputo su quali basi era stato avviato il negoziato con il Cile per il rinnovo e l’aggiornamento dell’accordo di associazione UE-Cile in essere da molti anni.

Avendone preso visione, il 13 giugno 2018, il Parlamento Europeo ha approvato una Raccomandazione al Consiglio Europeo, alla Commissione e al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza concernente i negoziati sull’aggiornamento dell’accordo di associazione UE-Cile.

Al punto c) dei principi generali, il Parlamento chiede: di rafforzare la dimensione dei diritti umani nella cooperazione tra l’UE e il Cile; di prevedere un impegno comune per la tutela e la promozione dei diritti umani, delle libertà fondamentali, … dei diritti delle minoranze, quali … le popolazioni indigene, mediante meccanismi applicabili di monitoraggio, rendicontazione periodica e risoluzione delle controversie; di incoraggiare il Cile a trovare una soluzione alle questioni insorte con il popolo indigeno dei Mapuche e altre popolazioni indigene; …
Inoltre al punto d) dei principi generali, il Parlamento chiede: di incoraggiare il Cile a garantire il giusto processo e procedimenti giurisdizionali equi, in pieno accordo con le norme internazionali.

L’Associazione il Cerchio da molti anni è attenta a ciò che accade nei territori e nelle comunità mapuche del Cile sia intrattenendo rapporti con diverse autorità tradizionali mapuche sia inviando periodicamente propri osservatori dei diritti umani in territorio mapuche. La rappresentanza permanente della Unione Europea in Cile è stata di volta in volta informata della presenza dei nostri osservatori ed è stata recentemente allertata in merito alla situazione del machi Celestino Cordova, uno sciamano mapuche incarcerato di cui ci siamo più volte occupati.

Ci piace pensare che la nostra presenza fra i Mapuche e i nostri appelli abbiano raggiunto il centro delle istituzioni europee e siano servite a far si che il Parlamento abbia inserito la questione Mapuche nelle proprie raccomandazioni.

Siamo consapevoli che tutto ciò non risolverà dall’oggi al domani i molti problemi dei Mapuche ma un altro po’ di terreno è stato dissodato e un altro seme piantato.

Associazione il Cerchio

La maledizione dell’uranio e gli Havasupai

Il 9 marzo 2018, l’industria mineraria statunitense, rappresentata dalla National Mining Association e dall’American Exploration and Mining Association, ha chiesto alla Corte suprema di annullare una regola dell’era Obama che proibiva per venti anni, a partire dal 2012, l’estrazione dell’uranio su oltre 1 milione di ettari di terre pubbliche che circondano il Parco Nazionale del Grand Canyon. L’industria mineraria ha assunto tale decisione perché, lo scorso dicembre, la Corte d’Appello del Nono Circuito di San Francisco, in California, aveva confermato il divieto di Obama pronunciandosi a favore di una coalizione composta dalla tribù Havasupai, dal Grand Canyon Trust, dal Centro per la diversità biologica e dal Sierra Club. Questa coalizione si era rivolta alla Corte più di un anno prima per salvare la moratoria messa in atto dall’amministrazione Obama preoccupata per le minacce alle acque sotterranee, alle risorse culturali dei nativi americani e alle vedute panoramiche nel Parco Nazionale del Grand Canyon. Nella sua sentenza, la Corte del 9° circuito stabilì che il divieto doveva rimanere in vigore affermando che “il ritiro dell’area da nuove domande di estrazione mineraria per un periodo limitato consentirà uno studio più attento degli effetti a lungo termine dell’estrazione dell’uranio nella zona e migliori decisioni informate in futuro”. E ciò perché la falda acquifera di quel territorio è quella che alimenta Havasu Creek, l’unica fonte d’acqua della tribù Havasupai, il quale è un affluente del fiume Colorado da cui attingono acqua gli stati di Arizona, Nevada e California.

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Sempre a dicembre, con una decisione parallela, la stessa Corte d’Appello aveva respinto l’appello della coalizione guidata dagli Havasupai contro la Canyon Mine, di proprietà della Energy Fuels, società leader nella produzione di uranio negli Stati Uniti che ha sede a Lakewood, in Colorado, e filiali in Utah, Wyoming, Arizona e New Mexico. Questa miniera di uranio si trova nella Kaibab National Forest, a sole cinque miglia a est del bordo del Grand Canyon. Anche questa miniera si trova sopra la falda freatica che sfocia nel Grand Canyon attraverso la gola famosa per le sue cascate turchesi che costituisce la tradizionale patria degli Havasupai. La Canyon Mine, che si trova anche ad appena quattro kilometri da Red Butte, una montagna sacra per gli Havasupai, che la chiamano Wii’i Gdwiisa ovvero Montagna del Pugno Chiuso, entrò in funzione nel 1986 e, sebbene la miniera fosse rimasta inattiva dopo che i prezzi dell’uranio crollarono nei primi anni ’90, l’US Forest Service ne approvò la riapertura nel 2013 senza chiedere un piano di estrazione aggiornato.

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Red Butte

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il sito di Canyon Mine

La tribù ha sostenuto che il Servizio Forestale abbia concesso il permesso di riprendere le operazioni minerarie senza considerare i nuovi sviluppi della tecnologia, violando i suoi obblighi legali ai sensi della legge sulla conservazione dei siti storici nazionali non essendosi consultato con la tribù sul danno irreparabile che la miniera avrebbe avuto sul sito sacro e senza implementare misure per prevenire danni.

Le risorse di uranio presenti in questa che è conosciuta come Arizona Strip rappresentano circa il 40% delle riserve statunitensi. Durante la Guerra Fredda l’uranio è stato estratto da lì, per lo più all’interno della grande riserva della Nazione Navajo, per essere utilizzato nel programma di armamenti nucleari, causando ingenti danni all’ambiente e alla gente Navajo. Ci sono ancora oltre 500 miniere di uranio abbandonate sul territorio della Riserva Navajo, ma i fondi disponibili per iniziare il processo di bonifica potrebbero coprire solo circa 200 di questi siti.

“Il popolo di Havasupai è qui da tempo immemorabile, questo posto è quello che siamo”, ha detto in un comunicato il presidente tribale di Havasupai, Don Watahomigie. “Questo posto, queste acque e la nostra gente meritano protezione. Le vite dei nostri bambini e la purezza delle nostre acque non sono in vendita. La contaminazione da uranio nella falda acquifera non solo avvelenerà la mia famiglia, la mia tribù, le terre ancestrali e me, ma anche milioni di persone che vivono a valle del fiume Colorado. Aprire quest’area alle miniere d’uranio sarebbe tragico per le persone e un incubo ambientale”.

MG