Chi vide in America gli edifici costruiti dai giganti?

Un gruppo di ricerca dell’Università Statale di Milano, studiando un manoscritto del 1340, la Cronica Universalis, scritta a Milano dal domenicano Galvano Fiamma, e ora di proprietà di un cittadino statunitense, vi ha trovato una citazione dell’America risalente a 152 prima della “scoperta” di Cristoforo Colombo.

Com’è noto, prima di Colombo, le esplorazioni sulle coste settentrionali dell’Atlantico erano già state compiute nei secoli precedenti da navigator vichinghi, di cui si trovano sporadiche tracce nei racconti di alcune saghe norrene e alcuni ritrovamenti archeologici che lo confermano. Fino a oggi, tuttavia, la notizia dell’esistenza di terre al di là dell’Atlantico non era mai stata rinvenuta in documenti antichi in area mediterranea.

La traduzione italiana del passaggio di Galvano, scritto originariamente in latino, che menzione l’America recita: “I marinai che percorrono i mari della Danimarca e della Norvegia dicono che oltre la Norvegia, verso settentrione, si trova l’Islanda. Più oltre c’è un isola detta Grolandia…; e ancora oltre, verso occidente, c’è una terra chiamata Marckalada. Gli abitanti del posto sono dei giganti: lì si trovano edifici di pietre così grosse che nessun uomo sarebbe in grado di metterle in posa, se non grandissimi giganti. Lì crescono alberi verdi e vivono moltissimi animali e uccelli. Però non c’è mai stato nessun marinaio che sia riuscito a sapere con certezza notizie su questa terra e sulle sue caratteristiche”.

I ricercatori della Statale ritengono probabile che la notizia fosse giunta a Galvano da Genova, città con cui lo scrittore aveva contatti, e che i marinai di cui si parla siano navigatori genovesi che commerciavano con le regioni del nord. Secondo gli autori della scoperta, l’interesse della stessa sta nel fatto che riapre una questione lungamente dibattuta, ma sulla quale non vi era nessuna documentazione: se a Genova, prima di Colombo, circolassero informazioni sull’esistenza di terre oltre l’Atlantico, e se una eventuale notizia, anche vaga, della loro esistenza avesse reso più accettabile il rischio della spedizione del 1492. E’ tuttavia noto che Colombo navigò fino alle isole britanniche e che forse giunse fino alle Far Oer. Avrebbe quindi potuto ascoltare direttamente la notizia dell’esistenza di terre oltre l’Atlantico.

A noi, modestamente, pare che il vero interesse sia un’altro e che sia collegato alla questione dei “giganti”. Poiché, al momento, non risultano noti edifici megalitici siti nell’America settentrionale, l’unica spiegazione per gli “edifici di pietre così grosse che nessun uomo sarebbe in grado di mettere in posa” è che chi riportò la notizia avesse visto con i suoi occhi gli edifici eretti dalle civiltà mesoamericane o dagli Inca. E, di conseguenza, qualche europeo avrebbe dovuto viaggiare ben oltre le coste settentrionali dell’America e poi tornare per riferirne. Molto prima di Colombo.

 

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La sacra grotta degli Osage

Una grotta del Missouri, contenente opere d’arte dei Nativi Americani risalenti a oltre 1.000 anni fa, è stata venduta all’asta ieri 14 settembre 2021, con grande sconcerto dei membri della Nazione Osage che speravano di poter acquistare la terra dove si trova la grotta per proteggere e preservare il loro sito più sacro. La grotta, che era il luogo dei riti e della sepoltura dei morti, conserva circa 290 glifi e disegni policromi raffiguranti persone, animali, uccelli e creature mitiche. Nel XVIII secolo gli esploratori europei che visitarono la grotta vi incisero i nomi di alcuni membri dell’equipaggio sulle pareti. La grotta è anche la casa dei pipistrelli grigi dell’Indiana, una specie in via di estinzione.

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Il terreno, di 43 acri, che apparteneva a una famiglia di St Louis dal 1953 che lo utilizzava a scopo venatorio, è stato venduto per 2,2 milioni di dollari, si trova vicino alla città di Warrenton, circa 100 km a ovest di St Louis. La Nazione Osage, in un comunicato, ha definito la vendita una cosa straziante, ricordando che i loro antenati hanno vissuto in questa zona per 1.300 anni.

La legge dello Stato del Missouri afferma che qualsiasi persona o entità che disturba, distrugge, vandalizza o danneggia consapevolmente un luogo di sepoltura umano contrassegnato o non contrassegnato commette un crimine. Anche trarre profitto da beni culturali è vietato. Ciò fa sperare alla Nazione Osage che anche il nuovo proprietario rispetti il loro luogo sacro.

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NOTIZIE DALLE HAWAI’I

Del perché e come uno stato sovrano, qual’era il Regno delle Hawaii, sia diventato il 50° stato degli Sati Uniti d’America si è ampiamente detto in tre articoli, rispettivamente del 7 settembre e del 21 maggio 2018 e del 12 aprile 2016, pubblicati su questo sito. A essi vi rimandiamo anche per la storia delle lotte condotte del popolo Hawaiiano per la propria libertà.

Qui ricordiamo solo che, nel 2018, il dott. DeZayas, Relatore Speciale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, arrivò alla conclusione che le Hawaii sono tuttora uno Stato sotto occupazione militare e che gli Stati Uniti, la potenza straniera occupante, dovrebbero amministrarlo in base alle leggi proprie dello Stato occupato, cioè il Regno delle Hawai’i. Scrive il dott. DeZayas: “Sono giunto a comprendere che lo status giuridico legittimo delle isole hawaiane è quello di uno Stato-nazione sovrano in continuità; ma uno Stato-nazione che è sotto una strana forma di occupazione da parte degli Stati Uniti derivante da un’occupazione militare illegale e da un’annessione fraudolenta. Pertanto, le leggi internazionali (le Convenzioni di Ginevra e dell’Aja) richiedono che il governo e le questioni legali all’interno del territorio occupato delle isole hawaiane debbano essere amministrate applicando le leggi dello Stato occupato (in questo caso il Regno delle Hawai’i) e non le leggi nazionali dell’occupante (gli Stati Uniti)”.

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Trascurando le innumerevoli implicazioni e conseguenze di questo stato delle cose, qui s’intende evidenziare un particolare aspetto delle conseguenze dell’occupazione e della imposizione di leggi aliene al popolo del Regno delle Hawaii.

Nel 1920, circa 40 anni prima che le isole venissero illegalmente ammesse come Stato negli Stati Uniti, fu varata una legge, l’Hawaiian Homes Commission Act (HHCA), che riservava circa 81.000 ettari di terre pubbliche sulle isole per i nativi Hawaiani con almeno il 50 per cento di sangue hawaiano. Poiché la superficie complessiva delle isole è di circa 2,8 milioni di ettari si comprende come la terra riservata ai nativi sia veramente poca cosa. In base all’HHCA le famiglie che ottengono i contratti di locazione possono trasmetterli ai loro discendenti purché abbiano almeno un quarto di sangue hawaiano. Fu, in questo modo, arbitrariamente esteso agli Hawaiiani il sistema delle cosidette Blood quantum laws escogitato almeno due secoli prima per gli Indiani d’America.

Ad ogni modo, ai sensi del HHCA, 9.949 famiglie Hawaiiane ottennero della terra in affitto dal governo americano. Ma, mentre la prima generazione dopo quella che ottenne la terra, è riuscita a mantenerla in base ai requisiti della quantità di sangue, gran parte della prossima generazione non li soddisferanno e le terre torneranno allo Stato piuttosto che passare alle generazioni successive. Secondo un sondaggio del 2020, più della metà degli attuali 9.949 locatari nativi Hawaiani, se i loro figli non sposano altri nativi Hawaiani, potrebbero perdere le terre, le migliorie agricole da essi apportate e le loro case entro le prossime due generazioni.

Nel 2017, lo Stato delle Hawaii ha scoperto che sempre meno nativi Hawaiani hanno il quantitativo di sangue richiesto a causa dei matrimoni interrazziali e che ciò impedirà loro di subentrare ai loro padri o nonni. Secondo il sondaggio, quasi la metà degli affittuari ha più di 65 anni e oltre il 50% di loro non ha eredi con il quantitativo di sangue richiesto. Per questo motivo è stato predisposto un disegno di legge federale che dovrebbe abbassare il blood quantum da ¼  a 1/32. Ma se anche questa legge passasse non risolverebbe il problema di tutti coloro che non hanno ricevuto in affitto la terra che era stata loro promessa.

Al 30 giugno 2021, secondo il Department of Hawaiian Home Lands (DHHL), l’agenzia statale che gestisce la terra, c’erano ancora 28.792 nativi Hawaiani in lista d’attesa. Un’indagine ha rilevato che al ritmo con cui il DHHL ha assegnato i contratti di locazione dal 1995 a oggi, ci vorrebbero quasi 182 anni solo per esaurire l’attuale lista d’attesa la quale non comprende i circa 2.000 nativi Hawaiani che sono morti nel frattempo.

Si tenga presente che, secondo i risultati dell’ultimo censimento, i nativi Hawaiiani che si sono dichiarati solo tali sono circa 100.000 con un tasso di povertà superiore al 20%. Ci sono poi, come detto, molti sangue misti il cui numero non è ancora stato ufficializzato dall’Ufficio del Censimento e fra quelli ci sono i discendenti degli affittuari e delle persone in lista d’attesa.hanauma-bay-e-perfetta-per-lo-snorkelling-hawaiicl-445

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Primi risultati del censimento americano. Gli Indiani d’America sono 9,6 milioni

Iniziano a essere pubblicati i dati del censimento generale della popolazione effettuato negli Stati Uniti nel 2020.

Il Census Bureau ha ricordato che i dati raccolti si basano sull’auto identificazione razziale ed etnica delle persone. Noi ricordiamo che gli Stati Uniti d’America si distinguono, unici fra tutti i paesi del cosiddetto occidente, per la classificazione razziale della loro popolazione.

Fra le altre finalità, i dati demografici sono utilizzati per ridisegnare i 429 distretti della Camera degli Stati Uniti in 44 stati e 7.383 distretti legislativi statali. Gli stessi dati servono anche per determinare l’entità delle risorse destinate ai programmi federali relativi agli indiani e per questo moltissimi leader tribali fecero una campagna insistente per convincere quanti più indiani possibile a rispondere alle domande del censimento, e il risultato è stato notevole.

A fronte della popolazione degli Stati Uniti che risulta essere di 331 milioni, con un incremento del 7,4 % sul 2010, la popolazione indiana americana e dei nativi dell’Alaska è aumentata dai 5,2 milioni censiti nel 2010 ai 9,6 milioni del 2020, con un aumento dell’86,5%. Questo fa sì che gli indiani d’America e i nativi dell’Alaska rappresentino oggi il 2,9% del totale. Un incremento di così ampia portata non può spiegarsi solo con il naturale incremento demografico. Come accade da diversi anni, sempre più persone percepiscono la propria identità indigena come un valore di cui essere fieri e, di conseguenza, manifestano questo stato d’animo auto dichiarandosi indiani.

Più in dettaglio:

– 3,7 milioni di persone si sono identificate unicamente come indiani d’America e nativi dell’Alaska.

– 5,9 milioni di persone si sono identificate come indiani d’America e nativi dell’Alaska in combinazione con un’altra razza o con più razze.

Il numero di persone che si sono identificate come bianchi, indiani d’America e nativi dell’Alaska è cresciuto da 1,4 milioni del 2010 a 4 milioni nel 2020.

I nativi hawaiani, da soli e in combinazione con altre razze, sono risultati essere 1,6 milioni.

Oggi gli indiani d’America e i nativi dell’Alaska da soli, cioè non in combinazione con altre razze, sono, dopo i bianchi, il secondo gruppo razziale più grande in diversi stati:

– Alaska – 14,8%

– Sud Dakota – 8,4 %

– Montana – 6,6 %

– Nord Dakota – 4,8 %

Il Pueblo Zuni contro la politica dell’amministrazione Biden relativa a Oak Flat

“Per i Pueblo Zuni sarebbe una grave negligenza restare zitti di fronte alla recente posizione assunta, a livello legale, dal Ministero della Giustizia dell’amministrazione Biden-Harris sulla questione di Chi’chil Bildagoteel (Oak Flat) e della miniera della Resolution Copper in Arizona. La posizione dichiarata di questa Amministrazione è, a dir poco, infelice ed estremamente preoccupante, dal momento che, più o meno, è la continuazione della politica di contenimento e cancellazione dei popoli indigeni e, sostanzialmente, contraddice direttamente i contenuti e lo spirito del provvedimento legislativo 13985 del presidente Biden. Infatti una tale posizione costituisce un rafforzamento e una replica dei retaggi delle leggi razziste sulla spoliazione dei Nativi degli Stati Uniti  e non fa altro che preferire e promuovere l’estrazione delle risorse naturali e la distruzione dell’ambiente a danno delle capacità che la popolazione Indigena richiede incessantemente per promuovere o supportare il loro diritto alla giustizia. Non si potrà mai ribadire con abbastanza forza che questa posizione assunta dal governo degli Stati Uniti e dal Ministero della Giustizia rappresenta uno dei più potenti ostacoli istituzionali e strutturali che continuano a compromettere le condizioni di pari opportunità, perpetuando il riprodursi di ineguaglianze sociali e economiche, nonché delle disparità delle condizioni sanitarie, e – sostanzialmente, se non intenzionalmente – non fanno altro che promuovere e perseguire di nuovo le ingiustizie materiali, epistemiche e ontologiche nei confronti delle popolazioni indigene.

Queste considerazioni rivestono una grande importanza e non si ribadiranno mai abbastanza le loro implicazioni e interpretazioni fondamentali, dal punto di vista geografico, per i Pueblo Zuni e, di conseguenza, per tutte le popolazioni indigene dei territori e delle acque degli Stati Uniti: senza un confronto diretto, fondativo e riparatorio riguardo alle ingiustizie, a livello territoriale, perpetrate da azioni, programmi e procedure attuati in passato, a livello governativo, e dai coloni, e che continuano a accadere nel tempo e nello spazio, l’amministrazione Biden-Harris e il loro Ufficio per la Gestione e il Bilancio, in tutta sincerità e onestà, non potranno mai farsi promotori di alcun livello o forma di equità e di supporto alle popolazioni indigene. Altrimenti l’amministrazione Biden-Harris non farà altro che perpetuare e riprodurre le ingiustizie in essere e la pulizia etnica dei popoli nativi dalle loro terre ancestrali.”

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LA LOTTA DEGLI UTE PER L’ACQUA

Fu dopo la guerra col Messico, e il conseguente Trattato di Guadalupe-Hidalgo, del 1848, che gli Stati Uniti si annetterono i territori del sud ovest, fra i quali l’odierno Utah. Pochi anni più tardi lo Utah divenne la patria dei seguaci della  Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, i cui membri sono meglio conosciuti come mormoni.  I mormoni furono guidati lì dal fondatore della loro chiesa, Brigham Young.  Fra le altre cose Young sosteneva che la terra non era di nessuno perché apparteneva al Signore, e quindi era lì per essere usata da chiunque potesse trarne i maggiori benefici. Era questo un’abile copertura teologica alla volontà di non riconoscere i diritti su quella terra dei nativi americani. Questo principio, che all’apparenza impediva a qualsiasi parte di esercitare un controllo monopolistico sulle risorse naturali, in realtà dava modo ai coloni bianchi di ignorare le rivendicazioni dei nativi americani sulla terra e sull’acqua, che in quei territori semidesertici è una delle risorse più preziose. E anche se le popolazioni native dell’Utah praticavano l’agricoltura e l’irrigazione molto prima dell’insediamento dei bianchi, i nuovi venuti usarono questa teologia per appropriarsi delle valli più fertili e per assegnare a se stessi parti sempre più grandi della disponibilità di acqua. I capi dei coloni, e più avanti le autorità statali dell’Utah, non pensavano che le comunità native fossero così efficienti o produttive nel loro uso delle risorse naturali, perché i loro sistemi di produzione alimentare non erano basati sull’ideale americano di un’agricoltura basata sulle fattorie, che erano immaginate come la chiave per l’autosufficienza e la vera libertà dell’individuo. Questa pratica di assegnare risorse naturali all’utente che ne può ottenere il maggior “beneficio”, unitamente alla diffusione delle malattie infettive portate dai coloni bianchi, che decimarono gli indiani, tolse gradualmente ai nativi il controllo sulle risorse naturali dell’Utah. L’idea che l’acqua dovesse essere assegnata non in base alla ricchezza o al potere, che per i mormoni non era accettabile, ma in base alla capacità di una comunità di utilizzarla al meglio, sta agendo contro gli interessi degli indiani ancora oggi, in tempi in cui la crisi climatica ha enormemente aumentato i periodi di siccità con conseguente, significativa, riduzione della risorsa acqua disponibile.

Nonostante i cambiamenti climatici abbiano provocato una diminuzione del 18% della portata dei fiumi del sud ovest negli ultimi due decenni e un abbassamento del livello del lago Powell, formato da una diga sul fiume Colorado, al 35% della sua capacità, i politici e i funzionari dell’Utah continuano a sostenere che ci sia acqua in abbondanza e che, di conseguenza sia possibile procedere con la costruzione di una conduttura lunga 140 miglia per portare l’acqua dal lago Powell fino a St. George, nell’angolo sud-occidentale dello stato.Unknown4AUEREUDKZEBHP56WBSH764OUE

Quest’argomento si scontra con quanto sostenuto dagli esperti interpellati dalla tribù Ute secondo cui l’Utah sta già usando tutta la sua quota d’acqua assegnatagli in base al Colorado River Compact del 1922. Di conseguenza lo Stato dovrebbe prelevare acqua da qualche altra parte. Il candidato più probabile è l’acqua d’irrigazione del bacino di Uintah, cioè quella che confluisce nel Green River e su cui insistono le riserve degli Ute. Ed è esattamente ciò che l’Utah intende fare. Ma c’è un problema: l’acqua che lo stato intende prelevare dal lago Powell era stata precedentemente promessa alla Nazione Ute, che ora sta facendo causa per riavere la sua acqua e affermare questa è solo una di una serie decennale di piani su base razzista per privarla dei suoi diritti e della sua proprietà.

La disputa risale agli anni ’50 e alle origini del Central Utah Project, consistente in una serie di condutture e serbatoi per convogliare l’acqua del fiume Colorado dalle montagne Wasatch fino ai centri abitati bianchi dello Utah. All’epoca, i gestori dell’acqua dell’Utah proposero agli Ute di sfruttare i loro ancestrali diritti idrici in cambio della estensione del progetto fino alle terre tribali. Allettati dalla possibilità di avere accesso all’acqua potabile e alla possibilità d’irrigazione al pari dei bianchi, gli Ute acconsentirono. Ma una volta completate le prime fasi del progetto, l’Utah e le agenzie federali coinvolte abbandonarono i piani per costruire dighe e condutture idriche per portare l’acqua agli Ute, adducendo a motivo i costi eccessivi e gli scarsi benefici ricavabili poiché, secondo l’ancora imperante dottrina di Brigham Young, gli indiani non sarebbero stati in grado di sfruttare al meglio la ricchezza di quella terra. A nulla sono valse le cause intentate dalle tribù Ute contro lo Stato e le agenzie federali.

E oggi si pretende che gli Ute accettino, oltre al danno, la beffa. Lo Stato ha, infatti, riassegnato l’acqua promessa agli Ute negli anni ’50 a una serie di altri progetti. A partire dal 1996, l’Utah Board of Water Resources ha assegnato milioni di litri d’acqua al distretto di conservazione dell’acqua delle contee di Uintah e Duchesne e ad altri gestori di acqua pubblici e privati. Adesso lo Stato dell’Utah ha deciso di suddividere il resto dell’acqua disponibile. Una parte dovrebbe scorrere nella conduttura dal lago Powell fino a St. George, l’altra verso un sito di conservazione e stoccaggio chiamato Green River Block.LakePowellPipelineMap_2Alignments_102520

Secondo una nuova causa federale intentata nel 2020 dalla tribù, che nomina specificamente il progetto del Green River Block, ma non la conduttura dal lago Powell a St. George perché in quel momento non ancora decisa, lo Stato dell’Utah vorrebbe far derivare la sua presunta autorità per eseguire questi trasferimenti della risorsa acqua dal Central Utah Project Completion Act del 1992. E’ questo un atto legislativo approvato dal Congresso, che richiedeva la ratifica sia dello Stato sia degli Ute, che però non l’hanno mai approvato. L’atto, pur promettendo protezione per i diritti idrici della tribù e future compensazioni finanziarie per le perdite economiche associate, afferma che il Bureau of Reclamation, l’agenzia federale competente, non finanzierà più la costruzione di condutture e dighe necessarie per immagazzinare e accedere all’acqua a beneficio della tribù.

Con una lettera del 24 luglio 2018, indirizzata all’ente gestore del bacino superiore del fiume Colorado, gli Ute hanno affermato: “Abbiamo studiato la legge del fiume Colorado e la sua gestione e concluso che non ci sarà mai una gestione efficace del fiume a meno che la Commissione non stabilisca una relazione con la tribù degli Ute. Questa relazione deve riconoscere che la tribù ha un interesse sovrano nella ripartizione dell’acqua nel bacino del fiume Colorado, con diritti idrici superiori e riservati che sono detenuti dagli Stati Uniti per conto della tribù, nella sua qualità di beneficiario effettivo di queste acque. … I rappresentanti statali non sono in grado di rappresentare gli interessi tribali, motivo per cui continuiamo ad affrontare problemi legati al riconoscimento, allo sviluppo e alla gestione dell’acqua … Di volta in volta, veniamo informati di situazioni e decisioni in cui la tribù non è mai stata coinvolta e che hanno implicazioni dirette per la nostra più preziosa risorsa tribale: l’acqua”. La lettera chiedeva anche un incontro presso gli uffici tribali a Fort Duchesne. La risposta è stata negativa.

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